Disastro Germanwings: suicidio con strage?

Forse, sarebbe stato meglio sapere che a provocare lo schianto del volo 4U9525 della Germanwings fosse stato un guasto strutturale, che so il fissaggio di un portellone che saltava o una panne del sistema di aereazione capace di provocare uno svenimento collettivo: è successo, sarebbe potuto succedere di nuovo. Quelle maledette batterie che scoppiano, e provocano fumo, a volte fiamme, e impediscono qualsiasi manovra. Certo, la fierezza germanica delle cose fatte bene, della tecnica a puntino, della migliore meccanica del mondo, ne sarebbe uscita incrinata. Però, ci sarebbe stata una ragione, qualcosa da sistemare, da fare meglio, da mettere a statistica, da passare una prossima rigida selezione, da non ripetere. Forse, sarebbe stato meglio sapere che una bomba fosse scoppiata a bordo. Un atto terrorista o criminale, o solo un gesto estremo di qualche folle: è successo, sarebbe potuto succedere di nuovo. Avremmo migliorato gli scanner, avremmo intensificato i controlli, avremmo addestrato ancora meglio i cani perché con il loro fiuto trovassero tracce di esplosivo. Forse, addirittura, proprio quello che tutti temevamo, sarebbe stato meglio sapere di un tentativo di dirottamento fallito, magari per la reazione di uno o più passeggeri – proprio come sul volo United Airlines 93, quello dell’11 settembre quando i passeggeri si ribellarono e cercarono di riprendere la cabina di comando e i terroristi decisero di lasciarlo schiantare subito.
Qualunque cosa sarebbe stata meglio di questo. Perché se è vero che è stato il co-pilota Andreas Lubitz a lanciare l’aereo contro la montagna, bè, davvero niente può salvarci da noi stessi.
Dopo l’11 settembre tutte le regole delle compagnie aeree sono state riviste proprio per impedire ai dirottatori di entrare in cabina e prendere il comando. La cabina viene blindata. Funziona così: la porta ha tre posizioni. Normal: la porta è chiusa e si può accedere solo con l’uso di un codice, come un pin per il cellulare o il bancomat che va digitato su un touchpad. In volo, la posizione è questa. Serve per permettere a altri membri dell’equipaggio di accedere alla cabina nel caso in cui non si ha alcuna risposta dall’interno. Unlocked: la porta rimane aperta; succede quando si è ancora a terra e i piloti e gli assistenti di bordo entrano e escono dalla cabina, oppure serve per chi è dentro a aprire all’altro pilota che si è momentaneamente allontanato per la toilette. Per l’aviazione americana, anche se uno dei due piloti si allontana per pochi minuti, un assistente di volo deve prendere il suo posto: non esiste la possibilità che rimanga un solo pilota in cabina di comando: si chiama la “rule of two”, la regola dei due. Questa norma non è applicata da tutti e non è applicata dalla Lufthansa, dove è possibile allontanarsi per un tempo minimo. Locked: la porta è chiusa dall’interno e non può essere aperta nemmeno dall’esterno – il meccanismo ignora la digitazione del codice sul touchpad – per cinque minuti, ripetibili. Si capisce come questa disposizione sia nata proprio dopo l’11 settembre. Alcuni aerei hanno anche degli schermi che permettono di vedere dall’interno della cabina chi sia là fuori che voglia entrare. Secondo le nuove norme dell’aviazione americana le porte sono ora spesse abbastanza, blindate, anche contro una granata. Lo sfondamento è quindi impossibile dall’esterno. I colpi disperati, che si sentono nelle registrazioni, del pilota che cerca di rientrare in cabina e urla a Lubitz di aprire e prova a sfondare quella porta impossibile da abbattere. Ecco.
Adesso, ragionevolmente la “rule of two” sarà applicata con più rigore. Per ora, è l’unica cosa che riusciamo a pensare.
Otto minuti di una lenta discesa verso lo schianto. All’inizio avranno pensato a una qualche manovra, una cosa normale. Poi, anche per le urla del pilota che cercava di rientrare in cabina, si saranno allarmati, avranno pensato a una emergenza. Poi, avranno capito, a quel punto avranno capito tutti. Hai pochi minuti per dire addio al mondo. Senza motivo. Non sei stata imprudente, non te la sei andata a cercare. Non sei colpevole di nulla. Succede anche così. Sempre più spesso. La giovane madre che rientrava insieme al suo bambino con l’ultimo volo; la giovane americana in gita con la madre; il giovane australiano che aveva regalato un viaggio alla madre prima di fermarsi in Europa. Chi aveva qualcuno vicino se lo sarà stretto al petto. Qualcuno avrà detto qualcosa al vicino di posto, avrà stretto la sua mano. Qualcuno avrà scritto un ultimo messaggio su un foglio o sul sedile davanti, qualcosa per i familiari, per la fidanzata, il marito, il figlio – sperando che restasse integro, che lo avremmo ritrovato. Forse un memo sul cellulare.
E chissà cosa avrà pensato in quei minuti Andreas Lubitz. Come per quelli che una mattina ammazzano la moglie, i figli e si tirano un colpo in testa oppure massacrano i fratellini, il padre e la madre e si impiccano all’armadio, il giorno dopo ogni vicino del pianerotottolo, ogni negoziante del quartiere, ogni edicolante ti dirà che era una persona a postissimo, che portava fuori il cane alla stessa ora, che salutava cortesemente, che chiedeva se il tuo raffreddore era passato. Fino al giorno prima. E magari è pure vero.
Potranno scavare a lungo nella vita di Lubitz, sarà difficile che troveranno segnali di quello che ha fatto con il volo della Germanwings. Lo aveva programmato da tempo? Ma Lubitz non era Mohamed Atta. O forse sì? Era uno shahid, e di quale privatissima jihad? Gli è scoppiato il cervello all’improvviso, e perché? Come pilota aveva tutti i requisiti in regola. I suoi colleghi si sono rifiutati di volare, il giorno dopo il disastro, forse la ristrutturazione in corso, per acquisire competitività, li mette sotto pressione, i sindacati sembrano dire che le cose stiano così. Lubitz era sotto pressione? E per questo uno fa schiantare un aereo? Qualcuno dice adesso che avesse un po’ di depressione. Se tutti quelli che hanno un po’ di depressione schiantassero gli aerei contro le montagne, staremmo freschi. Hai poco lì da fare statistiche e test di resistenza, come se il cervello fosse il dado di un portellone da chiudere e deve reggere a una certa pressione atmosferica.
Siamo talmente immersi nella paura dell’altro che continuiamo a blindarci, convinti che così li fermeremo. Le nostre frontiere, come le nostre case, sono ormai su una sola posizione: locked. Possono bussare alle nostre porte, noi non apriamo a nessuno. Non c’è pin, non c’è touchpad che tenga: là fuori c’è il nemico. E fuori deve restare.
Solo che il nemico è dentro. È dentro di noi, ormai. La paura ci sta fottendo. E non c’è regola del due che tenga, quando il nemico è dentro casa.

Nicotera, 26 marzo 2015

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