L’ultimo ballo del killer del catamarano.

decristofaro_catamaranoIl primo colpo glielo diede lei, la ragazzina, Diana Beyer, con un coltello. Forse quello che usava nel cucinino del catamarano per affettare i salumi, tagliare i formaggi, pulire il pesce. La colpì a un fianco. La ferì gravemente ma non la uccise, e anzi la donna reagì. Era forte, la donna, Annarita Curina. Era di Pesaro, andava per mare, era una skipper, e aveva le mani dure di chi va per mare, e non era una da mettersi paura perché una ragazzina la aggredisce con un coltello. E poi sapeva pure il judo, Annarita, e l’aveva messa a terra, alla ragazzina, con una mossa. Però, subito intervenne l’uomo, Filippo De Cristofaro, detto Pippo. Con un’accetta, un machete, un coltellaccio, chissà. Lui la colpì ripetutamente, una, due, tre volte, la finì. Poi, insieme, la presero e la buttarono in mare, dopo averle messo un’ancora di diciassette chili tra i piedi, e quando mai l’avrebbero ritrovata? Invece.
Quando li presero a Tunisi a tutt’e due – anzi, erano tre, ma questo lo spiego dopo –, lei, la ragazzina disse tutta un’altra storia, che aveva fatto tutto da sola, che l’aveva colpita per gelosia, perché la donna di mare e d’acqua girava sempre seminuda sul catamarano, anzi era tutta nuda quel giorno, e alla ragazzina gli era venuto il sangue alla testa, con tutto ch’era olandese e queste cose succedono solo se nasci nei mari caldi, se le terre dove t’hanno sputato sono bagnate dal Mediterraneo e non dal Mare del Nord, che è freddo come un mare di ghiaccio; e invece le era scoppiata la gelosia, perché se vai in giro nuda su una barca e c’è solo un uomo a bordo voleva dire che cercava di prendersi l’uomo e lei per quell’uomo s’era giocata tutto, le bambole con cui aveva giocato fino a qualche anno prima, la scuola, la famiglia. La vita s’era giocata, non quella che aveva vissuto, che era poca cosa, appena diciassette anni, ma quella che avrebbe avuto davanti. Ma le cose non erano andate propriamente come raccontò la ragazzina a Tunisi.
S’erano conosciuti a Rotterdam, Olanda, 1984. Lei, Diana, aveva quattordici anni e s’era iscritta a una scuola di ballo. Lui, Filippo detto Pippo, che di anni ne aveva trenta, faceva il ballerino. Senza talento. Ma essere senza talento era il suo mestiere. In Olanda ne aveva provato diverse, di cose, e tutte erano andate fallite. Ora s’era messo a mostrare passetti, un-due-tre-quattro girare, cinque-sei-sette-otto, in alto le mani. Quando lo presero e la ragazzina raccontava che aveva fatto tutto da sola, lui disse ma io sono uno che ha fatto danza, ogni idea di violenza mi è proprio estranea. Con l’omicidio non c’entro niente, siamo fuggiti per amore e gli eventi ci hanno trascinato sempre più a fondo, posso dire che non sono stato io a porre fine alla vita della signorina Annarita Curina, così disse. E se non era stato lui a porre fine alla vita di Annamaria, era stata l’altra allora, Diana. Sul catamarano, in quel momento c’erano solo loro. Il terzo, Pieter Gronendijk, olandese anche lui e amico della coppia, a bordo c’era salito dopo il delitto. Col suo cane lupo.
Così s’erano conosciuti Pippo e Diana, tra una giravolta e un caschè e subito era stato amore. O qualcosa che gli somigliava. Lui le parlava dei mari del Sud e lei l’ascoltava incantata. E così fuggirono. È il 1987, aprile. Finirono in Nuova Caledonia, per qualche mese. I genitori di Diana allertarono la polizia olandese e quella le polizie di mezzo mondo, sottrazione di minore, e così li ritrovarono. C’era un avvocato di mezzo, e li convinse a consegnarsi. Lei, se la riportarono, recalcitrante, a casa. A lui, che potevano affibbiargli, era amore, o qualcosa che gli somiglia. In Olanda, i genitori tennero Diana sotto stretta sorveglianza per un po’, ma la ragazzina fremeva, riuscì a fuggire. È l’estate del 1987, Pippo e Diana finiscono sulla riviera adriatica, guardano il mare, le barche, lui le parla di porti del mondo, sognano di luoghi esotici dove andare a vivere felici, lavorando poco e facendo quel che gli piace fare, solcare le onde, i turisti pagheranno cifre da favola per uscire con loro, andava di moda, a quel tempo, affittare lo skipper, i ricchi avevano le barche loro, gli altri si arrangiavano così.
Così avevano conosciuto Annarita. È l’estate del 1988. Lei doveva andare a Ibiza, dove c’erano dei pesaresi che l’avevano affittata per un giro nel Mediterraneo. Bisognava arrivarci e lei aveva bisogno di gente d’equipaggio, da sola sarebbe stata troppo dura. Così s’era imbarcata la strana coppia di Pippo e Diana. Che pensavano a farla fuori, rubarle la barca e andarsene via, sarebbe stato il loro tesoro, per cominciare una nuova vita. Polinesia, aspettaci, cose così. La buttarono in mare, con l’ancora ai piedi, chi l’avrebbe trovata.
Gli skipper però sono una comunità, e cominciarono a attivarsi, qualcuno insisteva con la polizia quando ancora le ricerche non erano scattate, così si misero in contatto l’uno con l’altro, gli skipper che giravano il Mediterraneo, se qualcuno avvistava quel catamarano, con quei colori. Qualche voce cominciò a giungere, qualche avvistamento, Santa Maria di Leuca, Reggio Calabria, San Vito Lo Capo, Marettimo, ma ai due gli diceva proprio culo. Poi invece quel corpo ancorato si disincagliò e finì sulla spiaggia di Senigallia. E si arrivò a Tunisi, dove beccarono i tre, il terzo era salito a bordo il giorno dopo l’omicidio di Annarita.
A De Cristofaro, diedero in primo grado trentotto anni e in appello l’ergastolo, ma nel 2007 scompare dopo un permesso dal carcere di Opera. Lo riprendono a Utrecht, in Olanda, e lo rimandano in Italia. Nel 2014 un altro permesso, stavolta dal carcere di Porto Azzurro. E un’altra fuga. Quando evase la seconda volta, Diana – intanto s’era rifatta una vita, aveva tre figli – disse che aveva paura di quell’uomo. Si chiese come fosse stato possibile che era evaso una seconda volta. A lei avevano dato sei anni e sei mesi per concorso in omicidio, ma scontò solo quindici mesi perché ottenne la libertà condizionale, e se ne tornò in Olanda. Al terzo, quello del cane lupo, gli affibbiarono solo il furto della barca, si fece poco.
Ora, l’hanno preso di nuovo, a Pippo. La Squadra mobile di Ancona non aveva mai mollato il caso. Forse l’hanno fatto per la propria professionalità.
Forse l’hanno fatto per Annarita.

Roma, 20 maggio 2016
pubblicato su “il dubbio” quotidiano del 21 maggio 2016

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