Je vous ai compris. De Gaulle, Algeri. 1958.

attentato-algeriCredo che il primo a dirlo da noi sia stato George Bush. W. Era il 2003 e W. venne in Europa e fece una conferenza stampa con il primo ministro inglese Blair. T. Disse: «Once again we’re reminded of the devil these terrorist pose to innocent people everywhere and to our way of life». Our way of life, il nostro modo di vivere. Poi, lo ripeté lo spagnolo Javier Solana, allora Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea, nel 2004, due settimane dopo gli attentati di Madrid. Lo disse in un’intervista al settimanale tedesco «Bild am Sonntag»: «We must not change our way of life». Poi fu la volta, solenne, della regina Elisabetta, dopo gli attentati di Londra. Aveva un vestito lilla, quel giorno, e i capelli acconciati come una parrucca della Camera dei Lord. Disse dieci parole: «They will not make us change our way of life». Adesso tocca a Hollande. Il 16 novembre, davanti all’Assemblea nazionale e al Senato riuniti in Congresso ha detto che i terroristi vogliono «tuér notre art de vivre». Art de vivre. In francese suona molto più bello. Così, è passata un po’ l’idea che gli attentati siano contro il nostro chardonnay, le nostre baguette, i nostri bistrot, il nostro camembert, le nostre partite di pallone e il nostro rock’n’roll. La nostra arte di vivere.

Si sono contati circa 80mila hashtag dopo gli attentati di Parigi. Alcuni erano immediatamente legati a questa percezione dell’arte di vivere messa sotto attacco dal fondamentalismo. Così, oltre a #Bataclan e ovviamente #PrayForParis e #JeSuisParis, hanno avuto molto seguito #JeSuisEnTerrasse e #Tousaubistrot. È un moto di solidarietà e comunicazione che ha avuto gran circolazione dopo gli attentati di gennaio al settimanale «Charlie Hebdo» e al supermercato kosher. Allora, girò moltissimo #JesuisCharlie e anche, molto meno, #Jesuisjuif. Stavolta, a nessuno è passato per la mente di scrivere, a esempio, #tousensynagogue. Era forse off topic? Eppure, l’attacco al Bataclan sembra sia stato dettato soprattutto dall’errata convinzione che fosse ancora di proprietà di un ebreo. Ma probabilmente avremmo avuto difficoltà a trovarla, una sinagoga: in diverse capitali d’Europa le sinagoghe provano a essere invisibili. Troppa paura di attirare l’attenzione. L’essere ebreo non sembra faccia parte della nostra art de vivre. Nel 2013, tremiladuecentottantotto ebrei hanno lasciato la Francia per andare a vivere in Israele, un incremento del 72 percento rispetto al 2012. E solo nei primi mesi del 2014 erano stati millequattrocentosette, quattro volte di più che nello stesso periodo dell’anno precedente. Non ho dati più recenti, ma mi viene da credere che i numeri siano in aumento. Come sono stati in aumento, ovunque in Europa, gli atti di aggressione contro gli ebrei, i loro luoghi di culto, le loro scuole, i loro cimiteri. Eppure, questa nostra Europa, ha tra le sue Grundnorme, le sue norme di fondamento, non solo l’orrore della guerra ma Auschwitz. Auschwitz è la pietra di questa chiesa chiamata Europa. Il lento gocciolio degli ebrei europei verso Israele è già, da tempo, la fine di quest’Europa.

