È guerra civile, dunque. Guerra civile del mondo.

mccullin_marineGuerra civile delle coincidenze, anzitutto: nel giorno in cui il Pentagono americano approva la possibilità per le donne arruolate nell’US Army di combattere in prima linea e nelle forze speciali, appare la prima donna mass shooter, cecchino di massa, è Tashfeen Malik, moglie di Syed Farook, sparatutto di San Bernardino, California, bardata come in Call of Duty, n-versione. Una fondamentalista, una terrorista, un’americana. Ogni cosa si rovescia nel suo contrario, ogni cosa insegue il suo contrario. Siamo tutti nello stesso campo di battaglia. E come potrebbe essere altrimenti, è la tecnologia che ci rende coevi, contemporanei, per quanto distanti, opposite possano essere le idee, i sentimenti, le abitudini, le credenze. Che siano le chat dove lasciare ultimi messaggi, le playstation per passare il tempo intanto che andremo a uccidere, o gli smartphone con cui riprendere scene cruente o i fucili mitragliatori d’assalto, usiamo le stesse tecnologie. E di cos’altro sono fatte le civiltà? Qui non c’è l’archibugio contro la pietra di ossidiana. Possiamo perciò riconoscerci come uomini dello stesso tempo, come nemici disumani e mortali dello stesso tempo. Dello stesso spazio, questo, il mondo. Just another day in the United States of America. Another day of gunfire, panic and fear. È solo un altro giorno in America. Un altro giorno di sparatorie, panico, terrore. James Cook, BBC. Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Non c’è alcuna mediazione nella guerra civile, non ci sarà neppure una pace di Augusta alla fine, con il suo cuius regio, eius religio – che ogni terra abbia la sua fede. Era già così. Questa non è una guerra tra Stati, monarchie, nazioni, ideologie, religioni. É una guerra del mondo, nel mondo tutto, nel tutto-mondo. La guerra civile finisce quando l’ultimo nemico muore, e con lui periremo noi stessi, quelli che vinceranno, il nostro mondo. Questo è il destino del nostro nemico, questo è il nostro destino. Non c’è Altro in questo mondo. Altro in questo mondo non c’è da tempo, sono le nostre magnifiche sorti progressive: il Moderno rinasce non dalle ceneri del postmoderno, ma dov’era solo il Nulla, il Passato, Abu Dhabi sta sulla strada tra Monaco e Francoforte e sembra uno sconfinato residence per ricchi californiani, e ci sono pure gli stessi grattacieli col bosco verticale di Boeri a Milano. Non c’è una guerra contro l’Altro. Non c’è nient’altro oltre l’occidente. Lo dicevamo con fierezza, appena ieri. Questa è una guerra dentro l’occidente.

Vogliamo combatterla con i Mirage 2000N, i Sukhoi Su-24, le cannoniere, la bomba nucleare? Più è grande la nostra potenza tecnologica distruttiva più questa si fa diffusa, si riversa dentro il fare minuto dell’uomo. Più ci avviciniamo al Divino – alla potenza distruttrice e creatrice – e più tutto questo diventa democratico. Popolare, pop. Warhol non ebbe il tempo di serigrafare Dio né di fissarlo in una sua Polaroid, o forse lo fece nelle sue mille riproduzioni. Quest’islam è pop, forse per questo attira così tanti giovani. Un singolo uomo può uccidere centinaia di persone. Può farlo in modo sofisticato, oppure può farlo inzeppando di fertilizzante comprato dal droghiere una pentola a pressione, uno zainetto o un camioncino lasciati tra la folla. La sensazione di potenza, il risultato dell’immenso potere di devastazione, è quella, decidere la vita e la morte. Farsi Caso, essere Destino. Degli altri, di sé. Salvare, perire. Gli altri, se stessi. Calamita folli e zelanti, cinici e martiri, pazzi e santi. Spesso, sono tutta una cosa. Il nichilismo della morte di Dio s’è fatto nichilismo per il Suo avvento. Il punk venato di ascesi ha trionfato ovunque: No future. E che il paradiso accolga chi deve e sa. Si uccide a raffica in una clinica per aborti, si uccide a raffica in un’isola gaia di gioventù nordica, si uccide a raffica davanti a un bistrot. Il n’y a pas des innocents. D’altronde, quale superbia, quale stupidità ancora potrebbe farci dire innocenti? Noi siamo i Cacciati. Noi aspettiamo sempre di essere accolti per il Ritorno.

