Cacciamo l’Ungheria fuori dall’Europa. A calci in culo, se necessario

muro_ungheriaAvevo sette anni. Papà, che lavorava la notte come correttore di bozza alla «Gazzetta del Sud» – era il suo secondo lavoro, per dare decoro alla famiglia, di mestiere faceva il maestro – portò a casa questa foto. Non era mai successo, e da questo capii l’importanza della cosa, gli conferiva il significato di un evento storico. C’era la testa enorme di una
statua che doveva essere stata grande come il Colosso di Rodi, rotolata giù, e sopra quella rovina un gruppo di giovani armati, uomini e donne sorridenti, guardavano dritto verso di me. Era la rivolta ungherese del ’56. E la statua era Giuseppe Stalin. Avevo già letto I ragazzi della Via Pál, e sapevo il valore del coraggio, della dedizione ai propri fratelli e del rispetto per il nemico, amavo Boka e i suoi compagni, ma anche il capo delle Camicie rosse, che non infieriva mai sui deboli. Odiavo il traditore Gereb. Gli ungheresi erano buoni, forti e coraggiosi. E giocavano a calcio da dei, c’erano Puskas, Hidegkuti, Kocsis, e una delle più grandi squadre nazionali che mai abbiano calpestato l’erba di uno stadio. C’era il centravanti arretrato. Ah, le meraviglie dell’Ungheria. Volevo diventare ungherese anch’io.
E così con quella foto portata da papà, e il racconto di Molnár, forse per un gioco di imprinting o perché a quell’età cominci a pensare da quale parte del mondo stare, decisi che sarei sempre stato dalla parte di chi combatte i tiranni, che mi sarei ribellato, e che avrei impugnato le armi – di giocare da dio al calcio non m’è mai riuscito granché. E che lo avrei fatto con i miei ragazzi della via Pál. Sarei stato ungherese anch’io. Da grande – ormai avevo letto tutto Lukacs, e continuo a considerare Storia e coscienza di classe e Teoria del romanzo due tra i più importanti libri del Novecento –, quando andammo con mia moglie a Budapest, cercai la via Pál e trovai solo un muro. Non ne fui poi così deluso, sapevo già quanto contasse l’immaginazione e il sogno. Ho ancora con me quella foto portata a casa da papà.
Il governo ungherese di Viktor Orbán sta costruendo il suo muro di duecento chilometri per fermare il passaggio dei profughi e immigrati. Che sia un lungo serpente di filo spinato tenuto da enormi pilastri di acciaio non cambia molto la cosa. Ci saranno i soldati, lungo il muro, per impedire di passare, forse magari sparando. Il muro lo stanno costruendo lungo la linea di confine con la Serbia, nell’Ungheria meridionale. Tengono gli immigrati in campi, come a Mórahalom, e poi li spostano a Pécs, dalla parte del confine con la Croazia e li spediscono in vagoni piombati a Budapest. Non so se è prevista una «soluzione finale». Una volta tutto questo era territorio dell’Impero austro-ungarico, quando l’Ungheria era Europa, il cuore dell’Europa. Quando la cultura ungherese rivendicava la sua “centralità” e il suo storico rapporto – culturale, politico – con la Germania. Era il “centro” dell’Europa. Poi, il nazismo, la Seconda guerra mondiale, l’assoggettamento all’impero sovietico ne hanno allontanato l’orbita, come successe per Praga, per Sofia. Divennero “Europa dell’Est”.
Ah, ma quando si ribellarono ai russi, nel ’56, eccome se era Europa, tutti lì a stare contro i carri armati sovietici, e gli americani, e gli inglesi. I democratici, ah sì. La coscienza liberale, ah sì. E i socialisti di tutto il mondo, ah sì. Meno i comunisti, certo. Quelli che fecero una figura di merda furono i comunisti italiani: la crisi del ’56 li attraversò, ma alla fine fu quasi solo Antonio Giolitti a andarsene, mentre tutti i “grandi” del partito – e i Pajetta, e gli Ingrao, sotto il pugno di Togliatti che aveva pure votato per l’impiccagione di Nagy – si schierarono senza se e senza ma dalla parte dei russi. Pure quel fine galantuomo di Giorgio Napolitano. Per carità, chi sono io per giudicare?
Per mesi, la questione greca ha occupato le prime pagine dei giornali e tutta la sensibilità politica d’Europa. Si trattava di un debito pubblico, di un Pil che sfiora il due per cento di quello europeo, una bazzecola. E i leader europei, la Merkel, Hollande, si sentivano e si incontravano a più riprese, e la Merkel non ci dormiva la notte che la mattina arrivava tutta spiegazzata, e interveniva il Fondo monetario internazionale, e Draghi cercava uno spiraglio per giocare il ruolo della Banca centrale, e bisognava tenere a bada gli ego dei ministri delle Finanze tedesco, Schauble, e di quello greco, Varoufakis, e i greci sono andati a votare per un referendum, poi le trattative sono riprese, sembra si stia trovando un accordo. Ne siamo lieti. Mi chiedo perché un’uguale sensibilità, una medesima allerta non tocchi le corde dell’Europa mentre si sta costruendo un muro dentro la sua anima. Come se il muro di Berlino venisse rialzato. Forse che un muro nel cuore dell’Europa – l’inizio di una fortezza assediata che tiene lontano ogni speranza di rifugio, ogni viandante, ogni pellegrino – conta meno di un debito pubblico?
Da quando è al potere Orban le cose sono precipitate in Ungheria: perseguita i rom, vuole restringere internet, ammette e sostiene il paramilitarismo di un partito nazistoide, lo Jobbik, il “Movimento per un’Ungheria migliore” che fa impallidire le pagine del Mein Kampf. La storia non insegna niente e va bene, la memoria – furono cinquecentomila gli ebrei ungheresi che finirono a Auschwitz e Birkenau –, non serve a nulla, e va bene. Sanzioniamo Putin per la Crimea e l’Ucraina, e va bene. Abbiamo sanzionato l’Iran per il nucleare, e va bene. Che forse è meno giusto sanzionare l’Ungheria? Perché le nostre aziende, le nostre banche continuano a fare “affari” con l’Ungheria? L’Ungheria vuole rinchiudersi dentro muri di filo spinato? Si rinchiuda. Vedremo quanto dura. Vedremo se avranno abbastanza gulasc e peperoni da mangiare.
Dicono che l’Ungheria cresce e miracolosamente, che la produzione va a gonfie vele – c’entrerà qualcosa che, come altre nazioni dell’est, siano i “pupilli” di banche e aziende tedesche? –, che le strade sono pulite e non ci sono disoccupati. Lo si poteva dire pure della Germania di Hitler o della Russia di Stalin. Questo non ne faceva dei paesi liberi. Perché abbiamo combattuto il nazismo, per vedere i rom di nuovo dentro i vagoni blindati? Perché abbiamo lottato contro lo stalinismo, per vedere alzare di nuovo muri nel cuore dell’Europa?
C’è una cosiddetta regola dell’opt out per i paesi aderenti alla Comunità europea, cioè di restare dentro ma non partecipare a una qualche decisione. Tipo, l’Irlanda e l’Inghilterra con gli accordi di Schengen, tipo la Danimarca sulla moneta, tipo la Polonia sulla Carta dei diritti, tipo la Svezia non mi ricordo su che. Ognuno fa un po’ come cazzo gli pare. Non so se esista una procedura per cui è la Comunità europea a esercitare un opt out rispetto i propri membri. Con la Grecia, e la Grexit paventata da Schauble, ci siamo arrivati pelo pelo. Però, ecco se una opzione simile ci fosse, andrebbe esercitata sull’Ungheria. Che se ne stiano fuori dai coglioni per un po’.
Una delle “favole storiche” che si raccontano a proposito dello sterminio degli ebrei è che nessuno sapeva davvero cosa accadesse a Auschwitz. Non era vero. Lo sapevano tutti cosa accadeva a Auschwitz, ma non era un buon argomento per motivare la guerra contro i tedeschi.
Ecco, adesso lo sappiamo tutti cosa sta accadendo a Budapest, Ungheria, Europa. Temo che anche la vita dei profughi e dei migranti non sia un buon argomento perché si mobilitino i cuori e le azioni della “nostra” Europa. La Merkel ci dorme la notte?

