L’omicidio politico di Jo Cox.

john-f-kennedyDavanti al tribunale di Atene, l’Areopago, Oreste è accusato di avere ucciso l’assassino del padre, Egisto, che con un complotto in cui era coinvolta Clitennestra, sua madre, ha eliminato il re Agamennone di ritorno da Troia e governato al suo posto, tiranneggiando. «Non salverai dalla giustizia, sappilo / il capo tuo, cadrai per man di popolo / sotto le pietre e le maledizioni»: così aveva profetizzato il coro. Non era andata in quel modo, il popolo non aveva tirato sassi e non era insorto. La dea Atena fa la sua parte – abile, lei, a tramare nell’ombra e influenzare le menti – affinché Oreste sia assolto: in fondo è stato l’oracolo di Delfi a comandargli di compiere quel gesto. Il giovane era invasato; e la vita di Oreste, d’altronde, d’ora in poi sarà un inferno, perseguitato dalle Erinni, e dal senso di colpa per avere eliminato anche la madre. L’Areopago, un tribunale composto di magistrati inamovibili, nominati a vita come la Corte Suprema degli Stati uniti, commina una sanzione lieve, l’esilio di un anno – ma che, si presume, avrà una notevole influenza politica sulla successione al trono: Oreste sarà lontano, mentre un qualche assetto di governo dovrà stabilirsi. La democrazia ateniese – quella che ancora ci incanta, e che fra l’altro pescherà a sorteggio i magistrati e li farà ruotare dopo un breve mandato – non è ancora arrivata. Ci si arrangia nel sangue.
Una lettura politica del gesto di Oreste, strappandolo alla tragedia perenne dell’essere umani con un destino governato da forze oscure – persino la Storia a volte lo è – può sembrare eccessiva. Ma quello di Oreste è un omicidio politico. L’omicidio politico – uccidere chi governa, uccidere per modificare il governo, uccidere come forma dell’azione politica, uccidere un uomo in quanto simbolo di un fare politico – non è una prerogativa della modernità. E i greci dovevano masticarne qualcosa, se eliminare il tiranno – il tirannicidio – era considerata un’opzione plausibile.
Eppure, Oreste è folle – una qualche “voce” di dentro, di fuori, lo chiama al sangue come unica soluzione, unico sentiero percorribile. Proprio come folli ci appaiono, per lo più, gli autori d’oggi degli assassinii politici, che siano abitati da dei che suggeriscono il da farsi in nome di un arcaico destino o demoni con motivazioni pasticciate, slogan spiccioli che armano menti agitate e confuse.
Il giorno che l’attore John Wilkes Booth ascoltò Lincoln parlare – dopo che il generale Lee della Confederazione degli Stati del Sud si era arreso a Grant mettendo fine alla terribile guerra – e rinvigorire le motivazioni di quella tragedia civile ossia la fine della schiavitù, disse a un amico: «That means nigger citizenship. Now, by God, I’ll put him through. That is the last speech he will ever give – Significa che i negri saranno cittadini come tutti. Per dio, gliela farò pagare. Questo sarà il suo ultimo discorso». È per fermare i negri, che Booth sparò contro Lincoln. Adesso la cosa non fa quasi notizia, lo so. È per fermare i negri che James Earl Ray, la testa inzeppata dalle frasi d’odio della campagna presidenziale di George Wallace, governatore dell’Alabama – «segregation now, segregation tomorrow, segregation forever» –, sparò con il suo fucile Remington calibro 30 un solo colpo contro Martin Luther King, che si era affacciato alla ringhiera di un terrazzino del Lorrain Motel di Memphis, Tennessee, uccidendolo. Adesso la cosa non fa quasi notizia, lo so.
Nel Macbeth Shapespeare mette in scena la tragedia dell’ambizione di potere, di governo. Malcom, il figlio del re di Scozia, Duncan, che Macbeth istigato dalla moglie ha ucciso, parla del da farsi con il barone MacDuff, uomo fedele. Questi lo sostiene, lo incita e lo consiglia: «È vero; l’intemperanza / è tirannide anch’ essa, e anzitempo/ molti re capovolse e molti troni. / Non vi storni però dal porre in capo / La paterna corona. Un vasto campo / Vi offrirà la grandezza, ove potrete / largamente appagar questa sfrenata / voluttà. Pur che tutto occulto e chiuso / stia fra quattro pareti, e voi con senno / governiate la Scozia». Non è in discussione l’assassinio che riequilibri le sorti della corona – d’altronde, sono le streghe a predestinare e tessere la trama degli eventi. Quello che conta è che tutto rimanga «fra quattro pareti» e che “dopo” si governi con temperanza. Dopo, si conquisti il consenso, diremmo oggi. È questo il filo delle lotte di potere, tra repubbliche e imperi, tra oscurità e illuminazioni, tra congiure e preghiere – Machiavelli ne farà uno strumento per un “progetto di libertà” –, finché l’omicidio politico non viene consumato sulla pubblica piazza: re Carlo viene decapitato dal parlamento di Cromwell. 30 gennaio 1649: non ci sono più dei e spettri, solo uomini e governi. È questo l’elemento cruciale introdotto dalla modernità – la spettacolarità del gesto, il suo non essere più confinato fra quattro pareti, e quindi ricondotto a una successione credibile, comprensibile dalle genti, come un’investitura, e il suo diventare “pubblico”, pubblicitario. Un messaggio. La società di massa farà il resto, l’assassinio politico è alla portata di tutti – che ci siano complotti, o meno.
