Pisapia: magari tutta la Casta fosse come lui

C’era l’arcobaleno in cielo, quando il 27 maggio del 2011 si chiuse la campagna elettorale di Pisapia in piazza Duomo: nitido, tra le guglie della chiesa, sembrava un segnale di incoraggiamento per le migliaia di persone che si erano riunite lì. Sì, certo, ora era più possibile che si vincesse – si sarebbe votato fra due giorni –, ma non era affatto scontato. Era stato un percorso lungo e difficile. Pisapia si era proposto a giugno del 2010, con un appello di intellettuali e aree sociali. Poi, alle primarie di novembre, Sinistra ecologia e libertà aveva dato il suo sostegno e quella coalizione, a sorpresa, era riuscita a battere il candidato “ufficiale” del Partito democratico, Stefano Boeri. Alle elezioni, il centrodestra schierava di nuovo Letizia Moratti, e Silvio Berlusconi si era speso parecchio: Milano era una “loro” roccaforte. Invece, andarono al ballottaggio, con Pisapia in testa. E infine, il 29 e 30 maggio, con un’affluenza altissima di votanti come non accadeva da anni, Pisapia vinceva con oltre il 55 percento dei voti: dopo diciotto anni, Milano tornava al centrosinistra.
Quando i risultati elettorali diventarono ufficiali una folle enorme si riversò di nuovo in piazza Duomo per festeggiare. Stavolta non c’era l’arcobaleno ma un trionfo di bandiere arancione. Era il colore di Pisapia, era il colore di quel momento. Tra maggio e giugno 2011, l’Italia vive una breve e intensa stagione arancione. Non solo a Milano, ma anche a Napoli, Cagliari e, un anno dopo, a Genova. Candidati che partivano sfavoriti dentro il centrosinistra e a sorpresa battevano i candidati “ufficiali” del Pd, e sull’onda dell’entusiasmo conquistavano i municipi. Giuliano Pisapia a Milano, Massimo Zedda a Cagliari e Marco Doria a Genova venivano dall’esperienza di Sel; a Napoli, Luigi de Magistris, che veniva invece dall’Italia dei Valori, vinse direttamente alle Comunali, superando al primo turno il candidato del Pd e al secondo quello del centrodestra. Non è fuori luogo pensare che il referendum del 12 e 13 giugno a favore dell’acqua pubblica, che superò, a sorpresa, il quorum – come non succedeva da anni – e stravinse, appartenga per intero a quella stagione.
Forse l’annuncio dato da Pisapia, ieri l’altro, di non ricandidarsi a sindaco per le prossime elezioni, fra un anno e due mesi, può anche essere letto come un epilogo di quella stagione. Fu, peraltro, tra le prime cose che disse, quella sera, di festeggiamenti del risultato elettorale: «Adesso pensiamo ai cinque referendum», invitando i cittadini a andare a votare. Non che Pisapia ne porti una qualche responsabilità, di questo epilogo, e se per quello né Zedda né Doria. Per carattere, per spirito, tutti e tre si concentrarono piuttosto sulle questioni delle loro città. E Milano, con la questione dell’Expo su tutte – e annessi e connessi – non dava certo molto altro respiro. L’unico che in realtà provò a immaginare un “salto nazionale” dall’esperienza municipale fu de Magistris. Era, peraltro, l’esperienza più anomala – de Magistris si presentò contro il parere del proprio partito e Sel appoggiò il candidato ufficiale del Pd –, e da questo punto di vista la più fragile, politicamente, ma forse anche la più interessante, almeno per il Sud. È andata com’è andata, però. Però, in quel periodo, Grillo e il Movimento 5Stelle non sono ancora forti come lo diventeranno dopo, da lì a poco.
Rivendica una scelta di coerenza e non il fiato corto di una stanchezza che sarebbe pur naturale, Pisapia, nell’annunciare il suo farsi da parte al prossimo giro di giostra. Certo, lo aveva detto all’investitura – «Non farò un secondo mandato» – ma l’improvvisa urgenza di una conferenza-stampa di domenica pomeriggio, dopo un giro di telefonate ai suoi assessori per non farli trovare impreparati, qualche interrogativo lo pone. Lui stesso accenna al fatto che in tanti lo abbiano incoraggiato a proseguire e anche di non aver parlato con nessuno «a livello nazionale». Già. La domanda sorge spontanea: Renzi – come si fa a credere che nel cerchio magico del segretario del Pd non si pensi al futuro di Milano, mica parliamo di Forlimpopoli –, lo avrebbe voluto, Pisapia, per un secondo mandato?
