Pannella ha camminato sui carboni ardenti del Novecento.

Marco-PannellaChi non ha amato Pannella, ha dovuto togliersi il cappello davanti alle sue battaglie politiche. Chi ha portato rispetto a Pannella, spesso non ha amato le sue battaglie politiche. Sta qui tutta la grandezza e la debolezza umana e politica di Marco Pannella. Chi oggi gli renderà omaggio come a un padre della patria, dirà pure che non riconoscerà valore a tutte le sue battaglie, facendo distinguo, scremando e filtrando. Quelle battaglie scomode come parlare dei brigatisti come compagni che sbagliano quando li si voleva appendere al pennone più alto, sconvolte come le canne che fumava e distribuiva, urticanti e disgustose come portare Cicciolina in Parlamento anche per fare più forte la democrazia nell’irriderla, quasi fosse la metafora del bere la propria pipì durante i digiuni della fame e della sete.
I comunisti lo prendevano a schiaffi e sputi, i socialisti provavano a sfruttarne la popolarità e acquisirne quelle percentuali piccole ma che ne variavano, e come, il proprio peso, i democristiani lo vedevano come il diavolo aspergendo acqua santa ovunque lui avesse camminato o parlato, i missini lo deridevano e gli davano del frocio, e tanto bastava, a un frocio non si riservano le manganellate. E lui ci passava in mezzo, come se camminare sui carboni ardenti, saltare il cerchio di fuoco, prendersi frecce nel costato e negli arti, farsi crocifiggere a testa in giù, fosse la cosa più naturale del mondo. Non una vocazione al martirio, che Pannella martire non è stato mai.
Outsider, sì, outsider del sistema politico, uno che ne è tenuto ai margini e ci si trova benissimo, perché da lì vede cose che gli altri non riescono neppure a immaginare, ha le visioni. E di visioni politiche, Pannella, si è nutrito e ha nutrito questo paese. Sulla crisi della democrazia parlamentare, sulla crisi del sistema elettorale, sulla crisi del sistema della rappresentanza, per dire; sulle mutazioni dei costumi e dei desideri degli italiani, perché qui davvero devi essere profeta per “sentire” che quello che sta accadendo sotto i tuoi occhi sia percezione comune non solo delle persone che tu conosci, che ti sono più vicine, ma di un popolo, di una nazione. Nessuno avrebbe scommesso una lira sul referendum sull’aborto, nessuno avrebbe scommesso una lira sul referendum sul divorzio – Pannella sì. I radicali sì.
Pannella è stato il primo a fare dei referendum uno strumento reale della volontà popolare, il primo a parlare di antipolitica per rendere la politica ancora un’arte nobile del possibile fare sociale, il primo a parlare di non-violenza come forma dell’agire politico quando fischiavano le pallottole da una parte e dall’altra – ci morì pure una radicale, per dire, Giorgiana Masi –, il primo a eleggere a segretario di un partito italiano un non-italiano, il primo a sdoganare i fascisti, il primo a pensare che i partiti nazionali erano morti e che occorresse piuttosto una struttura sovranazionale, transnazionale; oggi viene da chiedersi in cosa Pannella non sia stato il primo a capire.
Radicalmente uomo delle istituzioni, poteva battersi per portare Toni Negri in Parlamento e strapparlo al carcere, e pure di dare la propria disponibilità – e lo fece un’altra radicale, la Aglietta a Torino – a fare il giurato popolare in un processo ai brigatisti quando tutti quelli che venivano sorteggiati si davano malati e presentavano certificati di temibili epidemie. Radicalmente uomo anti-istituzionale, quando le istituzioni diventavano asfittiche, insulse, scheletri scarnificati e inutili, norme senza senso, che violavano la vita, il desiderio.
Pannella ha portato il desiderio nella politica, una cosa che proprio non poteva essere ammessa in un paese in cui le “chiese” politiche chiedevano entrambe il sacrificio, per la virtù dello Spirito santo o del Sol dell’avvenire, che fosse.
Mettendo in gioco tutto se stesso, il proprio corpo, l’unica “arma politica” che potesse essere ammessa nel proprio orizzonte del fare e del pensare radicale. Pannella ha sfibrato se stesso, il proprio corpo nelle sue battaglie politiche, quando la distanza tra sé e il corpo, tra il pensare e l’agire, tra il dire e il fare – se non nelle grandi emergenze – è stato il principio “aristotelico” di ogni azione politica.
Con Pannella muore l’ultimo pezzo del Novecento politico di questo paese. Un pezzo di “famiglia” che ha introdotto e prodotto novità straordinarie, e pure viene da rimpiangere quello che non è riuscito a fare.
Per essere uno “senza patria”, deve fargli un certo effetto – di là dov’è, dovunque sia – sentire le riverenze che la patria oggi gli riserva. Forse lo farà più sorridere che lo si saluti così: ciao, frocio, femminista, tossico, ci mancherai.

Roma, 19 maggio 2016
pubblicato su “il dubbio” quotidiano del 21 maggio 2016

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