Amanda e Raffaele: ultimo atto

È molto probabile che la decisione della Cassazione arrivi domani, 27 marzo. Il presidente del collegio ha concordato una tabella di marcia con i difensori degli imputati, perché l’ultima difesa sia domani mattina – toccherà all’avvocato Giulia Bongiorno che difende Raffaele Sollecito. Poi, i giudici della V Sezione penale entreranno in camera di consiglio. Potrebbero pronunciare la loro decisione nella stessa giornata. Potrebbero, ma non è detto. Non è detto neppure che quella sarà una decisione definitiva che chiuda la storia di Perugia, della morte di Meredith Kercher, della colpevolezza di entrambi gli imputati, Raffaele Sollecito e Amanda Knox, o di uno solo di loro. Rudy Guede, il giovane ivoriano già condannato con rito abbreviato sta scontando la sua condanna. Vale la pena ricostruire le cose.
Perugia, 2 novembre 2007. Una signora consegna alla Polizia postale due cellulari ritrovati quella mattina nel giardino di sua proprietà. Le informazioni ricavate da uno dei due cellulari indirizzano gli agenti verso Meredith Kercher e decidono di andare a casa della giovane inglese e riconsegnarglieli. Meredith era giunta in Italia a settembre con un progetto Erasmus, per completare il corso di laurea in Studi europei presso l’Università di Leeds. Sono le 13. Al loro arrivo i poliziotti trovano all’esterno della casa, seduti su una staccionata, Amanda Knox, una giovane americana di vent’anni, coinquilina di Meredith Kercher, e il suo amico pugliese, Raffaele Sollecito, con il quale la Knox aveva una relazione da pochi giorni. Sollecito aveva da poco chiamato i carabinieri con due telefonate successive e i due giovani dichiarano di stare lì a aspettarli: avevano trovato il vetro di una finestra rotto e la porta di casa aperta, sospettando un furto. In attesa dell’arrivo dei carabinieri, gli agenti della Polizia postale decidono di entrare in casa. Allarmati per la presenza in bagno di alcune tracce di sangue, e verificata l’assenza di Meredith e la chiusura a chiave della sua camera, sfondano la porta. Sul letto, c’era il corpo di Meredith, quasi interamente coperto da un piumone. La causa della morte era stata un’emorragia – si contarono quarantasette tagli, ma una sola ferita mortale, al collo – provocati da un coltello più grande e uno più piccolo. Le armi del delitto, però, non sono mai state identificate con certezza.
Sollecito e la Knox vengono arrestati pochi giorni dopo. Di Rudy Guede si sono perse le tracce ma viene preso in Germania il 20 novembre e estradato in Italia il 6 dicembre: sceglierà di essere considerato colpevole senza processo, senza rischiare una pena pesantissima; viene condannato a sedici anni come responsabile dell’omicidio di Meredith, in concorso con altri. Da quel momento Guede non parlerà più della vicenda e, ripetutamente negli anni di fronte alla richiesta di voler dichiarare la sua verità si trincera in un rifiuto assoluto. La vicenda assume un’immediata risonanza mediatica: Perugia, per la sua università di “stranieri”, viene dipinta come un luogo fuori controllo, fuori giurisdizione. I media internazionali si interessano immediatamente del caso, quelli inglesi schierandosi dalla parte della vittima e del suo bisogno di giustizia, quelli americani schierandosi dalla parte della loro connazionale, proclamandone l’innocenza e condannando la totale incapacità e sciatteria dei giudici e di tutti gli operatori di polizia italiani. Saranno innumerevoli le occasioni in cui, purtroppo, alcune analisi date per certe risulteranno tutt’altro a successivi riscontri.
