Primarie a New York, vincono Clinton e Trump.

Tutto è andato come era previsto. Hillary Clinton ha vinto le primarie democratiche dello Stato di New York, e Trump quelle repubblicane. All’incirca, però. Perché c’è stato un momento, nello spoglio, che lo scarto tra Clinton e Sanders era minimo, e “The Donald” aveva a che fare con un osso più duro del previsto, Kasich. Trump aveva già parlato di brogli e di strane manovre dopo aver preso uno stop nel Wisconsin, pochi giorni fa. Di brogli non saprei dire, ma che la macchina repubblicana si fosse pesantemente mossa per bloccarlo, o quanto meno per non dargliela stravinta, questo era sotto gli occhi di tutti, e per il lavorio di lobbying e per un impegno maggiore di finanziamento nei passaggi pubblicitari soprattutto in televisione (Trump, stranamente, a New York ha speso relativamente poco, però è la “sua” città, quella della Trump Tower) a favore di Kasich.
Lo Stato di New York è ancora saldamente democratico: la Clinton, da sola, ha preso più voti di tutti i candidati repubblicani messi assieme, un milione circa di voti (a cui vanno aggiunti i settecentocinquantamila di Sanders) contro gli ottocentocinquantamila circa dell’ intero elefante repubblicano. Poi, se uno guarda la distribuzione del voto in tutto lo Stato, a esempio, mentre Trump ha vinto ovunque ma proprio ovunque (meno che – e è un segnale chiaro – a Manhattan, il business non si è ancora fidato di lui, del tutto, dove è passato Kasich), in casa democratica Sanders ha vinto quasi ovunque (ha perso a Rochester, Buffalo e Syracuse, i luoghi più popolosi) ma ha perso soprattutto a New York, la sua città – è nato a Brooklyn – e non quella di Clinton, che si sente “adottata”; Sanders ha perso a Brooklyn, nei Queens, nel Bronx, a Manhattan e nello Staten Island, ha perso in tutta la città, non solo dove ci sono i ricchi, ma dove la maggioranza è di neri e ispanici. E questo, insieme al fatto che, almeno stando ai rilevamenti, le donne a maggioranza votino la Clinton, lascia come base elettorale a Sanders quasi solo i maschi bianchi tra i 20 e i 45 anni, quelli che giornalisticamente sono stati definiti i Berniebros. Che usano molto la rete – il crowdfunding è molto largo per Sanders, anche se le quote individuali non sono alte, mentre per la Clinton c’è meno base di raccolta ma molto generosi donatori –, anche in forma aggressiva, che sono molto sensibili a un discorso sulla diabolicità delle banche, che sono fortemente assertivi e motivati. Dice anche che il “partito” sta con la Clinton (tanto per dire, HC ha preso una marea di voti, sinora, negli Stati del Sud, dove la macchina del partito è saldamente nelle mani degli afro), e non con questo strano senatore-governatore di un posto strampalato e esotico come il Vermont (benché, qualche anno fa, il grandissimo David Mamet ci abbia dedicato un libro delizioso). Bill de Blasio, sindaco della Grande mela sta con la Clinton. E difatti non è che le abbia mandate a dire, Sanders, quando ha denunciato la “scomparsa” di centoventicinquemila elettori democratici regolarmente iscritti. La verità è che ne sono scomparsi centoventicinquemila ma ne sono stati registrati altri sessantatremila, però nessuno riesce a spiegare cosa sia successo, e de Blasio ha promesso un’indagine e un chiarimento. Però, Sanders ha ragione quando dice che è assurdo che tre milioni di cittadini newyorkesi non abbiano potuto votare perché registrati come indipendenti, anche se questa è la legge, augurandosi che qualcosa cambi, in futuro. In futuro, però, perché a New York ormai le chiacchiere stanno a zero.
Ora, spulciando con attenzione i dati, dalla parte repubblicana Trump ha preso circa il 60 percento di voti e ben 89 delegati, mentre Kasich ha preso il 25 percento circa e un pugno di delegati. HC ha preso circa il 58 percento di voti e 135 delegati, e a Sanders sono andati circa il 42 percento di voti e 104 delegati. E cioè, non è un disastro per Sanders, mentre si fa più complicata in casa repubblicana il tentativo di ostacolare Trump. In genere, nella storia delle elezioni, il voto a New York arrivava quando i giochi erano finiti, o si compivano qui. Questa volta non è così. Rimangono ancora stati dove i giochi sono aperti, e rimane soprattutto la California, che assegna 546 delegati, dove si voterà a giugno. Rimangono ancora da assegnare, per i democratici, 1567 delegati, e considerando che in tutto sono 4764 parliamo di un terzo ancora in gioco, di cui, a sua volta, un terzo si deciderà in California. Poi, certo, ci sono i superdelegati (di cui fanno parte anche presidente e vicepresidente, cioè Obama e Biden) e cioè senatori e deputati, la macchina. Una parte ha già preso posizione, il resto sta a guardare, ma non è che abbia molto tempo, che poi si diventa invisi. E se non riesco a immaginare il carattere di zio Bernie, penso che diventare invisi a HC non sia proprio una buona idea.
Dopo il voto, la Clinton ha detto nel suo breve speech che The victoty is in the sight, la vittoria è a portata di mano. Più o meno quello che ci si aspettava. La vera sorpresa però è stato The Donald. Non ha aggredito o sfottuto gli avversari, interni e esterni: a the lying Cruz (Cruz il mendace), come lo chiamava sempre, si è rivolto formalmente come il Senatore Cruz, e per la Clinton (cui ha appiccicato sinora the crooked Clinton, la sbilenca Clinton, però anche metaforicamente, una sulla cui onestà non è che ci puoi mettere la mano) ha usato il Miss Clinton, la Signora Clinton. Niente battutacce, niente ingiurie, insomma per un giorno è stato riposto tutto il repertorio che sinora gli ha attirato le critiche degli opinionisti, ma anche la simpatia della pancia repubblicana. Non solo: Trump è apparso presidenziale – una cosa che deve avere preparato a lungo con il suo staff, evidentemente convinto che ce l’avrebbe fatta – e praticamente per la prima volta ha parlato di economia, un argomento sinora poco toccato, se non estrosamente. Ha detto che Our jobs are being sucked out of our States – i nostri posti di lavoro, li stanno succhiando via da casa nostra. Che si prepari ai prossimi spogli – si vota in Pennsylvania, Rhode Island, Connecticut, Delaware e Maryland, dove la crisi ha colpito – o sia un cambio di immagine, staremo a vedere.
Si tengono cinque primarie, la prossima settimana. Questa corsa dei candidati si sta rivelando davvero interessante, se la smettessimo di guardarla come fosse folklore. Si sta decidendo la presidenza della più grande potenza mai apparsa nella storia, eh.

Nicotera, 20 aprile 2016
pubblicato su «il dubbio», quotidiano
foto da the libertarian republic

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