Vietnam: l’America rinacque perdendo la guerra

Nell’agosto del 1965 – quando il presidente Johnson accettò i piani dei generali, capitanati da Westmoreland, e dei Whiz kids, businessman prestati al governo e alla guerra come Robert MacNamara, che prevedevano un impegno diretto e illimitato delle truppe statunitensi nel conflitto, e diede pubblicamente annuncio delle sue decisioni, iniziando così l’escalation del coinvolgimento americano in Vietnam – la Gallup cominciò dei sondaggi tra la popolazione, ripetendoli anche più volte nello stesso anno. La domanda era semplice: «In previsione di ulteriori sviluppi dal momento che abbiamo iniziato a combattere in Vietnam, pensa che gli Stati uniti stiano commettendo un errore a mandare truppe a combattere in Vietnam?»
Il sessantuno percento degli intervistati dichiarò di essere d’accordo con il governo e l’intervento. L’anno dopo, a marzo erano al 59 per cento, ma già a maggio erano scesi al 49. Fu una continua discesa, fino al 1971, quando solo il 28 percento degli intervistati mostrò di appoggiare la guerra. La Gallup sospese i sondaggi. La guerra era già persa da un pezzo, almeno in casa.
All’inizio – il coinvolgimento americano data fin dal 1960, anche se in forme oblique di appoggio e sostegno al governo del Vietnam del Sud – era prevalsa e era parsa convincente la teoria del domino. Non era una storia complessa, la si capiva facilmente. La teoria diceva che se uno Stato di una regione cadeva sotto l’influenza del comunismo, presto o tardi tutti gli altri l’avrebbero seguito in un effetto domino. Era stato il presidente Eisenhower a esporre il ragionamento in una conferenza-stampa nel 1954. C’era stata già la guerra di Corea, che era finita – anzi, non venne mai finita, mai firmata una tregua, un armistizio, una pace – dividendo quella nazione a metà, del Nord e del Sud. La Cina era diventata Repubblica popolare nel 1949, e agli americani era rimasta la piccola Taiwan. Dopo la vittoria contro i francesi e la frammentazione dell’Indocina in quattro Stati, con la costituzione della Repubblica popolare del Vietnam del Nord, tutta l’area poteva cadere sotto l’influenza comunista, la Cambogia, il Laos, e poi a seguire la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia, una tessera dietro l’altra. Bisognava fermare l’avanzata del comunismo. Bisognava fermare il domino. Si era in piena Guerra fredda, si era ancora sotto l’influenza della Red Scare, della Paura rossa – i coniugi Rosenberg erano finiti sulla sedia elettrica nel 1953, il maccartismo era finito nel 1954 ma l’anticomunismo no. Johnson diceva ora che bisognava mandare truppe. Johnson diceva ora che avrebbero chiamato i giovani a fare la guerra.
Alla fine degli anni Sessanta, le iscrizioni al college raggiunsero i nove milioni. Era una cifra enorme, mai raggiunta prima. I sociologi parlarono di una “biographical availability”, una disponibilità biografica, generazionale a impegnarsi. Era già successo con i Freedom Summer, il movimento che spostò studenti delle università del nord verso gli Stati del sud, in particolare il Mississippi, per aiutare i neri a registrarsi e poter votare. L’America aveva raggiunto un grado di benessere inimmaginabile, dopo trent’anni di depressione, sacrifici, guerra. Era nata una generazione che non si riconosceva più nei valori della puritana famiglia americana, godeva di un’educazione e di una libertà sociale e economica mai vista prima, era disposta a impegnarsi, e aveva la sensazione che quell’impegno avrebbe potuto fare la differenza. Il benessere inclinava alla disponibilità, il benessere predisponeva alla libertà, il benessere fomentava la rivolta. E questa sembra proprio una cosa americana.