Al primo processo, nel 2009, davanti la Corte d’Assise di Perugia, Sollecito e la Knox vengono condannati a 25 e 26 anni. Secondo la ricostruzione, Knox e Sollecito, la sera dell’1 novembre 2007, si incontrano in piazza con Guede, e decidono di andare a casa di Amanda, dove Meredith Kercher, dopo una serata trascorsa con delle amiche britanniche, è da poco rientrata. Qui scoppia un litigio, con uno sfondo dal carattere erotico “violento” e l’aggressione dei tre, per immobilizzare Meredith, che finisce con l’omicidio della giovane inglese. Vengono prodotte perizie e testimonianze. Solo che il processo d’appello, due anni dopo, sempre a Perugia, ribalta tutto: le tesi della difesa che smantellano le prove – una su tutte, il coltello da cucina che avrebbe ucciso e che avrebbe contenuto tracce di Dna della Knox e di Meredith, ritrovato a casa di Sollecito, aveva solo tagliato patate da tempo – vengono accolte e i due vengono scarcerati. La Knox vola a casa sua a Seattle. Sollecito rimane da solo. Guede è l’unico colpevole.
La Procura generale di Perugia presenta ricorso in Cassazione e a marzo del 2013 la Prima Sezione penale annulla le sentenze di assoluzione, rinviando il processo dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Firenze. C’è un giudizio molto duro nei confronti della Corte d’Appello di Perugia che ha concesso l’assoluzione e sul modo di conduzione del processo, di valutazione delle prove e di formazione della sentenza. Si ricomincia.
A gennaio 2014, la Corte d’Assise d’Appello di Firenze, rovesciando la sentenza della Corte d’Appello di Perugia, e rivalutando le prove della prima condanna, afferma la colpevolezza degli imputati condannando la Knox – che non ha mai mostrato l’intenzione di ripresentarsi in Italia e sottoporsi a un nuovo processo – a 28 anni e 6 mesi di reclusione e Raffaele Sollecito a 25 anni. I difensori presentano ricorso in Cassazione. E eccoci al punto di partenza.
C’era talmente tanta folla, ieri l’altro, che il presidente ha creduto opportuno spostarsi nell’Aula magna della Cassazione. Curiosi, ma soprattutto operatori dei media, un esercito. Il procuratore generale ha chiesto l’annullamento senza rinvio del ricorso presentato dalle difese e la conferma del giudizio di Firenze. Secondo la sua requisitoria tutto si incastra perfettamente. Nel corso degli anni, le motivazioni dell’omicidio sono sfumate da una sorta di “violento gioco erotico” a una occasionale lite, in cui tutto è precipitato. Però, i responsabili sono rimasti gli stessi. La difesa intanto ha prodotto un lunghissimo elenco di omissioni, di errori, di prove. L’unico slittamento reale, però, nel corso degli anni sembra l‘atteggiamento di Sollecito, che ora pare dissociare il proprio destino da quello di Amanda. Fino a un certo punto erano insieme, poi sono stati insieme, ma non ricorda se ci sia stato un buco – aveva fumato tante canne, quella sera, come ha sempre detto, e i suoi ricordi sono sfumati. È questa l’unica vera novità della difesa. Senza indicare esplicitamente la colpevolezza di Amanda, si chiede che venga rivalutato il giudizio su Raffaele Sollecito.
Se condannata definitivamente, è davvero difficile che gli Stati uniti accettino di estradare Amanda Knox in Italia per scontare la pena. Negli Stati uniti non esiste il giudizio di Cassazione e una sentenza assolutoria dopo una di condanna è considerata definitiva: Amanda Knox non può più essere processata per lo stesso reato.
L’«angelo dagli occhi di ghiaccio» – come troppo spesso è stata definita dai media – manterrà i suoi segreti. Per Raffaele Sollecito – autore di un memoir pubblicato all’estero, All’inferno e ritorno con Amanda – rischia invece grosso.
Quello che possiamo sperare è che arrivi un giudizio capace di essere convincente e basato sugli atti dei processi. Finora, c’è stata sin troppo circo mediatico: film, sceneggiati, innumerevoli puntate di programmi televisivi, interviste senza rete, foto rubate, i fidanzati dell’uno o dell’altra, morbosità.
Quello che speriamo è che si abbia una verità convincente su quello che successe a Meredith. Per la sua famiglia. Per lei.

Nicotera, 25 marzo 2015

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