Orrore in Iraq: l’Is trucida tredici ragazzini per aver guardato una partita di calcio

Il profeta Maometto non giocava a pallone. E Allah non gli ha dato nulla da trascrivere nel Corano, al riguardo. E passi per l’Egira, la migrazione che lo portò via dalla Mecca, e aveva il suo da fare, altro che sure sul calcio. Neppure nella Sunna si trova un rigo in merito. Ci sono migliaia di ammonimenti e precise indicazioni su tante cose – come vestirsi, cosa mangiare, come salutare di mattino e di sera – ma niente sul pallone. Non c’è neppure niente su un sacco di altre cose che magari a Maometto non venivano in mente o che Allah considerò secondarie. E però, quello è il Sigillo del Profeta – non è che dopo ce ne sarà un altro –, e quindi bisogna regolarsi un po’ a naso. Che so, la coca-cola si può bere? I condizionatori si possono accendere? Si può marcare a uomo? È meglio il 4-4-3 o il 4-3-2-1?
Il Gran Califfo dell’Orrore, al-Baghdadi ha imposto la sharia sullo Stato islamico. L’unica legge è quella del Corano. L’unica legge è la sua. Se trova conferma la notizia che viene dal sito Raqqa is being slaughtered silently (Raqqa viene macellata in silenzio) – una pagina web di attivisti che continuano a far filtrare informazioni sulle condizioni di vita nelle zone dove ormai governa l’Is, in Siria e Iraq – tredici ragazzini sarebbero stati trucidati a Mosul dai tagliagole incappucciati perché avevano guardato in televisione una partita di calcio: Iraq contro Giordania.
C’è la Coppa d’Asia in corso. E nel girone D c’erano Iraq, Giordania, Palestina e Giappone. Beh, il Giappone è quello di Nagatomo, che sta nell’Inter, e di Honda, che sta nel Milan. Insomma, è abbastanza forte. Gli altri, sembrano messi lì per fare un girone, anche se qui e là c’è qualche giocatore che ormai partecipa a campionati internazionali. A me fa piacere sapere che ci sia un girone in cui c’è l’Iraq. Cioè, c’è un paese disastrato dalla guerra e dalla frammentazione politica, un paese in cui ormai più di un terzo è fuori controllo, sotto le bandiere nere dell’Is. Però, da quel che rimane c’è una squadra di calcio. E pure la Palestina, che non è uno Stato ha una sua squadra di calcio (Hamas considera degno di fede antisionista che si giochi a pallone?)
La televisione – Al Jazeera, Al Arabiya – porta nelle nostre case le immagini orribili dei tagliagole che infieriscono sugli ostaggi. Le porta pure nelle case degli iracheni e in quelle dei palestinesi. Certo, è difficile che fai tutto un palinsesto con le teste mozzate. Qui e là devi un po’ allentare. E quindi il calcio. D’altronde lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyān s’è comprato il Manchester City e il principe del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani s’è comprato il Paris Saint Germain, e ha pure interessi in Al Jazeera. Il conto torna. I ragazzini, li vedi nei filmati dei campi profughi, delle file di chi fugge dalla guerra, hanno sempre una maglia di calcio addosso. Neymar, Messi, Cristiano Ronaldo, quella roba lì.