Lee Harvey Oswald è ossessionato dall’idea di “passare alla storia” uccidendo qualcuno di importante. Si sente un rivoluzionario, anche se le rivoluzioni in corso non sembrano prenderlo molto sul serio: è andato avanti e indietro dalla Russia, dal Messico per entrare a Cuba, ma senza costrutto. È frustrato, rabbioso. Ci prova col generale Walker, ma rompe solo qualche finestra. Poi, scopre che John Kennedy sta per passargli sotto il naso, a Dallas. È così che il 22 novembre 1963 prende il suo fucile Carcano, sale al sesto piano del deposito di libri dove lavora e tira tre colpi contro “l’uomo della nuova frontiera”. Forse è un complotto della Cia, forse ci sono di mezzo immigrati cubani e mafiosi, ma il punto non è questo. Il punto è che un assassinio politico può cambiare la storia.
Lo sapevamo, certo. Quando il 28 giugno 1914 il giovane nazionalista bosniaco Gavrili Princip esplode i colpi della sua rivoltella contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, e sua moglie Sofia, durante una visita ufficiale a Sarajevo, la Storia cambia: l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, precipitando il mondo nel conflitto bellico. Ci costerà nove milioni di morti quella Grande guerra, quasi un’intera generazione europea scompare. Princip aveva colpito in nome della libertà del suo Paese. D’altronde, il Novecento era iniziato con le rivoltellate di Gaetano Bresci contro re Umberto, che non aveva saputo far meglio che medagliare il petto del generale Bava Beccaris dopo che costui aveva cannoneggiato il popolo di Milano che chiedeva pane. Bresci agì per inestinguibile senso di vendetta, come se lui stesso fosse agito da un demone. Come Luigi Lucheni che chiuse l’Ottocento pugnalando sul lungolago di Ginevra la principessa Sissi – ormai una figura stanca – con una lama maniacalmente costruita da lui stesso: «Perché sono anarchico. Perché sono povero. Perché amo gli operai e voglio la morte dei ricchi». Lucheni era stato preceduto di qualche anno da Sante Caserio, che con un pugnale uccise il presidente francese Carnot, colpevole di aver mandato alla ghigliottina un giovane anarchico. Erano figure tragiche, gli anarchici – davano la morte e le andavano incontro come fosse il compimento di un destino.
Quando il giordano Sirhan Sirhan sparò otto colpi della sua calibro 22 contro Bob Kennedy la notte del 5 giugno 1968 nella cucina dell’Ambassador Hotel di Los Angeles, dopo che il senatore aveva appena finito di parlare ai propri sostenitori, disse appena lo bloccarono: «I can explain it. I did it for my country – Posso spiegare. L’ho fatto per il mio paese». Intervenendo sul conflitto arabo-israeliano, Kennedy aveva prospettato l’ipotesi di un appoggio militare se fosse stato eletto presidente. L’ho fatto per il mio paese. Adesso non fa notizia, lo so.
O forse sì. Britain first, ha gridato quel cane pazzo di Thomas Mair mentre colpiva a morte la deputata laburista Jo Cox. È un suprematista bianco, legato a quelle bestie randagie dei nazisti americani o sudafricani. Cercava un simbolo Mair, un’icona che fosse anche a portata di mano. La deputata Cox lo era. Our country. Il mio paese.
Dice il primo ministro francese Valls, dopo l’assassinio di due poliziotti, che «non esiste rischio zero, rassegniamoci». Il mondo è cambiato dopo gli omicidi politici degli anni Settanta: orribili quanto si voglia, erano riconducibili a un “discorso politico”. Ora non è più così. Non è una dichiarazione di resa, quella di Valls, ma la consapevolezza che le viscere del mondo hanno partorito un esercito delle tenebre. Che siano singoli squinternati non cambia la drammaticità delle cose: la potenza distruttiva che è possibile scatenare è enorme – puoi avere un fucile AR15 o del fertilizzante e una pentola a pressione. A Orlando – e quella è una strage politica – Omar Mateen ne ha ammazzato quarantanove prima d’essere fermato. All’isola di Utoya – e quella è una strage politica – in Norvegia, Anders Breivik ne ha ucciso settantasette prima di essere fermato. Nuovi demoni, nuove streghe abitano il mondo.
Per placare le Erinni, Atena promette giustizia, purché depongano la vendetta. Che sia questa la strada? In fondo, i greci qualcosa dovevano aver capito.

Nicotera, 17 giugno 2016
pubblicato su “il dubbio”, quotidiano del 18 giugno 2016

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