DSK: processo a un libertino. E all’ipocrisia

Bea fa la puttana. È una fille a joie, come dicono magnificamente i francesi, una ragazza per il piacere. I francesi di prima, prima cioè che si fissassero con la legge che penalizza sempre i clienti e “redime” le puttane. Come se i francesi fossero svedesi. Millecinquecento euro, la prima volta che ti beccano. Tremila, la seconda. La terza, non è contemplata, almeno nel testo che era passato all’Assemblea nazionale e poi si è un po’ arenato. Forse ti frustano, come i talebani. Bea è la compagna di Dodo. Dodo la Saumure, Dodo Salamoia. Un pappone belga. Quando scoppia il caso del Sofitel, con la cameriera Nafissatou Diallo che accusa DSK di stupro, Bea riceve la telefonata di un’amichetta, la maîtresse d’un club belga, l’Avana. La tenutaria d’un bordello. I poliziotti registrano.
«Hai visto la tele? – chiede. Il tuo amico Strauss-Kahn è stato arrestato a New York. Che dice Dodo?
Era in macchina quando ha sentito la storia. Gli ho detto che non mi stupisce affatto, visto quello che era successo nelle toilettes – risponde Bea.
L’ha fatto con te nelle toilettes? – chiede la maîtresse.
M’è saltato addosso. Ma te l’ho detto, non mi stupisce affatto. Solo che è un grosso danno per lui, a un anno dalle elezioni.
Presidente… – dice la maitresse. È finito. Farà il presidente… della prigione (risate)».
Più o meno, una conversazione simile accade nello stesso momento fra Dodo Salamoia e René Kojfer, che è il responsabile delle pubbliche relazioni – diciamo così – dell’Hotel Carlton di Lille. L’albergo che è considerato il cuore della rete di sfruttamento della prostituzione di cui è accusato DSK, il cui processo è iniziato ieri. I poliziotti registrano.
«Hai visto a Strauss-Kahn? – chiede Dodo.
Ne sono al corrente – risponde René. Ho visto il commissario, Lagarde, che gli tiene bordone. Era a Washington con lui.
Non mi stupisce quello che è successo. Ti ricordi quando gli ho portato le ragazze… ti ricordi che ha voluto Bea… nelle toilettes? – insiste Dodo.
E René, risponde: Sì, lo so, è un grosso porco».
Mentre il mondo intero rimane incredulo quando scoppia il casino del Sofitel – e quelli che dicono che nessun aereo è mai caduto l’11 settembre su Washington e che è tutto un complotto del Mossad parlano di una trappola per fottere DSK –, e ci si divide tra chi sostiene che è un libertino e saranno pure cazzi suoi, e chi sostiene che comunque è violenza contro il corpo delle donne, papponi e puttane non si stupiscono.
Dominique Strauss-Kahn aveva l’invidiabile primato di essere conosciuto tra i potenti del mondo come tra le puttane di ogni porto del mondo. Finiva un lavoro e cominciava l’altro. Per dire, il 14 dicembre 2010 effettua un viaggio ufficiale in Messico, poi rientra a Washington. È il capo del Fondo monetario internazionale, e quella è la base. A Washington lo aspetta un programma di lavoro durissimo, a cominciare dalla gestione della crisi greca e dalla decisione di prestare 22,5 miliardi di euro all’Irlanda. È un momento delicatissimo. DSK non è per il rigore e l’austerità. È convinto che il Fondo debba intervenire prestando denaro ai paesi in crisi o a rischio. Il 15 fa un freddo glaciale a Washington. Saranno meno sei. Ma c’è uno splendido sole. Arriva una bella squadra: i due imprenditori Roquet, Paszkowski e il commissario Lagarde. Sono scortati da due giovani donne, occhi chiari e boccoli biondi, Estelle e Marion. Sono le segretarie della società Enrobés du Nord. Vengono tutti da lì, dal nord della Francia, da Lille. Puttane e papponi. Enrobés du Nord. Rivestiti di Nord.