La madre di tutte le guerre ha partorito la fine di tutte le guerre. Non perché sia asimmetrica, religiosa, ma perché non prevede la pace, un trattato, nuovi confini, diverse acquisizioni, una qualche differente configurazione geopolitica: è guerra per l’uomo, dentro l’umano. Possiamo pure vederla così, se vogliamo: grandi potenze e potenze regionali che si battono per una diversa stabilizzazione dell’area, e la titolazione delle risorse. Forse, bisognerà dare il Kurdistan ai curdi, che gliel’avevamo promesso nel 1920, al Trattato di Sèvres, dopo la Grande guerra, e ridefinire tutti quegli Stati che abbiamo inventato, tracciando confini come fosse il far west, la Siria, l’Iraq, il Libano, il Kuwait, eccetera. Forse potremmo tornare all’Impero ottomano, magari facendone un’entità federale – potremmo chiamarlo Califfato. Un protettorato. The past is never dead. It’s not even past. Il passato non muore mai, non è mai passato: Faulkner. Si troveranno e sostituiranno principi, imam, dinastie, militari, finché wahabiti e sciiti non si siederanno a un tavolo con una proposta che non possono rifiutare. Possiamo vederla così, se vogliamo: un campo occidentale rissoso, intanto, come il campo nemico di Agramante che Orlando decollerà alla fine della battaglia, e dopo aver ritrovato il senno; e una sciamannata carovana di cammellieri che hanno pensato di attraversare il deserto con solo sei datteri e giungere fino a qua, a depredarci, a violare le nostre donne, a rapire i nostri figli, calpestando intanto suoli per noi sacri e inviolabili. Suoli di risorse, per il nostro immaginario, per l’Arca perduta della nostra civiltà, e per la nostra art de vivre: petrolio en barrique, annata 2015.

Potremmo vederla così. E pensare di sganciare una bomba nucleare su Raqqa o Aleppo, potrebbero farlo i russi o gli americani, ci si può mettere d’accordo su questo. Tanto per farci capire. Con una stampante 3 D ricostruiremo poi Palmira, i Buddha di Bamiyan e quel che hanno distrutto loro e il resto e quel che distruggeremo noi, sarà una nuova Disneyland, lì dov’erano Assiri e Babilonesi, lì dov’erano i Grandi fiumi dell’uomo, lì dove è nato il linguaggio e quindi i libri delle religioni, ma non è ormai così tutto il mondo? Qualcuno potrebbe vestirsi da Mosè, qualcuno da Maometto, qualcuno da Dio, verranno dei selfie strepitosi. E potremmo intanto internare tutti i musulmani d’occidente – come fecero gli americani con i giapponesi dopo Pearl Harbour, sarebbe un’impresa titanica, ma non è certo la capacità logistica che ci manca. Sono già a milioni di milioni gli uomini che vivono in tende, cacando su terre provvisorie che non potranno mai essere fertili.

Potremmo vederla così e peccare di scarsa immaginazione. Giocare a un gioco da tavolo, ora che viene natale. Tutte queste sofferenze, e non cambia niente, Carrie Mathison, Homeland. Quale straordinario tempo ci sta toccando, invece, senza merito. La nostra Storia sembrava finita, il mondo ci s’era asservito. Niente ne restava fuori. Persino una crisi grave del nostro cuore, della nostra anima, quella economica del 2007, si andava riassorbendo. Abbiamo ormai i pacemaker per i sussulti ventricolari della finanza. E invece, d’improvviso, la Storia si squarcia e diventa orribile. Come è sempre, la Storia, quando si risveglia. Nell’orrore. Umana. Accelera d’improvviso, scarta, piroetta, si capovolge. La sua fiacchezza, il suo declino, solo una falsa opinione. Abbiamo un Nemico, finalmente. Figli di secondo letto che abbiamo allevato distratti. Ci odiano perché sono come noi. Li odiamo perché ci ricordano noi. Quelli che arrivano qui vogliono vivere come noi, ma quelli che ci combattono vogliono essere noi. Loro al posto nostro. Il potere del mondo. Abbiamo un nemico, siamo noi stessi. La nostra stessa potenza. Le nostre forme di società, le nostre forme di potere. Li conosciamo bene, altroché. Vedremo perciò l’orrore fino in fondo, vedremo di nuovo la Storia. Affrontiamola a schiena dritta, con decoro. Appuntate sul nostro petto le vostre patacche della diserzione, del disonore: non ci arruoliamo in questa rappresentazione del mondo, non voteremo i crediti di guerra. Qui non c’è dove scegliere e trincerarsi, la battaglia sarà come a Kobane, via per via, casa per casa, cortile per cortile. Non siamo codardi: ci batteremo. Siamo pieni di compassione, per noi, per il nemico, per gli innocenti, per questo saremo crudeli. Siamo terrorizzati, da noi, dal nemico, dagli innocenti, per questo lotteremo. Che grande pericolo che corriamo, quello di perdere. Che grande rischio che corriamo, quello di vincere. E quando mai la Storia s’è fatta senza rischio e pericolo?

Horror… Horror has a face… and you must make a friend of horror. Horror and moral terror are your friends. If they are not, then they are enemies to be feared. They are truly enemies! L’orrore… l’orrore ha un volto… e devi fartelo amico, l’orrore. Terrore morale e orrore sono i tuoi amici. Se non lo sono, essi sono nemici da temere, nemici veri. Il colonnello Walter E. Kurtz. Apocalypse Now.

Nicotera, 6 dicembre 2015

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