È proprio nei college universitari che iniziarono le proteste contro il draft, la cartolina della chiamata alle armi. Nel luglio del 1965, Johnson raddoppiò il numero delle “cartoline” da diciassettemila a trentacinquemila. A maggio, gli studenti attivisti dell’Università della California, Berkeley, marciarono verso l’ufficio di reclutamento – ogni college ne aveva uno e in quaranta bruciarono la loro cartolina di chiamata. Era la prima volta. Ne seguirono a decine, a centinaia. In agosto, Johnson firmò una legge che considerava reato bruciare la cartolina dell’esercito. A ottobre, la National Coordinating Committee to End the War in Vietnam organizzò un meeting a New York per bruciare le cartoline che finì nell’arresto di decine di attivisti. Per quel mese, le cartoline rimandate indietro erano già più di mille, come un gesto di disobbedienza civile. Alla fine degli anni Sessanta, un quarto delle cause in tribunale avevano a che fare con la renitenza alla leva. Più di duecentomila giovani furono accusati, e più di ventimila condannati. Più di trentamila lasciarono gli Stati uniti, per evitare la chiamata alle armi, andando in Canada o in Svezia o in Messico. In molti s’iscrissero alle università per evitare la prima chiamata, in molti si sposarono. In molti Stati quelli che venivano chiamati alle armi non potevano comprare da bere o non potevano andare a votare, per l’età; però era l’età buona per essere mandati a uccidere o morire. La biographical availability si rovesciava nel rifiuto di un’intera generazione. Allora, il governo fece le lotterie: le cartoline venivano estratte a sorte. Per qualche motivo però, statisticamente incomprensibile, a esempio nel 1967, mentre era abbastanza ridotta la platea dei neri che potevano essere chiamati – il 29 per cento, rispetto il 63 della popolazione bianca – la “sorte” sceglieva il 64 per cento di neri contro il 31 di bianchi.
Fu anche per questo che Martin Luther King fece il suo discorso Beyond Vietnam. Disse tra l’altro: «The greatest purveyor of violence in the world today: my own government. For the sake of those boys, for the sake of this government, for the sake of the hundreds of thousands trembling under our violence, I cannot be silent», il più grande produttore di violenza al mondo oggi è il mio governo; per amore di quei ragazzi, per l’interesse di questo governo, per la causa di centinaia di migliaia di persone tremanti sotto la nostra violenza, io non posso rimanere in silenzio. Il grande movimento dei diritti civili, l’enorme mobilitazione delle masse afro-americane – mentre all’inizio non erano andati contro Johnson, che parlava di una Great Society fatta di diritti e di opportunità per tutti – si schierava contro la guerra del Vietnam. Adesso, gli studenti non erano da soli.
I cannot be silent, non posso rimanere in silenzio. Gli artisti, gli intellettuali si schierarono contro la guerra del Vietnam. Nel teatro, nel cinema, nelle radio, con la musica. Una mobilitazione straordinaria, impensabile. L’intellettualità americana che si era battuta compatta nella guerra contro il nazismo, con i propri strumenti, la cultura, la produzione artistica, ora diceva no al proprio governo. Furono tacciati di antimericanismo, furono – come Jane Fonda, che fu fotografata in una visita a Hanoi a fianco di soldati vietnamiti di una contraerea e da allora divenne Hanoi Jane, cosa di cui negli anni ha provato a spiegare e scusarsi – considerati alla stregua di quinta colonna dei vietcong, ma le manifestazioni e le mobilitazioni cantavano le canzoni di Pete Seeger, di Joan Baez, di Bob Dylan, o si cercava di imitare Jimi Hendrix straziando la chitarra e suonando a modo proprio The Star Spangled Banner, l’inno americano. Ora, gli studenti non erano da soli. The Times they are A-Changin.
I cannot be silent, non posso rimanere in silenzio. I media, soprattutto la televisione, fecero una copertura incredibile della guerra. Servizi continui, telegiornali, interviste. I commenti e soprattutto le immagini arrivavano nelle case delle famiglie americane. Le immagini delle proteste arrivavano nelle case delle famiglie americane. C’è chi ha detto che l’America perse la guerra perché ci furono troppe immagini, ci fu troppo giornalismo. Chomsky, il grande intellettuale forse più spietato critico del governo americano, sostiene che no, che anzi ci fu una gran censura della verità. Però, da allora, il governo, e soprattutto l’esercito, in ogni terreno di guerra – l’Afghanistan, l’Iraq – i giornalisti li vogliono embedded, cioè intruppati con i militari: vanno solo dove vanno i militari, vanno solo dove vogliono i militari. In Vietnam non era andata così.