Questa dei nomi per far passare la sua corte di puttane e magnaccia è un esercizio di stile. Per dire, a Davos, un’altra volta, DSK è impegnato per il Forum economico mondiale. Aspetta la sua piccola squadra di allegrezza. All’ultimo momento, Roquet non può venire, per via del passaporto scaduto. C’è Paszkowski comunque, e pure il commissario Lagarde, che non manca mai, perché fa una sorta di addetto alla sicurezza. Sarà pure da proteggere il prossimo presidente della Francia, no? Paszkowski arriva con Jade, stavolta, e la presenta come propria collaboratrice. Tutto in regola, garantisce DSK. Al posto di Roquet c’è Jacques Mellick, figlio dell’ex sindaco di Bethune e membro dell’associazione “A gauche, en Europe”. Un compagno di merenda. A gauche.
C’è una enorme quantità di registrazioni, di video, di testimonianze al processo apertosi ieri. Molta roba è sporca, certo. Quando parlavano fra di loro, papponi e puttane, pensavano a come spillargli soldi, o ricattandolo o testimoniando in suo favore. E la tesi di una ostinata accumulazione di prove per fotterlo, conoscendo le sue – diciamo così – derive private, non è del tutto campata in aria. DSK era il candidato più forte. Sanguigno, passionale, preparato, potente, capace di farsi capire. Di farsi amare o odiare. Insomma tutta un’altra pasta di quello scialbo Hollande che la Francia si ritrova adesso. Quell’Hollande che quando scoppiò il caso, non trovò niente di meglio da dire che «È un affare privato, penoso». Si fosse tagliato la lingua, si fosse. Forse erano in tanti a volerlo fottere a DSK.
Strauss-Kahn rischia fino a dieci anni di carcere e una multa da un milione e mezzo di euro per “sfruttamento della prostituzione” insieme a altre tredici persone. Lui sostiene di non aver mai saputo che le ragazze fossero delle prostitute, che venissero pagate, insomma. La Procura aveva chiesto l’archiviazione, ma i giudici dell’indagine non hanno mollato. DSK sarebbe stato perfettamente al corrente che le ragazze erano delle puttane a pagamento, che qualcuno – imprenditori – saldava il conto, oltre a quello che costava ai contribuenti e che lui “elargiva” invitando altri potenti qui e lì nel mondo. Ci sono gli sms, a migliaia, le telefonate: ci vieni domani a Vienna? c’è del “materiale” buono. Ci vieni dopodomani a Madrid? avremo una gran serata. E poi organizzava, con Dodo Salamoia.
I francesi – che s’incazzano – dicono che DSK somiglia a Berlusconi e al suo “bunga bunga”. Che Dodo Salamoia somiglia tanto a Tarantini e le ragazze dell’Enrobés du Nord sembrano una copia delle Olgettine. Non lo dicono per spiegare una fragilità umana, ma per rincarare la dose, per “politicizzare” la questione. Berlusconi e il bunga bunga sono il disdoro di qualunque società. Di qualunque ipocrisia.
DSK non riesce a tenere l’uccello dentro le mutande, questo è sicuro. Dopo il Sofitel – concluso con un patteggiamento – sono saltati fuori altri due casi di stupro, uno concluso un’archiviazione per la distanza dai fatti. C’è stata perfino una scrittrice che è andata a letto con lui per poi raccontarlo in un libro di successo. Sia una patologia o solo il suo “modo di vivere”, come dice di se stesso, non sembra abbia fatto mai mistero di quest’attitudine. Non è il primo e non sarà l’ultimo. Se non saper tenere l’uccello dentro le mutande è un reato, allora va condannato. Va condannato se ha mai usato violenza in un rapporto non consenziente, pagato o meno che fosse.
Benché l’origine dell’aneddoto abbia dato luogo a diverse versioni, capitò che De Gaulle si trovasse a commentare una scritta: «Mort aux cons», morte ai cazzoni. E disse: «Quel vaste programme», che proposito enorme.
Ecco, far tenere l’uccello dentro le mutande a colpi di legge suona più o meno lo stesso, un “vaste programme”.

Nicotera, 2 febbraio 2015

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