L’eredità perduta di Msi e Pci, ritorna la Dc

berlinguer_almiranteCon l’elezione di Mattarella alla presidenza della Repubblica, l’Italia ha ritrovato la sua democristianità perduta. Certo, molto ha giocato l’integrità e la riservatezza della persona, la sua storia personale nonché la sua competenza, in un intreccio virtuoso di biografia e percorso politico. E molto ha giocato, dopo l’anomalia del doppio mandato di Napolitano e le premature dimissioni, la “soluzione” inventata da Renzi, una mossa del cavallo che ha fatto sperticare le mani ai sempre-pronti-all’omaggio, tra l’ammiccamento degli orfani di un “fine cervello” politico – prima era D’Alema che passava per tale –, e l’impasse reale in cui si è trovata qualsiasi altra opzione alle iniziative del premier. Straordinariamente, l’indicazione di Mattarella è stata rivendicata da tutti come propria, quasi fosse un puntaspilli, o comunque come una proposta cui certo non ci si poteva opporre, senza fare una figuraccia. Il “capolavoro politico” renziano di molti dei commenti degli opinionisti con quella scansione temporale già preordinata e effettivamente realizzata – le tre votazioni a vuoto e poi la mossa vincente –, si è accompagnato agli aspetti del folklore: i cento passi di cambio della dimora, la Panda, le lacrime della Bindi, in un afflato comune. Meno male che ci sono ancora i democristiani. Meno male che i “riservisti” della Repubblica, le risorse di questo Paese, sono ancora a disposizione, alla bisogna: i democristiani.
Un democristiano anomalo, certo, Mattarella. Come d’altronde comunista anomalo era Napolitano. Le due presidenze mostrano così una continuità rigorosa nell’anomalia. Diversi probabilmente saranno i ruoli, come d’altronde diversi sono i tempi politici tra l’una presidenza e l’altra. Però, entrambi con richiamo forte, si può dire: biografico, alla Prima repubblica, quella travolta da Tangentopoli. Due campioni di un mondo scomparso. Due campioni “postumi”, per di più, visto che quando le loro famiglie di appartenenza erano floride, loro erano marginali, e quando quelle famiglie si sono disperse, loro sono emersi come giganti.
Il gusto, la fierezza, con cui viene rivendicata la storia di Mattarella – da chi l’ha affiancata a chi se l’è ritrovata – appare come se il fantasma di Elsinore, quello della Prima repubblica, dagli spalti del castello chiedesse vendetta. Non tutto era marcio in Danimarca.
E fin qui ci siamo. Più sconcertante appare il fatto che a questa riscoperta centralità democristiana – antropologica, esistenziale, comportamentale? – faccia da contrappunto la frammentazione della Destra e della Sinistra della Prima repubblica, proprio quelle fazioni della politica, il Msi e il Pci, che, invece, dalla devastazione di Tangentopoli si salvarono e, anzi, soffiarono sul fuoco dell’incendio della prateria.
La Destra antica, quella missina, quella erede del Ventennio, si è evoluta, camuffata, infilata, venduta, travestita, rivestita, passando da un congruo e costante pacchetto di voti elettorali – uno zoccolo duro di nostalgici del mondo che era stato, anche se condannati dal fattore F come fascismo alla marginalità –, a una frammentazione di gruppi che a quell’esperienza si richiamano, se ne distaccano, ci si impasticciano.
Il rappresentante più autorevole, Fini, travolto dallo scandalo della casa di Montecarlo, e i suoi “colonnelli” – quello che era stato lo “squadrone” di partite di calcetto del “Secolo d’Italia” –, gli Storace, gli Alemanno, i Gasparri, i Matteoli, rissosi, smarriti, dispersi fra i flutti, aggrappati a un qualche galleggiante d’emergenza. La Destra post-almirantiana è stata un pasticcio.