Nicotera, 13 agosto 2015

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11 risposte a Cacciamo l’Ungheria fuori dall’Europa. A calci in culo, se necessario

  1. zattere401 ha detto:

    se gli ungheresi son contenti ….

  2. Frank Eftapelagos ha detto:

    Nel 1999, un uomo di nome Haider, ed il suo partito, avevano vinto le elezioni in Austria.
    Avevo 16 anni e ricordo che l’Europa, indignata, si sollevò e minacciò sanzioni – finanche l’espulsione dalla UE – tuttavia, per molto molto meno rispetto a quanto sta accadendo in Ungheria.

    • caminiti ha detto:

      magari aspettano che anche orban si faccia fuori da sé andando a sbattere con l’automobile dopo avere alzato un po’ il gomito.
      non è un pensiero carino. mica per orban, dico. per l’europa.

  3. Roberto Bobbe ha detto:

    Ungheria, Spagna, Inghilterra, Austria, Francia, Malta, difendono i loro confini. Che facciamo? Li buttiamo tutti fuori dall’Europa?????

  4. Rosanna Costabile ha detto:

    un articolo, intelligente, puntuale e serio

  5. Blossom ha detto:

    E se minacciassimo di cacciare gli ungheresi dagli altri stati europei e prendere al posto loro i richiedenti asilo? Gli ungheresi definiscono i siriani degli economic migrants, oltre ad essere una schifosa bugia c’è da chiedergli: e voi che cavolo siete?

  6. gabriel ha detto:

    Ma vai affanculo prima di scrivere male di kobbik e do Orban pulisci il cesso che hai in bocca comunista sporco lurido

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