‘E figlie so’ piezz‘e core

E poi dicono, i potenti, povero ministro Lupi. Un figlio laureato con 110 e lode al Politecnico di Milano, e tutto quello che gli trova è un lavoretto su un cantiere Eni a partita iva da 1300 euro mese. Un precario aggiunto ai milioni di giovani senza posto fisso. E sì che mica lo poteva infilare in una delle cooperative di Comunione e liberazione, quelle ormai stanno nell’occhio del ciclone, e poi che fai, vai a pulire il culo degli ammalati negli ospedali, dai i pasti alla mensa, ti sbatti coi tossici, ricicli i libri usati, oh, c’ha una laurea al Politecnico.
E però, per i figli si farebbe tutto, certo. Anche mettendoti a rischio. I figli sono pezzi di cuore, sono quello per cui ti sbatti, sono quello che rimarrà di te, sono il punto debole. È una costante questa. Sarà che noi italiani c’abbiamo il familismo amorale, c’abbiamo. Prima di tutto la famiglia, i figli.
Per un figlio, cambiò la politica italiana degli anni Cinquanta. L’undici aprile 1953, giorno della vigilia di Pasqua, sulla spiaggia di Torvaianica, presso Roma, venne rinvenuto il corpo senza vita di una ventunenne ragazza romana, Wilma Montesi, scomparsa due giorni prima. Rapidamente tutto precipita in uno scandalo di proporzioni enormi. Oltre a varia umanità, viene coinvolto Piero Piccioni. Piccioni era un musicista jazz (noto col nome d’arte di Piero Morgan), fidanzato di Alida Valli, star del cinema, e figlio di Attilio Piccioni, vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e uno dei più influenti esponenti della Democrazia Cristiana. La Dc, che raccoglie quasi la metà dei voti elettorali, è dilaniata da lotte intestine: è il passaggio di potere che chiuderà l’era degasperiana. Piccioni è uno dei più accreditati eredi. È lui l’uomo che tutti ritengono sarà il prossimo presidente del Consiglio.
Non andrà così: lo scandalo Montesi lo travolgerà, benché il figlio non avesse niente a che fare con quella dannata storia. Negli stessi giorni del delitto, era in corso la campagna elettorale per le elezioni politiche e l’opinione pubblica era incendiata sulla legge truffa, voluta a tutti i costi da De Gasperi, consistente nell’assegnazione del 65 percento dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse raggiunto il 50 percento più uno dei voti validi. Un premio di maggioranza che avrebbe dato alla Dc una sorta di potere assoluto. Si votò a giugno e vuoi anche per lo scandalo, la Dc non ci riuscirà solo per lo 0,8 percento dei voti (la legge verrà abrogata l’anno successivo). Ne trarrà vantaggio Amintore Fanfani, che tutti accrediteranno essere stato la “manina” che ha concentrato un fuoco di fila di accuse contro il giovane Piccioni. Fanfani, nel bene e nel male, plasmerà la politica economica italiana – le nazionalizzazioni, l’impulso all’industria di Stato, gli investimenti nel Mezzogiorno, l’edilizia popolare – di tutti gli anni Cinquanta e oltre. Non sarebbe successo se Attilio Piccioni non avesse fatto un passo indietro, sotto l’onda d’urto delle accuse contro il figlio. Fu, se così si può dire, uno “scambio”: il figlio – che non aveva colpe reali – ne venne fuori, lui perse il potere.
E per un figlio fu costretto a dimettersi Carlo Donat-Cattin, potente democristiano piemontese ex-sindacalista – lo chiamavano il “ministro dei lavoratori” – osso duro per i denti della Confindustria. Marco Donat-Cattin era un militante di spicco di Prima linea, una delle organizzazioni armate, e aveva partecipato all’omicidio del giudice Emilio Alessandrini. Quando il generale Dalla Chiesa acchiappa Patrizio Peci delle Brigate rosse e lo fa cantare, quello fa tutti i nomi che gli venivano in mente, fra i quali quello di Donat-Cattin. È il 1980. Dalla Chiesa avvisa Cossiga, Cossiga chiama Donat-Cattin: sta per partire un mandato di cattura e la notizia diventerà pubblica, e in più i verbali di Peci stanno per essere pubblicati, una “manina” li ha allungati al quotidiano «Il Messaggero». Cossiga la racconterà poi così: «Verificai la notizia con il generale Dalla Chiesa. E avvertii il mio ministro che suo figlio era ricercato. E chiesi a Donat-Cattin di dire al figlio di consegnarsi e raccontare tutto quanto sapeva. Scoppiò a piangere. Mi disse che non sapeva dove fosse suo figlio». Il figlio è già lontano, in Francia. Carlo Donat-Cattin è vicesegretario unico della Dc, la solidarietà nazionale col Pci è già finita e lui è l’autore del «preambolo», un cambio di strategia democristiana che esclude qualsiasi accordo di governo coi comunisti. Cossiga ne parla con Berlinguer, che è il capo dei comunisti ma anche suo cugino. Berlinguer vuole la sua testa, poi cambia idea, chiede la testa di Donat-Cattin e Cossiga poteva restare dov’era. Il vero obiettivo di Berlinguer è escludere i socialisti dalla maggioranza. Cossiga non molla Donat-Cattin, che però presenterà le sue dimissioni, ritirandosi dalla vita politica, per il procedimento parlamentare relativo all’accusa, mai provata in alcun procedimento giudiziario, che avesse aiutato la fuga all’estero del figlio. Cossiga, presidente del Consiglio, fu sospettato di favoreggiamento nei confronti di Marco Donat-Cattin, accusa dalla quale venne poi scagionato dalla Commissione inquirente che decise, a maggioranza, l’archiviazione. Marco Donat-Cattin fu arrestato in Francia e estradato in Italia.
Per un figlio, il leghismo celodurista si ammosciò. Forse per due, Riccardo e Renzo il Trota, Loro mettono a profitto il successo politico del padre, spendono e spandono, si tolgono capricci, ricevono incarichi, prebende, posti, denari. Non che lui, il padre, ne vada particolarmente fiero, chi meglio di lui ne sa i limiti? Però, proprio per quello, perché sa che nella vita non avranno che affanni meglio dargli una qualche sicurezza, è sangue suo, no? D’altronde, ce ne sono in giro tanti, di cazzoni e miracolati, che è riuscito a far eleggere, a portare in parlamento, a assicurargli stipendio e vitalizio, perché non a quei figli suoi? Meglio farlo alla luce del sole, poi. I leghisti si mandano giù tutto, figurarsi se qualcuno dice una parola. Finché scoppia lo scandalo e per fare fuori il Bossi lo attaccano dove più è debole.
Dalla Prima repubblica alla Seconda o alla Terza, segui il figlio se vuoi fottere il padre. Sembra una regola.
Che poi gli avranno pure regalato il rolex d’oro da diecimila euro, al figlio del ministro Lupi, ma adesso che è a New York, presso un grosso studio, “an American architectural, urban planning, and engineering firm”, come recita il loro sito, puoi scommetterci che non vedrà l’ora di disfarsene, di andare dal Pawnbroker, l’uomo del banco dei pegni – troppo pacchiano, roba da spacciatori sudamericani, da negri dell’hip hop, da russi arricchiti. Da italiani degli appalti pubblici. Che imbarazzo.

Nicotera, 17 marzo 2015

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