La Sinistra antica, quella post-fascismo, si è evoluta, camuffata, infilata, venduta, travestita, rivestita, passando da un congruo e costante pacchetto di voti elettorali – uno zoccolo duro di nostalgici di un mondo che sarebbe stato, anche se condannati dal fattore K come kommunismus alla marginalità –, a una frammentazione di gruppi che a quell’esperienza si richiamano, se ne distaccano, ci si impasticciano.
Il rappresentante più autorevole della “ditta”, Bersani, si è prepensionato in convalescenza politica, i suoi fidi si sono per lo più, irrenziniti, D’Alema fa una partita tutta sua, autistica, e rimangono a “far resistenza” i Civati, i Cuperlo, i Fassina, con scarsissima presa sul territorio, qualche quadro amministrativo e istituzionale, una assoluta indisponibilità a far cordata forte tanto quanto il caparbio distinguo. La Sinistra post-berlingueriana è stata un pasticcio.
Gli uni e gli altri, i missini e i comunisti d’antan, si erano già politicamente democristianizzati, nel senso che avevano già frammentato il partito in correnti. Che era stato, il correntismo dei cavalli di razza, il vero miracolo del partito della Democrazia cristiana, un partito cioè dove si era capaci di farsi una guerra mortale l’uno contro l’altro – e non per dire, il caso Montesi ordito contro Piccioni ne è solo un esempio – ma si rimaneva sempre uniti nella chiesa. Era la loro tradizione cattolica, d’altronde, quella degli Ordini.
Come è stato possibile che i due partiti più infrangibili da Tangentopoli, quelli a zoccolo duro, che avrebbero dovuto “occupare il centro” democristiano e spartirselo, e costruire di poi l’affrontamento parlamentare fra Destra e Sinistra, si sono invece illanguiditi in una pappetta molle che da un lato e un tempo s’è pappata Berlusconi, e dall’altro e il tempo successivo s’è ingollata Renzi?
La verità è che già allo scoppio di Tangentopoli il “motivo storico” dei due partiti era venuto a mancare. Era venuto a mancare nel 1989, alla caduta del Muro di Berlino. Lì, il comunismo – con tutti gli sforzi e le prudenze di Berlinguer prima e le impennate di Occhetto poi – era alla fine della Storia. Ma a quel punto, alla fine della Storia si trovò anche l’anticomunismo viscerale.
Non che non ci abbiano provato, e gli uni e gli altri, a una ripartenza. Tangentopoli fu la Grande Occasione. Solo che divenne una questione moralista e non politica, divenne una cosa di pancia, di viscere, di rancore plebeo, e non politica.
Forse, avrebbero dovuto, e gli e gli altri, “salvare” la Prima repubblica, invece di affossarla. Avrebbero dovuto e gli uni e gli altri non processare nelle piazze i democristiani e i socialisti – mentre intanto li processavano nelle aule del Tribunale di Milano – anzi, semmai, avrebbero dovuto tendere loro la mano. In fondo, era questo il nocciolo del discorso di Craxi in parlamento. Stava scomparendo un mondo, non la Dc o il Psi. Stavano scomparendo non solo il Centro, ma la Destra e la Sinistra, almeno per come l’avevamo conosciuti sino allora.
Dopo, è storia nota, il berlusconismo prima, per vent’anni circa, il renzismo adesso. Non partiti politici, non idee o ideologie, con corredi di splendori e generosità, di errori e misfatti, ma “solitudini” politiche. Persone come regimi, regimi come persone.
Ha stravinto il liberismo, certo, cos’altro? Era obbligatorio? No, per nulla.
Dalle rovine di Ercolano, salta fuori, talvolta, un reperto archeologico in perfetto stato di conservazione. Con l’eruzione improvvisa, la cenere che ne venne l’ha come bloccato e “protetto” dall’usura del tempo. Tutto il resto si bruciò o si è disintegrato, marcito. Questo, invece, resiste e è pronto a essere subito esposto: è un democristiano. E fa la sua figura.

Nicotera, 25 febbraio 2015

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