Non era vero che il nostro modo di vivere non sarebbe cambiato. E non è vero che la nostra art de vivre non cambierà. Vivremo come a Gerusalemme o nel Negev o a Tel Aviv, perennemente in guerra? Anche a Tel Aviv ci sono bistrot e nel Negev si produce un buon vino. Ma la guerra è ovunque, imprescindibile. Dice che dovremmo imparare da quella democrazia armata. Si vota, c’è un parlamento, i partiti, si cambiano i governi. A uno di qui verrebbe da pensare che le opzioni siano abbastanza nette e semplici da capire: vuoi la guerra o vuoi un trattato? E se vuoi la guerra voti per questo e se vuoi un trattato voti per quello. Anche se cresce la disoccupazione, anche se la crisi economica ha colpito Israele, come tutti i paesi, alla fine della fiera la questione della guerra e della pace, dei Territori è quella che determina l’orientamento di voto. Quindi, semplice. Invece no. Ci sono più partiti in Israele che nel governo di Prodi, e le alleanze per formare i governi farebbero inorgoglire di limpidezza politica Mastella e Bertinotti rispetto a quel governo. Forse ci sono molti modi di dire guerra e molti modi di dire trattato. Forse, come gli Inuit hanno cento modi di declinare la parola “neve”, in Israele avranno imparato cento modi per declinare la parola “terrorismo”. Si può vivere in mezzo alla neve della Groenlandia, se riesci a definirne le forme. Si può vivere dentro il terrorismo, se riesci a definirne le forme. In una recente intervista al «Foglio», Alex Fishman, l’esperto di sicurezza del maggiore quotidiano israeliano, «Yedioth Ahronoth», ha detto: «In Israele ogni spazio pubblico, ogni scuola, centro sportivo e supermercato è protetto da guardie armate. In ogni luogo pubblico c’è un metal detector. In Israele il terrorismo è parte del Dna della società». Ecco, questa cosa qua. Dev’essere anche questa, soprattutto questa, art de vivre. Non credo che riuscirei a vivere in Groenlandia.

Hollande non ha mai detto una volta, nel suo discorso, la parola Stato islamico. Lo ha chiamato Daesh – si scrive anche Daiish, Da’esh o Daech –, che è un acronimo arabo e sta per “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”, insomma l’Is, o Isis o Isil, a seconda delle lingue e dei governi. Ma «lo Stato» è una parola sacrée in francese. E non va sprecata, sarebbe blasfemo. Con un approccio diverso, legato ai suoi solenni impegni rispetto alle truppe in Afghanistan e Iraq, ma simile, il presidente Obama ha detto che non si può dichiarare la guerra all’Is perché l’Is non è uno Stato. Si può bombardare, ma non gli si può dichiarare guerra. Tempo fa, circolò in Rete un documento che si intitolava “Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare”. C’erano interviste al Capo dell’Ufficio per la Protezione del Consumatore e a quella della Divisione per i Reclami del Consumatore; poi, si spiegava la Hisba, la polizia che ordina il bene e proibisce il male, e come funzionava la polizia islamica stradale, una sicurezza per i cittadini; poi, ancora, la raccolta della zaqat, la decima, la produzione e distribuzione del pane, e infine la nuova moneta, perché, sia resa grazie a Allah, era tornato il Dinar. Insomma, uno Stato. Certo, sporca propaganda, però. Una sovranità territoriale. Riconoscere che il Gran Califfo dell’Orrore, al Baghdadi, è riuscito a mettere assieme uno Stato, significherebbe riconoscere che i suoi shahid sono soldati. Che gli attentatori di Parigi sono soldati. Sono terroristi e soldati. Sì, è vero, molti vengono dalle periferie francesi, o belghe, ma questo spiega poco, non più di quanto potrebbero spiegare le biografie degli attentatori del 12 novembre a Beirut. Oppure del novembre 2008 a Mumbai. Oppure eccetera eccetera. Ci sono di quelli che vengono da fronti diversi, il fronte afghano, il fronte iraqeno, il fronte siriano, il fronte libico, il fronte yemenita, il fronte libanese. Ci sono pure di quelli che hanno vissuto più fronti. La guerra appartiene ormai al loro Dna. Strani soldati, come strane sono queste guerre. Noi, a esempio, ci affidiamo molto ai contractor. E i nostri contractor vengono da fronti diversi, il fronte afghano, il fronte iraqeno, il fronte siriano, il fronte libico, il fronte yemenita, il fronte libanese. Ci sono pure di quelli che hanno vissuto più fronti. La guerra appartiene ormai al loro Dna. Al nostro Dna.

