La crociata del prode Salvini per la conquista del Sud

Matteo Salvini – che ha iniziato l’altrieri il suo tour meridionale, partendo dall’Abruzzo, dove le accoglienze pare non siano state particolarmente calorose e ora si è spostato in Sicilia, dove spera in un incontro più cordiale – non si è inventato niente: l’idea politica di portare la Lega al Sud è di Umberto Bossi, il patron della Padania, almeno finché è stato in sensi e Berlusconi gli ha dato spazio e gli si è appoggiato. È in quel periodo – il 2006, politicamente un’era geologica fa – che la Lega Nord e il Movimento politico per l’Autonomia (che nel tempo divenne al plurale, per le Autonomie) guidato da Raffaele Lombardo, il medico delle Due Sicilie, siglarono un Patto. Per la verità, il patto lo firmò Calderoli, che aveva il pomposo titolo di Coordinatore delle Segreterie nazionali della Lega (Calderoli firmò probabilmente aggiungendo al suo cognome un y Aragon y Pireneos y Catalunya y Mexico), e prese il nome di Patto per le Autonomie. E si presentarono alle politiche insieme con un simbolo unito, Alberto da Giussano con la spada sguainata che sovrastava la palombella bianca di Lombardo.
Una cosa contro natura, certo, già solo graficamente, però andò benino alle elezioni, o almeno andò bene a Lombardo che tra una cosa e l’altra si ritrovò con cinque deputati – che poi diventeranno sette accogliendo dei transfughi –, e due senatori. Per dire come tutto l’ambaradam fosse sotto l’egida della Casa delle Libertà di Berlusconi, due dei cinque deputati eletti stavano nelle liste di Forza Italia. Adesso non è che mi ricordo di preciso come gli uni e gli altri giustificassero l’orribile connubio – mi pare che Lombardo ce l’avesse con Prodi per via del ponte sullo Stretto di Messina, che invece era uno dei cavalli di battaglia di Berlusconi. Di certo doveva esserci una qualche cornice di chiacchiere sul federalismo – la Lega aveva da mo’ abbandonato il secessionismo – e le autonomie, che non andavano contrapposte ma integrate, roba così: da quando era mancato Miglio non è che la Lega fosse mai riuscita a andare oltre le strologate di Bossi e Borghezio. Le strologate di Salvini erano di là da venire, ancora: lui era tipo il capo delle Marmotte Verdi, in pantaloncini e fazzoletto al collo. Mi pare ci fosse anche qualche piccola formazione politica sarda, nel Patto, e toscana e marchigiana, forse o cose così. Come un qualche pisello caduto per sbaglio in cucina su un piatto di lenticchie.
Poi, nelle convulsioni del centrodestra, nelle imbizzarrite di Bossi e nelle giravolte di Lombardo, il Patto si ruppe e ognuno per la sua strada. Bè, in verità, nel mezzo ci sono i fiumi di quattrini che la Lega – diciamo così, tenutaria ufficiale del patto e quindi accreditata per acciuffare i piccioli dello Stato – provvedeva a Lombardo. Almeno così la racconta Belsito, il fantasioso tesoriere e faccendiere della Lega, poi finito in galera, per via delle ristrutturazioni di casa-Bossi, delle lauree a Tirana, dei Suv del Trota, del tesoretto di diamanti e delle banche farlocche. Ora la Lega ci riprova. E dato che non ha nel frattempo prodotto molto, dopo la scomparsa del già citato sulfureo Miglio, dal punto di vista delle valutazioni delle cose, riparte da dov’era: da piccoli feudi serbatoi di voti, vecchi democristiani – riciclati nel Mpa, nell’Udc o cose così, come Attaguile, furore di un qualche dio, che è il braccio politico del progetto – e da vecchi missini, poi AN, poi dio sa cosa, come Nello Musumeci. E da un pulviscolo di mezze figure e mezze calzette – «Saremo rigorosi nella selezione», rivendicano gli operativi contro ogni barbatrucco di riciclaggio di trombati, loro per primi tromboni – sempre agili a restare in piedi nelle elezioni amministrative di questo o quel pezzo di terra meridionale e quindi a cercare chi se li accatta e raccatta.
Se le cose stanno così, e per ora stanno così, non ci sarebbe che scrivere qualcosa di colore, che tutta l’operazione è colorita assai. Però, il quadro politico è cambiato. E quello che è sostanzialmente cambiato di questo lato delle cose è il quadro politico del centrodestra. Cioè, la fine del berlusconismo. La stampella del berlusconismo, la canotta del berlusconismo si è ritrovata senza che da puntellare, senza che da popolarizzare. E ci prova in proprio. A spaziare oltre il ponte di Piacenza c’è già riuscito – buone le performance nel centro Italia, in Emilia, Romagna, Toscana, e alle europarlamentari anche nel Lazio. Qui, oltre a Salvini, ha raggranellato voti quella sorte di dottor Mengele-Borghezio, che invece raccoglie amorosi consensi tra i fascisti del terzo millennio, ovvero Casa Pound, forse per via dei calci e delle afflizioni di vario tipo che promette agli immigrati, da fermare sul bagnasciuga. E i fascisti si scaldano già ora, al sole prealpino, in attesa del millennio che verrà. Ora resta la grande prateria del Sud, perché si possa davvero aspirare a essere un partito nazionale, si possa provare a diventare lo Marine Le Pen de noantri.
Salvini sembra avere una gran faccia di tolla e questo ne fa un politico di mestiere. Per quel che se ne sa, non ha fatto mai altro. Servisse a qual che, potrebbe andare domani a fondare un partito in Burkina Faso scusandosi coi negri per averli voluti mitragliare fino a qualche giorno prima – «Ma ora le cose sono cambiate, sapete». D’altronde si presentò a Napoli poco tempo fa per il suo primo tour nel Sud e lo accolsero come meritava, ricordandosi dei suoi cori contro i napoletani. Ci riproverà. Intanto, vola nei sondaggi. Certo, i sondaggi non hanno mai fatto un’elezione. Però, è vero che c’è una enorme quantità di voti, e di peones, in libera uscita dal centrodestra e dal grillismo. E vero è che il renzismo acchiappatutto “costringe” a una polarizzazione a destra. E questo conta anche più del fatto che la crisi del berlusconismo trovi prima o poi una sua soluzione credibile. Insomma, la lena c’è.
Mi viene meno da credere che la Sicilia possa tingersi di verde padano. Non perché storicamente non siano venuti d’altrove a liberarla: Federico II, lo Stupor mundi, era un Hohenstaufen, insomma uno Svevo; i Vespri, contro gli Angioni, furono per via degli Aragonesi; e, per farla breve, gli americani ci liberarono dei tedeschi da Gela a Messina. Voglio dire, non è che i siciliani non “sentano” e non ossequino la potenza. Anzi.
È che proprio non viene da credere che Salvini rappresenti una potenza.

Messina, 6 febbraio 2015

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