Da Budapest a Vienna, da Selma a Montgomery.

Migranti-marcia-AustriaDavanti ci sono gli zoppi e gli sciancati, quelli in carrozzella e quelli con le stampelle, gli orbi e i ciechi. Gli ultimi, i perduti, gli abbandonati. Perché – così dicono tutte le Scritture – di loro è il Regno dei Cieli. E perché – così dicono tutte le Carte costituzionali – di loro è ogni Repubblica dei Diritti. Anche se grande è il timore di chi è in marcia. Nessuno ascolta più la voce delle Scritture. E per quanto riguarda i diritti, in questa Europa davanti alla Legge tutti i cittadini sono uguali, ma non tutti sono cittadini. Ma i primi restano gli zoppi e gli sciancati, perché saranno loro a battere il passo, non sarà una corsa, ma un lento cammino. Una nuova via Romea si è aperta nel cuore dell’Europa, ha spaccato il suo cuore. Va da Budapest a Vienna, ma potrebbe arrivare a Santiago di Compostela.
Davanti ci sono le donne e i bambini, come è giusto che sia in ogni Esodo, quando si fugge dall’esercito del Faraone e si cerca una terra promessa. Davanti c’è il futuro e la possibilità di crearlo. Non sono i più forti a segnare il passo, non sono i più giovani, i più robusti, ma i più lenti, quelli che sempre restano indietro. Perché stavolta nessuno può restare indietro. E quando le frontiere si apriranno come Mar Rosso al loro passaggio tutti attraverseranno. Anche Mosè, se un Mosè è con loro, questa volta arriverà alla Terra promessa.
Di nuovo i Turchi arriveranno sotto le porte di Vienna, ma stavolta non portano guerra, stavolta il cristianesimo non è minacciato. Stavolta, semmai, sembra una Crociata dei bambini che cercano la loro Gerusalemme lasciandosi alle spalle la Mecca. Il mondo, si sa, va geograficamente mettendosi sottosopra.
Stavolta sono loro stessi le reliquie di santità, quei bambini, quelle madri, quei giovani, quegli uomini. Chi ha il suo profeta in Gesù, lo starà pregando; chi ha il suo profeta in Maometto, lo starà pregando; chi ha il suo profeta in Zoroastro, lo starà pregando; chi ha il suo profeta in Ocalan, magari non lo sta pregando, gli manda un pensiero, sperando che della resistenza di quell’uomo possa arrivare anche solo un’unghia a lui.
A piedi andranno, a coprire quei duecentocinquanta chilometri che li separano da Vienna. Duecentocinquanta chilometri di vergogna, duecentocinquanta chilometri di gloria. Come la marcia da Selma a Montgomey, cinquant’anni fa: ottantasette chilometri di vergogna, ottantasette chilometri di gloria. Coi carrelli della spesa o un qualche carretto da tirare dove hanno messo qualche loro cosa, qualche reliquia del mondo che era. Come fossero il padre e il figlio di Cormac McCarthy, dopo l’apocalisse. Sulla strada.
Perché a piedi si va quando tutto sta finendo – ogni umana pietà, ogni legge, ogni sacro gesto di accoglienza dello straniero – e rimangono solo cuori induriti. A piedi ci spostiamo, quando viene l’apocalisse, con cos’altro potremmo. Ricominciamo da capo, questa è l’apocalisse. A piedi arriveranno. They shall overcome. Loro arriveranno.
Attraverseranno ponti e viadotti, semafori e rotonde, svincoli e ingressi, non guarderanno i segnali perché vedono solo avanti. Avanti. Avanti!
Zingari e siriani, yazidi e iraqeni. Chissà cos’altro. È su quel percorso che sta nascendo l’Europa, un’Europa strana che nessun Trattato – Dublino, Schengen, Lisbona – ha mai previsto, perché si pensava a nazioni e confini, dazi e dogane, e non all’umanità reietta, disperata, ultima.
Quaranta giorni durerà il loro cammino, come quaranta furono gli anni nel deserto. E avranno la pioggia, e avranno il vento, e avranno il caldo soffocante e la sete, e si ripareranno come possono, ma niente potrà fermarli. Le Scritture sono con loro. I Diritti sono con loro.
Dovremmo metterci in marcia tutti, zingari dell’Est e negri del Mediterraneo, siriani e eritrei, da Sud e da Est. E svevi e lusitani, da Nord e da Ovest. Perché qui si va costruendo l’Europa. Sulla strada.

Nicotera, 5 settembre 2015

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