I cannot be silent, non posso rimanere in silenzio. I veterani si schierarono contro il proprio governo. John Kerry – che poi nel 2004 correrà contro Bush per le presidenziali e verrà battuto – nel 1971 depone contro la guerra davanti a una Commissione del Congresso, parlando a nome dell’associazione Vietnam Veterans Against the War. Kerry produce un report con un’impressionante raccolta di testimonianze in cui veterani descrivevano atrocità e crudeltà commesse personalmente o di cui erano stati testimoni in Vietnam. La sua deposizione era stata preceduta da una manifestazione di migliaia di veterani che si erano raccolti attorno la Casa Bianca, a Washington, per poi andare a gettare le loro medaglie e decorazioni sui gradini del Campidoglio. Ci avevano già provato nel 1966, ma erano solo in cento e se n’erano tornati indietro. Ora erano migliaia. Ormai la guerra era perduta, e forse non solo più a casa.
La teoria del domino non funzionava più come mantello ideologico e arma di convincimento di massa. C’era chi si era opposto per motivi morali – pochi lo ricordano, ma un quacchero e un cattolico si diedero fuoco, morendo, imitando le manifestazioni dei monaci buddisti in Vietnam contro il regime dei militari –; c’era chi si era opposto perché non voleva andare a combattere e rischiare la vita; c’era chi si era opposto per motivi politici o ideologici, perché era sbagliato intervenire in questioni che riguardavano la scelta di altre nazioni. Ma ormai era chiaro che quella guerra, nonostante le bugie dei militari e dei politici, era perduta e che non bastava più “cercare una pace con onore” come disse Nixon, e continuarla significava solo perdere vite. Aveva avuto ragione Ho Chi Minh, che aveva detto: potrò perdere mille uomini per ogni americano, ma alla fine vinceremo noi e gli americani perderanno. La loro era una guerra di indipendenza, una guerra nazionale, di liberazione dall’occupante. La nazione americana ora non era più spaccata a metà. Gli americani volevano finirla.
Avevano provato a finirla distruggendo a tappeto i villaggi contadini, e la cosa era risultata inutile, perché il riso cresceva pure nelle buche delle bombe, e loro di riso campavano; avevano provato a finirla facendo terra bruciata con il napalm, e quelli avevano costruito intere città sottoterra; avevano provato a finirla distruggendo le strade di collegamento, come quella che correva al confine del Laos e della Cambogia, e quelli continuavano a rifornirsi tra il Nord e il Sud passando con le biciclette, e da quella strada fecero scattare l’offensiva del Tet, che lasciò a bocca aperta gli americani. Quei maledetti Charlie sembravano inarrestabili, invincibili. L’America perdeva perché era inutilmente una società tecnologicamente avanzata; i vietnamiti vincevano perché erano proficuamente una società arretrata.
Nel 1973, la finirono, imbastendo una qualche trattativa di pace. O quasi. Fino all’arrivo a Saigon – nell’aprile del 1975 – dell’esercito vietnamita e alla fuga con gli elicotteri dai tetti dell’ambasciata. Improvvisamente fu l’ultimo giorno degli americani in Vietnam. Quel giorno, sciami di elicotteri, legioni di rifugiati che si erano procurati in qualsiasi modo un visto, un passaporto, migliaia di sampan e barche da pesca fuggivano “per non cadere nelle mani dei comunisti”. Sembrava uno sguardo sull’inferno.
Dopo dieci anni in cui il Vietnam aveva spaccato la società americana, diventando l’ossessione collettiva, l’incubo di ogni famiglia, il disgusto, la rivolta di una generazione, tutto finiva. Iniziava l’elaborazione del lutto. La letteratura – forse uno dei libri più belli di quegli anni, Nell’esercito del faraone di Tobias Wolff –, e soprattutto il cinema servirono a questo. Apocalypse Now, Il cacciatore, Tornando a casa, Full metal jacket, ma anche Un mercoledì da leoni, Hamburger Hill e Rambo, il grande cinema dopo il Vietnam non può che parlare del Vietnam, dei veterani, di eroismi e follia, di crudeltà e disperazione, dello strazio di una generazione gettata in una guerra che non capiva e non amava comunque. Dello strazio di una nazione.
In un certo senso, fu più terribile di quanto era già accaduto, con la Guerra civile. In un certo senso fu più terribile di quanto sarebbe accaduto, con l’11 settembre.

Nicotera, 28 aprile 2015

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