Dalla portaerei francese Charles de Gaulle, in navigazione nel Mediterraneo orientale, sono partite ieri le prime missioni per bombardare le postazioni dell’Is. Il 22 agosto 1962 il presidente francese Charles de Gaulle sfugge miracolosamente a un doppio attentato alle porte di Parigi. Negli ultimi mesi, da quando la politica favorevole all’autodeterminazione dell’Algeria, promossa da de Gaulle, con il pieno sostegno della maggioranza dei francesi, era giunta alla sua fase culminante, i plasticage, gli attentati al plastico, prima limitati a Algeri e Orano, si erano moltiplicati sul territorio francese, seminando il terrore. Tra il 15 e il 21 gennaio del 1962 si erano registrati quaranta attentati al plastico, venticinque dei quali alla periferia di Parigi nella sola notte del 18 gennaio, altri trentatré tra il 22 e il 28 dello stesso mese, ancora trentaquattro tra il 5 e l’11 febbraio. Un crescendo di terrore senza precedenti, ma ancora ben lontano dall’emulare la violenza che stava insanguinando l’Algeria, dove nel solo mese di gennaio del 1962 si erano verificati oltre ottocento attentati. Nella prima quindicina del febbraio successivo gli attentati erano stati 507, provocando 256 morti e 490 feriti. Principale responsabile di questo bagno di sangue era l’Oas, l’Organisation de l’Armée Secrète, costituita nel febbraio del 1961 da alcuni leader ultras dell’attivismo pro Algeria francese, con il sostegno di un generale infedele, Raoul Salan, disposto, dopo il fallimento del tentativo di colpo di stato, organizzato nell’aprile del 1961, a contrastare con ogni mezzo la politica gollista di “abbandono” dell’Algeria [fonte in Rete: storiain.net]. Tra il maggio 1961 e il settembre 1962 l’Oas uccise 2.700 persone, di cui 2.400 algerini. In Francia, l’attentato più terribile era stato quello del 18 giugno 1961, quando una bomba colpì il treno Strasburgo-Parigi a Vitry-Le-François. Ventotto morti. Non andavano per il sottile quelli dell’Oas. Molti erano soldati, venivano dal fronte dell’Indocina. Erano soldati e terroristi. Impegnati in una strana guerra. Francesi contro francesi; più o meno quello che ha detto Hollande al Congresso: «Ce sont des Français qui ont tué vendredi d’autres Français». Per colpire André Malraux, ministro della Cultura di de Gaulle, misero del plastico sotto la finestra sbagliata, sfigurando e accecando una bambina di quattro anni. Indignazione generale, manifestazione imponente per la “difesa repubblicana” indetta dalla sinistra. La polizia carica, i manifestanti fuggono, si accalcano nella scala di accesso alla stazione Charonne della metropolitana. Nella calca, nella ressa, nove morti, decine di feriti. Poi, finalmente, l’indipendenza dell’Algeria. E la fine dell’Oas. Tutto in un pugno d’anni, dal 1958 – «Je vous ai compris», aveva detto de Gaulle ai coloni francesi dal balcone del Governatorato di Algeri – al referendum. «Approuvez-vous le projet de loi soumis au peuple français par le président de la République et concernant l’autodétermination des populations algériennes et l’organisation des pouvoirs publics en Algérie avant l’autodétermination?» Votarono Oui 17.447.669 francesi, il settantacinque per cento. Non ne potevano più di quella guerra. Nel 1968, De Gaulle amnistiò tutti quelli dell’Oas. Sono le strane ricorrenze della Storia. È la strana asimmetria della Storia.

Nicotera, 24 novembre 2015

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