Fatto sta che da un po’ di tempo si rincorrevano le voci su quello che sarebbe accaduto. Si sarebbe ricandidato o no, Pisapia? Prima o poi avrebbe dovuto dirlo. A un certo punto sembrava scontato che non si ricandidasse, e si aspettava solo quando avrebbe deciso di dirlo. Che lo abbia fatto con tanto anticipo va a suo merito. Magari sarà vero che questo non è tempo di parlare di candidature e che sarebbe meglio parlare di progetti. Magari pure la corsa era già cominciata, e ci sono spinte e sgomitamenti per posizionarsi e se non veniva dato lo start tutto sarebbe rimasto un po’ imballato. Ci sarà ora tutto il tempo perché il centrosinistra trovi “una nuova generazione” – che è quello che si augura Pisapia – che ne prenda l’eredità. Non so quanto in cuor suo creda davvero che quella «nuova pratica politica» che portò alla sua candidatura, alla vittoria nelle primarie e poi alle elezioni, insomma quella straordinaria mobilitazione di entusiasmo dal basso, sia ancora praticabile. Forse, questo suo annuncio, vuole essere un modo, un tentativo, di rilanciarla, quella «nuova pratica politica», senza aspettare che nelle stanze dei partiti si decidano le prossime candidature. Lui, non è proprio tipo da incastri dei puzzle del politicantismo. Lui, intanto, continuerà a lavorare, se possibile anche più di prima, per portare a termine Expo, anzitutto, e il resto. Perché, va detto, Pisapia – che sapeva di non avere la bacchetta magica – ha amministrato bene Milano.
E non solo per l’Expo, che è stata una corsa a ostacoli, fra scandali, inchieste, arresti (come quello di Antonio Rognoni, direttore generale di Infrastrutture Lombarde), la “chiamata” del governo a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, per vigilare su tutti gli appalti, i soldi del governo che non arrivavano. Perché sarà pure vero che Renzi ha collaborato con Palazzo Marino, ma con Pisapia i rapporti sono sempre stati un po’ freddini.
Diritti e lavoro, sono stati, per quel che può fare un sindaco, due linee guida. A merito di Pisapia va ascritto, a esempio, l’istituzione del registro che riconosce le coppie di fatto, etero o omosessuali, non il paradiso, certo, ma un passo avanti, nell’indeterminatezza del parlamento. E anche, a esempio, l’essersi speso per i lavoratori di Malpensa della Sea Handling e per il loro futuro.
C’è chi parla di futuri incarichi nazionali di carattere istituzionale. Magari sarà vero che invece si prenderà un periodo di riposo. Quello che è certo è che Milano potrà sempre contare su di lui, sul suo contributo intelligente, discreto, competente per la città. D’altronde, lo ha sempre fatto, da cittadino comune prima che da sindaco. E scusate se è poco. Pisapia ha fatto un passo indietro – cosa molto rara in politica – motivando la sua decisione col fatto che «la politica è un servizio e deve essere un modo per mettersi a disposizione». Un modo. Non certo l’unico.
Chissà adesso che succederà. Certo, c’è Expo, e non ci si può che augurare che le cose vadano bene e sia di ausilio per un rilancio produttivo e dell’immagine del paese.
Quanto a Milano, alle prossime candidature, al prossimo primo cittadino, forse si potrebbe far proprio quanto Silvio Berlusconi disse all’indomani dell’elezione di Giuliano Pisapia: «Ora i milanesi devono pregare il buon Dio che non gli succeda qualcosa di negativo».
È lecito pregare anche per i non milanesi.

Nicotera, 23 marzo 2015

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