Hiroshima, settant’anni dopo.

HiroshimaSunao Tsuboi ha novant’anni. Ne aveva venti quando scoppiò la bomba su Hiroshima. Quella mattina stava andando alla sua classe. Fu tramortito dallo scoppio, cadde a terra svenuto. Riprese gradualmente i sensi. Non capì subito cos’era successo. Era coperto di sangue. La prima cosa che pensò fu: «Mi vendicherò di questo. Americani, farete bene a credermi». Si sentiva in guerra. Era ustionato in tutto il corpo e pensò di saltare nel fiume. Ma c’era già una folla di persone nel fiume. Così, non si buttò. E si salvò. Chi non era in grado di nuotare si aggrappava a chi gli stava vicino e entrambi andavano a fondo. Non aveva alcun documento addosso e non poteva dimostrare chi fosse. Così, si sedette, prese qualche pietra e sul marciapiede scarabocchiò: «Tsuboi è morto qui».
Morirono in centoquarantamila quel giorno a Hiroshima. Settantamila furono feriti. A Nagasaki, tre giorni dopo, ne morirono altri settantamila. Tsuboi si salvò. Adesso, dice che non sa come abbia fatto a arrivare a novant’anni, ma ogni minuto della sua vita l‘ha speso per testimoniare e per lottare contro le armi nucleari.
Gli storici, anche quelli militari, ormai concordano sul fatto che l’impiego dell’arma atomica non fosse necessaria per piegare l’Impero celeste. Il Giappone era già piegato. Chi volle la bomba sosteneva che serviva a risparmiare altre vite americane, ma la verità è che una parte dell’élite giapponese aveva già avviato dei contatti per arrivare a una pace dignitosa. Resisteva una parte dell’aristocrazia militare. Ma l’imperatore era già convinto di avere perso la guerra: anche lui si chiedeva come risparmiare altre vite giapponesi.
L’America volle mostrare al mondo cosa fosse capace di fare. Volle mostrare la sua potenza. In quei giorni del ’45 si pensava già a quale sarebbe stato l’assetto del dopoguerra, quale la spartizione del mondo. L’America ha sempre considerato il Pacifico una minaccia e una cosa sua. Pearl Harbor fu solo la dimostrazione di come stavano le cose.
E con l’esplodere della «guerra fredda» con l’Unione sovietica, con il ruolo di «contenimento» del comunismo nel mondo, non si poteva assolutamente avere un fronte scoperto: il Giappone andava assoggettato, il Giappone era solo una prossima base militare americana. E così andarono le cose.
Ci sono voluti quasi settant’anni perché si restituisse l’onore ai giapponesi, perché si cancellassero alcune pagine oscure della guerra americana. Prima lo ha fatto Clint Eastwood, al cinema, con il suo bellissimo Letters from Iwo Jima, dove in due film raccontava quella terribile battaglia da entrambi i punti di vista, quello americano e quello giapponese.
A modo suo, lo ha fatto James Ellroy, con il suo Perfidia, dove i suoi “eterni” personaggi che ruotano in una Los Angeles che va dall’inizio degli anni Quaranta fino ai Sessanta, dipanandosi in più trilogie, come un’epopea, trafficano per l’internamento dei giapponesi americani, accusandoli tutti di tradimento, e provando a arricchirsi alle loro spalle, sfruttando le fattorie e tutte le attività commerciali in cui eccellevano.
Nel mezzo, c’è lo splendido libro di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, che racconta la storia delle migliaia di giovani donne giapponesi – le cosiddette “spose in fotografia” – che giunsero in America all’inizio del Novecento. Seguirà l’arrivo a San Francisco, il lavoro sfibrante, la lotta per imparare una nuova lingua e capire una nuova cultura, il devastante arrivo della guerra, con l’attacco di Pearl Harbur e la decisione di Franklin D. Roosevelt di considerare i cittadini americani di origine giapponese come potenziali nemici.
Bastasse la memoria – come sembra dire l’Alto rappresentante Ue per gli affari esteri, Mogherini – a impedire nuove guerre, non dovremmo che augurare mill’anni di vita a Sunao Tsuboi. Purtroppo non è così. La memoria di Auschwitz non ha cancellato l’antisemitismo dal mondo. E le guerre si sono moltiplicate, convenzionali e asimmetriche, e che si sia sgozzati o bombardati non fa poi gran differenza per le vittime. È che la pace è una conquista faticosa. E la guerra si fa sovrappensiero.
Forse è questo che dovremmo ricordare ogni minuto della nostra vita.

Nicotera, 6 agosto 2015

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