Quando dicevamo: «È tutta colpa di Nicolazzi»

È morto ieri a novant’anni, Franco Nicolazzi. Era stato ricoverato per un malore il 3 gennaio all’ospedale di Borgomanero, e lunedì scorso era stato trasferito alla casa di cura San Carlo di Arona, ma le sue condizioni erano molto gravi. Nicolazzi – a vent’anni giovane partigiano delle Brigate Matteotti, in Piemonte – fu segretario del Partito socialdemocratico italiano dall’ottobre 1985 al marzo 1988 e ministro dell’Industria nel 1979 e poi ministro dei Lavori pubblici sino al 1987. Quando scoppiò lo scandalo delle carceri d’oro: una tangente di due miliardi pretesa da un imprenditore in cambio della concessione di un lotto per la costruzione di un super penitenziario, che portò poi alla condanna a due anni e otto mesi di reclusione inflitti dal Tribunale di Roma a lui e all’ex direttore generale del dicastero. Nicolazzi dovette lasciare l’attività politica. D’altronde, era accaduto anche a altri due segretari del Psdi, Mario Tanassi e Pietro Longo. Longo era stato costretto a dimettersi prima dal suo incarico di governo e poi dalla guida del Psdi nel 1985, a causa dello scandalo P2, nei cui elenchi degli iscritti sin dal 1981 era stato trovato il suo nome. Nel 1992 andò in carcere dove rimase cinque mesi. Il resto della pena, lo scontò in affidamento ai servizi sociali. Nicolazzi aveva preso il suo posto. E prima c’era stato Tanassi. Travolto dallo scandalo Lockheed. Quello in cui erano rimasti impigliati anche i democristiani Rumor e Gui, quello in cui restò impantanato il presidente della Repubblica Giovanni Leone – che “doveva” essere lui Antelope Cobbler, nome in codice, dato che forse era Gobbler, ovvero ingoiatore di antilopi, ovvero leone –, che poi si dimise. Tanti anni dopo, i radicali se ne scusarono, la Cederna fu condannata a pagare una somma pazzesca, molto più di quella notevole che aveva guadagnato con i suoi libri in merito, e la feroce penna Melega continuò a dire che Leone era colpevole perché il sistema era comunque corrotto.
Mario Tanassi era stato accusato di aver ricevuto una somma di denaro dalla società statunitense Lockheed Corporation per favorire l’acquisto di 14 aerei da trasporto Hercules C-130 da parte dell’Aeronautica Militare italiana. Gli ufficiali dell’Aeronautica Militare che avevano valutato l’aereo lo avevano giudicato eccessivamente costoso e inadatto alla difesa. La Compagnia Lockheed aveva pattuito di versare le somme in tre rate: la prima rata al momento di una lettera d’intenti del ministro Tanassi, la seconda rata al momento del contratto di vendita degli aerei, la terza rata al momento della registrazione del contratto stesso. In quanto ministro venne giudicato dalla Corte Costituzionale, che lo riconobbe colpevole di corruzione e lo condannò a due anni e mesi quattro di reclusione. Tanassi scontò quattro mesi di carcere. Fu il primo ex-ministro ad andare in prigione. Il secondo fu Nicolazzi.
Ma la Lockheed aveva devastato la Germania, con il ministro della Difesa, l’Olanda, con il principe consorte, e soprattutto il Giappone. Ministri e primi ministri si erano dimessi. Erano stati gli americani – la Commissione Church – a squadernare le cose. Dopo lo scandalo Watergate si erano messi di impegno a trovare ogni filo di corruzione. E quello della Lockheed era il più robusto e consistente. Nel 1976 il «New York Magazine» scrisse che «il senatore Church ha prove che la Lockheed ha pagato tangenti in almeno 15 paesi, e che in almeno 6 paesi ha provocato gravi crisi di governo». In molti casi, tutto era “coperto” – stiamo parlando di armamenti – dalla guerra fredda, dalla guerra al comunismo. Gli italiani tempestarono la commissione Church per avere i documenti che parlassero del nostro Paese. Non c’era ancora Wikileaks, ma i pasticci accadevano lo stesso.
Bisogna pensare in bianco e nero, per ricordarsi tutto questo. Siamo tanto prima che scoppi Tangentopoli.
«Per tutte queste ragioni, onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare». È Moro a parlare, in Parlamento, l’11 marzo del 1977. A Bologna c’è l’insurrezione e Cossiga manda i carri armati.
Prima di Tangentopoli, il “partito degli affari” era il Psdi. Chissà, vuoi per gli agganci con gli americani – dopo la rottura di Palazzo Barberini di Saragat che non volle andare coi comunisti, come Nenni, erano fedeli alleati – vuoi per il sottogoverno. Però, per dire, Nicolazzi commentò un giorno, a proposito di Tangentopoli: «L’Italia a metà degli anni Ottanta ha iniziato un’opera di distruzione sistematica di quello che era stato costruito. In nessun altro Paese ci sono stati cinque segretari di partito indagati o condannati, ma si è voluto colpire i politici, non i malfattori. L’aiuto ai partiti, che è legittimo in ogni società democratica, è stato interpretato come un fatto personale. Nel mio caso la Guardia di Finanza ha accertato, e fa parte delle carte processuali, che non ho percepito una lira. E di questo vado orgoglioso».
Non era stato il solo a non aver percepito una lira.
La settimana scorsa, è morta all’età di 77 anni, a causa di un aneurisma, Enza Tomaselli, per oltre trent’anni segretaria di Bettino Craxi. Enza Tomaselli, che rimase sempre fedele al leader segretario del Psi quando fu travolto dall’inchiesta Mani Pulite e fu anche arrestata, viveva a Gratosoglio, un quartiere popolare di Milano e, secondo quanto riportato dal quotidiano «Il Giornale», ha donato gli organi. Le sue ceneri – scrive il quotidiano – saranno disperse in mare al suono dell’Internazionale.
Bisogna pensare in bianco e nero. Prima del colore.

Nicotera, 22 gennaio 2015

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