E d’altra parte, per dire, l’altra sera una annunciatrice dell’emittente egiziana Al Nahar News, ha letto le news indossando una maglia della Roma. La conduttrice Shima Seba sfoggia, puntata dopo puntata, la divisa di una squadra di calcio.
Quello che può fare il calcio. Forse è una leggenda, ma quasi vent’anni fa, in Africa un gruppo di turisti si salvò da un sequestro perché qualcuno portava la maglia di Totò Schillaci, e quei banditi l’avevano visto il siciliano dagli occhi di fuoco ai Mondiali del ’90, chi non l’aveva visto? «Minchia, Schillaci». Si presero la maglia. Li lasciarono andare.
Dice che neanche Gesù – che pure amava i bambini – abbia detto niente sul calcio, o almeno che Marco, Matteo, Luca e Giovanni non ne scrissero nulla. Forse spunterà un qualche vangelo apocrifo. E se è per quello non c’è una parola neanche nella Torah, e quanti rabbi Mordechai e rabbi Isaac si siano arrovellati, attorcigliandosi i loro tefillin, non sono mai riusciti a cavarne nulla. Nel mitzvah qualcuno parla del pallone? Forse c’è un problema tra le religioni monoteiste e il calcio. Di sicuro non c’è un problema tra Dio e il calcio. Vedete, una volta quando c’era la grande Inter, cinquant’anni fa, a un giocatore, Mariolino Corso, che con il sinistro faceva tutto e lo faceva magicamente, lo chiamarono “il piede sinistro di Dio”. Non credo che Dio – o Allah o Yahweh – se ne offendesse. Magari ci godeva pure lui alle giocate di Mariolino. Era una delle prove ontologiche della Sua esistenza.
I tredici ragazzini sarebbero stati catturati dai miliziani dell’Is nel quartiere di al-Yarmuk, a Mosul, e trucidati in piazza a colpi di mitragliatrici. Secondo quanto riportato sul sito web di Raqqa, “i cadaveri sono rimasti esposti a terra e i genitori non hanno potuto recuperarli per timore di essere uccisi dai jihadisti”. Prima dell’esecuzione, le milizie dell’Is hanno annunciato quanto stavano per commettere con un megafono, dicendo che i ragazzini avevano commesso un crimine. Io credo che quello che abbia fatto infuriare i tagliagole sia stato il fatto che qualcuno guardasse una “nazionale iraqena”. Non può esserci una nazionale iraqena: l’unico Stato sono loro, i tagliagole. L’unica bandiera è la loro, quella nera.
Eric Cantona, che è stato non solo un grandissimo calciatore del Manchester United – The King, per i suoi tifosi – ma uno straordinario personaggio, s’è fatta un’idea chiara del rapporto fra Dio e il calcio; una volta ha detto, dopo la morte di George Best: «Best nella sua prima seduta d’allenamento in Paradiso, giocando da ala destra ha fatto girare la testa a Dio, per sua sfortuna schierato terzino sinistro. Vorrei tanto mi tenesse un posto nella sua squadra. Best, non Dio…».
Beh, l’altro giorno Cantona ha rilasciato un’intervista dopo l’attacco terrorista al settimanale Charlie Hebdo. E ha detto: «Si deve ora evitare che quanto accaduto finisca per essere utilizzato contro l’islam. Di fanatici ce ne sono ovunque, ma si tratta di una minoranza».
È vero. Durante il mondiale dello scorso anno, i Boko Haram misero a segno un attentato in Nigeria provocando ventuno morti e ventisette feriti tra la folla – la Nigeria è uno squadrone e una fucina di campioni – che stava seguendo in diretta TV la partita Brasile-Messico. Poco dopo il fischio di inizio un attentatore suicida si fece  esplodere in mezzo ai tifosi che si trovavano davanti uno schermo all’aperto.
Insomma, l’Iraq ha poi vinto contro la Giordania, anche se stentatamente, per uno a zero. E dopo, ha vinto pure con la Palestina, con un più secco due a zero. Adesso è nei quarti. E affronterà l’Iran. Vorrei sapere i nomi di quei ragazzini. Vorrei che nella Coppa d’Asia, che in tutti gli stadi di calcio del mondo, prima della partita, qualcuno li leggesse, come si legge una formazione. Ci sono tredici nomi. Undici saranno in campo, e due riserve. E a ogni nome si facesse la ola e si battessero le mani e si suonassero le vavuzelas. Come fossero i nostri campioni. I campioni di ogni tifoso. Quante cose che può fare un pallone.

Nicotera, 20 gennaio 2015

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