Gli emigrati austriaci salvano l’Austria e, per ora, pure noi.

van-der-bellenI migranti hanno salvato l’Austria, e almeno per un altro po’ tutti noi e l’Europa. I voti degli emigrati austriaci, ottocentomila, si sono riversati in gran maggioranza sul candidato verde alle presidenziali – e a questo punto di tutta l’Austria democratica, dei popolari e dei socialdemocratici e di chi non era andato a votare, è stata alta l’affluenza – Alexander Van der Bellen. Si è così ribaltato il risultato che prima dello spoglio dei voti arrivati per posta dava il candidato della destra Norbert Hofer in vantaggio con il 51,93 percento, sconfiggendolo. È finita 50,3 percento contro 49,7, uno scarto di soli trentunomila voti. Un soffio, un niente. L’incubo di una Kakania in camicia bruna nel cuore dell’Europa è rinviato, sospeso, speriamo cancellato. Forse è una nemesi della Storia che siano stati proprio quelli che vivono lontani dal proprio paese a decidere sul filo di lana le sorti di queste elezioni che hanno fatto della migrazione la questione centrale. Hofer aveva promesso, se eletto presidente, che li avrebbe cacciati via, che avrebbe interpretato il proprio ruolo con vigore, per ora è stato cacciato via lui. Ha ammesso subito il risultato, ha promesso che il suo impegno continuerà – Bitte seid nicht verzagt. Vi prego, non scoraggiatevi, ha scritto ai suoi in un tweet.
È vero, l’Austria è divisa a metà, però intanto Hofer è sconfitto. E la possibilità che si tengano immediatamente, a caldo, sotto schiaffo, nuove elezioni politiche per ora si allontana. Si era dimesso il capo del governo, il cancelliere socialdemocratico Werner Faymann che guidava una Grosse Koalition, una coalizione storica socialdemocratici e popolari, dopo che per la prima volta in settant’anni nessun candidato del Partito socialista partecipava al ballottaggio per le presidenziali, e il successo di Hofer al primo turno. Nel discorso di dimissioni, Faymann aveva rivendicato i risultati del proprio governo riguardo la tragedia dei profughi: «È una grande sfida, che lo scorso anno abbiamo gestito assieme a Germania e Svezia; centinaia di migliaia di profughi sono arrivati in Austria, il 95 percento ha proseguito altrove, e abbiamo dato asilo a oltre 90mila persone». Di là, dalle camicie brune, era arrivato il commento del portavoce del Fpoe, il partito di Hofer: «Hofer ha già fatto effetto, senza essere presidente federale». Si può immaginare l’effetto che avrebbe avuto se avesse davvero vinto, stavolta.
Forse vale la pena prefigurarla per un attimo, questa controstoria, come se la Storia prendesse la porta sbagliata. «Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea». È un paragrafo di Complotto contro l’America, il romanzo in cui Philip Roth, il grande scrittore americano e ebreo, immagina cosa sarebbe accaduto se Charles Lindbergh, il trasvolatore degli oceani, si fosse candidato alla presidenza e avesse battuto Franklin Delano Roosevelt. Sarebbe accaduto che l’America diventava nazista, dichiarava la pace e si disimpegnava da ogni iniziativa militare contro la Germania e il Giappone, perché Lindbergh era notoriamente antisemita e mostrava grandi simpatie per il Terzo Reich e Hitler. Il “terrore dell’imprevisto” prende oggi la faccia di Donald Trump. E il “suo” uomo delle birrerie europee si chiama Norbert Hofer.
Nessuno avrebbe scommesso un dollaro sei mesi fa sul miliardario americano che riesce a scuotere la pancia dell’America profonda e fa battere il cuore dei nazisti dell’Illinois, e invece ieri l’altro, per la prima volta, un sondaggio lo dà vincente non solo per la candidatura repubblicana, cosa ormai scontata, ma nella corsa presidenziale contro Hillary Clinton. L’imprevisto si fa reale, il disastro diventa epopea.
I nazisti della Carinzia – la destra vince lontano da Vienna e dalle città – hanno trovato il “loro” uomo. Vuole cacciare gli immigrati, come fossero i turchi sotto le mura di Vienna nel 1683, vuole tirare via l’Austria dall’Europa, guarda golosamente al Tirolo italiano, dicendo che è cosa loro e ieri l’altro Vienna ha annunciato che da martedì prossimo intende schierare ottanta poliziotti al confine italo-austriaco del Brennero – cosa dovremmo fare, risuonarle ai crucchi, metterci a cantare: Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il XXIV maggio, ripetergli che i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza?
Se Atene piange, Sparta non ride. Se l’America ha il suo Trump, noi europei abbiamo Hofer, battuto ma pimpante, la Le Pen, l’ungherese Orban che mette chilometri di filo spinato, i fascisti fiamminghi, quelli finlandesi, e Alternative für Deutschland che inizia a minacciare la Merkel e la Germania, e poi la Brexit, il referendum – la perfida Albione deciderà se staccarsi o meno dall’Europa – su cui si vota tra un mese.
Oggi però non è un giorno di paure: la Storia ha preso la porta giusta e Hofer è stato sconfitto. In zona Cesarini, ma alla fine è il risultato che conta (Prodi vinse un’elezione per ventimila voti e Berlusconi se ne lagnò a lungo, e Berlusconi non era Hofer, neanche lontanamente).
I timori rimangono però. Speriamo che ci sia un effetto-domino positivo in Europa, proprio rovesciando quella ridondanza di simulazione che la vittoria di Hofer avrebbe avuto. Quanto all’America, facciamo voti perché qualcuno riesca a fermare i nazisti dell’Illinois, magari potremmo chiederlo ai Blues Brothers di candidarsi, e sarebbero credibilissimi, più credibili della Clinton, ahimè.

Nicotera, 23 maggio 2016
pubblicato su “il dubbio” quotidiano, del 24 maggio 2016

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