Addio Baia dei Porci, Cuba è in America

Il primo Summit delle Americhe, se vogliamo, non è stato nel 1994 a Miami, Florida, ospite il presidente Clinton, ma fu quello di Simón Bolívar, el Libertador. Era il 1826. E il grande condottiero convocò le nazioni che si erano appena scrollate di dosso il giogo spagnolo a Panama, per provare a federarsi e costituire un’unione. La cosa non era facile e certo non sarebbe bastato il suo Saggio sulla necessità di una federazione generale tra gli Stati ispano-americani e piano per la sua realizzazione. In realtà, si era sviluppato un enorme dibattito sull’assetto politico e istituzionale che si sarebbero dovuto dare le terre che intanto venivano liberate. La guerra contro gli spagnoli era ancora in corso. C’era un nuovo immenso continente che aveva vissuto secoli di colonialismo e ora si affacciava alla democrazia e alla libertà. Al nord, tredici colonie si erano ribellate al dominio inglese e avevano costituito la prima federazione della storia: gli Stati uniti d’America. Erano loro l’esempio da seguire. Si poteva fare lo stesso al sud? Bolívar lo pensava, ma si scontrava con tutti quelli che invece, per le proprie ambizioni o per altre ragioni, preferivano il “modello europeo”, quello degli Stati nazionali. Molti erano sospettosi verso gli Stati uniti, e temevano, dopo essersi sottratti al giogo della Spagna, che le nuove nazioni sarebbero finite sotto un nuovo potere dominante.
Il Congresso di Panama – parteciparono il Guatemala (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Guatemala, Belize e Honduras), il Messico, la Grande Colombia (all’epoca comprendeva i paesi oggi corrispondenti a Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador) e il Perù – fu un fiasco. E le cose presero la piega che sapete. Chissà quale sarebbe stata la storia se fossero nati gli Stati uniti d’America del Sud?
Eppure – come è curiosa la storia – quando Woodrow Wilson, il presidente americano che l’aveva fortemente voluta, aprì la prima seduta della Società delle Nazioni, fu proprio al Congresso di Panama del 1826, quello del Libertador, che fece riferimento per indicare una strada di collaborazione fra le nazioni per evitare rovinose guerre come quella che era appena finita, la Prima. E gli Stati uniti – come è curiosa la storia – però non vi fecero parte, perché il Congresso, a maggioranza repubblicana, non approvò mai l’entrata nella Società delle nazioni. Bisognerà aspettare un’altra guerra mondiale, la Seconda, perché nascano le Nazioni unite, e l’America vi sia dentro.
L’informale stretta di mano tra Obama e Castro, in mezzo a una folla di presenti tra i quali il segretario generale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon, si porta dietro tutto questo carico di storia, non solo i cinquant’anni di un ostracismo ormai anacronistico. Si parleranno in un faccia a faccia Castro e Obama. Nel 2012, a Cartagena, Colombia, dove si tenne l’ultimo Summit, in parecchi rinfacciarono al presidente americano l’obbligata assenza dei cubani: il fatto è che lì, a Cartagena, proprio per questo – almeno così disse il presidente ospite colombiano – non si arrivò a una dichiarazione comune.
«Sono lieto che Cuba sia rappresentata tra noi in questo Summit per la prima volta» – ha detto Obama venerdì, raccogliendo applausi e battimani. Per Obama, l’incontro è un’occasione per portare avanti un obiettivo cui aspira fin dal primo Summit delle Americhe cui partecipò, quando parlò di un “nuovo inizio” con Cuba, anche in sua assenza. E fare piazza pulita di una questione che ha pesato su una serie di presidenti americani, anche se mai esplicitata chiaramente. «Certe controversie datano prima che io nascessi – aveva detto in una conferenza stampa –, come se fossimo bloccati nel tempo, indietro agli anni Cinquanta, alla diplomazia delle cannoniere, e agli “Yankee” e alla Guerra fredda, e questo e quello e altro».
Più pragmaticamente, Benjamin J. Rhodes, che è il consigliere per le comunicazioni strategiche, ha detto: «La nostra politica su Cuba, invece di isolare Cuba, ha isolato gli Stati uniti». E ha aggiunto: «È tempo di aprire le porte non solo per un maggiore coinvolgimento con Cuba, ma per il potenziale di relazioni costruttive con tutto l’emisfero in generale». È quell’emisfero dove i cinesi – e non solo lì, anche in Africa – stanno investendo strategicamente. Certo, è difficile pensare che i cubani aprano a Pechino. Non più però di quanto fosse difficile pensare, all’inizio della rivoluziona cubana, che Fidel potesse aprire a Mosca.
Eppure, le mosse di Obama, e non solo nell’apertura verso Cuba ma per le politiche sull’immigrazione, stanno raccogliendo straordinari consensi nell’America latina. Il presidente di Panama, Juan Carlos Varela, ha detto: «Le politiche del presidente Obama verso gli ispanici negli Stati unti e le nuove apertura verso Cuba sono davvero importanti». E Juan Manuel Santos, presidente della Colombia, che aveva chiesto che Cuba venisse inclusa in questo summit quando chiuse l’incontro di Cartagena nel 2012, in un’intervista al quotidiano «El Tiempo» prima del summit: «La situazione di Cuba è stato un ostacolo per un lungo tempo nelle relazioni tra gli Stati uniti e l’America Latina e i Caraibi, e senza quell’ostacolo la cooperazione potrà essere fluida su diversi fronti». E Enrique Peña Nieto, presidente del Messico, prima di arrivare al Summit ha detto di considerare l’incontro una «pietra miliare» per tutta l’America e di aspettarsi «more brotherhood, more closeness», più fratellanza, più vicinanza, nell’area.
«Intanto che lavorerete per il cambiamento, gli Stati uniti resteranno al vostro fianco, passo dopo passo», ha detto Obama nell’incontro con il Forum delle società civili. «I giorni in cui la nostra agenda in questo emisfero presumeva sempre che gli Stati uniti potessero immischiarsi impunemente – quei giorni sono finiti». È la fine della dottrina per cui l’America latina era il “cortile di casa” degli Stati uniti che avevano perciò tutto il diritto di immischiarsi. È la fine della dottrina dei colpi di Stato, delle guerre volute dalle grandi companies, come la United Fruits, dei massacri, delle dittature, dei generali, dei desaparecidos. Sì, tutto questo era già finito, certo. perché l’America latina è intanto cresciuta, annovera nazioni emergenti, le democrazie si sono stabilizzate. Però, dirlo è importante. Non solo per il passato: c’è un Venezuela in crisi, c’è un Brasile che comincia a annaspare, c’è un secondo canale tra gli oceani che i cinesi costruiranno in Nicaragua.
Certo, c’è tanto da fare e l’incontro tra Raul e Barack è solo un primo passo. In agguato ci stanno i repubblicani del Congresso, che quelli sì li dovrebbero mettere nel “rincón de los cretinos”, l’angolo dei cretini, al Museo della Rivoluzione a Cuba.
Chissà cosa direbbe Simón Bolívar, el Libertador, di questo presidente americano. Chissà cosa ne dirà il vecchio Fidel. Magari, potrebbe finire che con le ultime sue forze ci giocherà un po’ a basket, che era la sua passione. Uno contro uno. Il tabellone elettronico luminoso scriverà: Barack contro Fidel, non più Usa contro Cuba.

Nicotera, 11 aprile 2015

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