Qui si fa l’Europa o si muore.

migranti_ponte_san_ludovicoIl trattato di Schengen ha compiuto ieri l’altro trent’anni. Fu firmato il 14 giugno del 1985. All’inizio c’erano il Benelux – e cioè i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo –, la Francia e la Germania. Firmarono su un battello, che si chiamava il Princesse Marie-Astrid e stava ancorato sul fiume Mosella, che attraversa i confini degli Stati. Una cosa per un verso un po’ d’altri tempi, e per un altro da oligarchi russi, però ci poteva pure stare. Poi, ognuno coi tempi suoi, aderirono l’Italia e via via tutti gli altri. Pure il Vaticano e il Principato di Monaco e San Marino, ci stanno dentro. La Gran Bretagna no, loro stanno solo dove possono cavarne un qualche interesse. Quando non gli va – e la moneta e questo e quello – fanno opt out. Si chiamano fuori. Come se l’Europa fosse una partita di cricket.
Per i trent’anni dell’accordo di Schengen, poteva essere una festa, magari un po’ cerimoniosa. Quelle cose con le fanfare e i tappeti rossi e i premier che sfilano un po’ impettiti. La Merkel con le sue giacchette pastello, Hollande con quell’aria da impiegato delle poste invitato a un momento speciale dell’azienda e si è messo il vestito buono, che gliel’ha prestato un cugino, e gli tira un po’ di maniche e gli va corto di pantaloni, e Renzi con le sue camicie bianche immacolate che se li fa fare su misura e il passo svelto che bisogna andare di corsa, manco fosse un bersagliere che sfonda a Porta Pia. Poi, foto ricordo.
Invece, l’unica foto che abbiamo è quella di poveri cristi sulla scogliera a Ponte San Ludovico a Ventimiglia, con addosso i fogli di alluminio che distribuisce la Croce rossa per ripararti dal freddo, per il primo soccorso, come quando li prendono dalle acque del Mediterraneo che stavano per affogare. Non li vogliono i francesi, e intanto, visto che quelli non intendono andarsene, qualcuno ha dato loro qualcosa per ripararsi, che a due passi dal mare l’aria è gelida di notte e ti entra nelle ossa. Sembrano comparse di un qualche film di fantascienza, sembrano sbarcati da qualche altro pianeta, a vedere cosa mai succede sulla Terra – forse è davvero così. Sono rimasti impigliati qua, l’astronave s’è guastata, e questo è quello che c’è. Col dito indicheranno il mare: telefono, casa.
Schengen è morto lì a Ponte San Ludovico. La Francia ha mandato la Gendarmerie per impedire ai profughi di entrare, l’Austria, che pure aveva firmato una bozza di intesa sulle quote si tira indietro, e Bolzano dice che si sente “appartenere” all’Austria e quindi da lì neppure si passa.
Libera circolazione degli uomini e delle cose. Spazio comune europeo. Niente più frontiere, niente più controlli, niente più passaporto. Suona bello. Come fosse un Erasmus universale. Suona così stonato, adesso. L’Europa muore lì, a Ponte San Ludovico.
Il nostro primo ministro, intervistato dal «Corriere della Sera» dice che lui va solo ai vertici istituzionali, e non a quelli in cui la Merkel e Schäuble decidono del destino della Grecia, però è proprio lì che si vanno decidendo le cose, e quando si fanno gli incontri istituzionali è già tutto bell’è pronto. E il fatto è che nessuno lo invita, benché anche noi si sia creditori della Grecia e quindi se vanno in default, o c’è la Grexit, perderemo un bel po’ di soldi, no, non le banche, sempre noi che paghiamo. E questa è proprio una colpa grave, quella d’aver lasciato la Grecia da sola, ovvero di non aver fatto i propri interessi, sempre con distinguo – e da mo’, che già pure Monti ci teneva a prendere le distanze –, che noi non abbiamo quel rapporto tra debito e Pil, che il nostro debito pubblico è sì alto ma non insostenibile come quello greco, che il nostro avanzo primario è fantastico, è solo che paghiamo una marea di interessi, che ci volete fare? Per la paura fottuta d’essere accomunati alla Grecia, la stessa paura che ebbero Portogallo e Irlanda, che ebbe la Spagna. Ognuno, in ordine sparso, a presentarsi col cappello in mano. In camera caritatis.
Però la foto con la camicia bianca se la sono fatta, il segretario del Partito socialista tedesco Achim Post, e Diederik Samson, del Partito del lavoro olandese, e Pedro Sanchez, il leader del Partito socialista spagnolo, e il primo ministro francese Manuel Valls. E Renzi. Doveva essere una festa dell’Unità. E quella era la sinistra europea. Giovane, aggressiva, ambiziosa. Se un’idea d’Europa avessimo voluto trovare da qualche parte, non l’avremmo cercata nel centrodestra europeo. L’avremmo cercata lì, in quella foto. Ma nessuno ha mosso un dito per la Grecia, nessuno ha indetto un incontro, una conferenza, un seminario. Nessuno ha fatto una dichiarazione comune. Tsipras e Varoufakis e milioni di greci sono stati lasciati soli a fronteggiare i “creditori”, cioè il Fondo monetario e la Banca europea. E la Merkel e Schäuble, che per un motivo che ci è ignoto – a meno che Schäuble non sia diventato ministro delle Finanze europee – parlano a nome dell’Europa nella trattativa con la Grecia.
D’altronde, da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina, tu hai visto mai che si riunisce un qualche straccio di partiti europei? La Mogherini rilascia delle interviste, ma a parlare con Putin, a siglare gli accordi di Minsk 1 e 2 ci vanno la Merkel e Hollande, lei sempre con le sue giacche pastello, lui con le maniche che tirano e i pantaloni troppo corti, che Putin, che c’ha il fisico, ci fa sempre un figurone.
L’Europa non è un pranzo di gala. Che non sia un pasto gratis, come amano ripetere sempre i liberisti, ormai devono averlo capito anche a Ouagadougou in Burkina Faso, a Freetown in Sierra Leone, a Abuja in Nigeria. Che non sia un pranzo di gala dovremmo capirlo noi. L’Europa è lotta e battaglie, è diritti e libertà. Nessuno ti regala niente. Ci fosse stato uno che abbia indetto uno sciopero, una manifestazione, un corteo, una protesta. Chiacchiere, analisi, documenti, a strafottere. E Tsipras di qua e Tsipras di là. La nuova sinistra, la coalizione sociale di Landini parla di tutto meno che di fare qualcosa per la Grecia, come non fosse quello un banco di prova. Che so una lettera della Fiom e dell’IG Metall tedesca, per dire, quattro righe. Nisba. Ci vediamo in autunno, sarà caldo. Sì, ciao core. È che si ha paura di passare per internazionalisti, roba che si portava il secolo scorso. È la paura di passare per internazionalisti che ci fotte, a noi.
Come non si debba passare per la Grecia per arrivare in Europa. Se chiedete a quelli che vengono dall’altro pianeta, quelli che stanno con le copertine di alluminio a Ponte San Ludovico, loro lo sanno che la Grecia è in Europa, che è da lì che si passa, come dall’Italia, per essere in Europa.
È noi che non capiamo che qui si fa l’Europa o si muore. Qui, a Ponte San Ludovico, qui sulla Grecia, qui sull’Ucraina, qui sulla Libia, qui sul Mediterraneo. Si muore di nazionalismi, di piccole patrie, di piccole ambizioni, di piccole velleità. Noi che siamo rimasti impigliati qui. Telefono, casa.

Nicotera, 15 giugno 2015

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