Liberate Vanessa e Greta: la rivincita degli 007 made in Italy

Ne siamo lieti, ovviamente. E insomma, finisce che devi fare tanto di cappello ai Servizi segreti italiani perché hanno riportato Vanessa Marzullo e Greta Ramelli a casa sane e salve. Dopo il video del 31 dicembre, in cui in venti terribili secondi le due ragazze pregavano il nostro governo di fare qualcosa per salvarle che erano in pericolo di vita, i Servizi dissero: «La trattativa è in una fase delicatissima: consentiteci di lavorare in silenzio». Sembrava una frase di circostanza, di quelle cose che ti dicono per toglierti dai coglioni, ragazzino lasciaci lavorare. Invece, era vero. Evidentemente, avevano già messo in moto, fin dalle prime notizie del rapimento, i loro meccanismi, i loro contatti, le loro mediazioni, e capirono subito la gravità del video. Bisognava fare presto, qualcosa poteva essere fatta. O forse erano stati proprio loro a chiedere quel video ai sequestratori, come prova che le ragazze fossero ancora in vita.
In quel gran marasma che è la situazione in Siria, fra ribelli, esercito lealista, franchising di al Qaeda – i seguaci di al Nusra – e i tagliagole dell’Is del Gran Califfo dell’Orrore, non dev’essere stato facile trovare la strada per arrivare a chi teneva le due ragazze.
Magari era solo un bandito di strada, qualcuno che aveva bisogno di soldi per poter poi trovare armi e diventare più grosso, più solido, accogliere altri seguaci. In questi casi, però, non è che le cose siano più facili: un brigante qualunque è imprevedibile, può prendersi di paura, può decidere di vendere a qualcun altro il suo “bottino” o sbarazzarsi del problema e puntare a un’altra vittima. Non è mai detto che chi organizza i sequestri si prenda cura pure degli ostaggi. Non è che bisogna andare in Siria per sapere queste cose, succedeva pure in Calabria e in Sardegna: li prendevano in Lombardia o in Toscana e poi li tenevano in Supramonte o in Aspromonte. Li transumavano, agli ostaggi. Come le pecore. Con le pecore.
È per questo che gli americani ce l’hanno con noi. Perché trattiamo, sottobanco, certo. Perché paghiamo. Loro, gli americani, gli inglesi, non pagano mai. Neanche in patria, se è per quello. È dal rapimento del piccolo Lindbergh, più di ottant’anni fa, che loro non pagano. Paghi e te lo ritrovi morto. Non paghi e forse si può trattare. Così dicono, così è la loro storia. Forse lo liberano, forse lo troviamo. A volte succede. A volte, come, recentemente, nel caso di James Foley, ci vanno quasi vicino, e poi niente.
Qualche mese fa il «New York Times» ha fatto una lunga inchiesta mettendo a confronto i comportamenti dei governi nei casi di rapimenti. Il senso era che gli europei finanziano al Qaeda. Ovviamente, nessun governo europeo ammette di aver pagato – a volte le cose si mascherano con degli aiuti umanitari. L’articolo comunque sosteneva che l’unica linea giusta era quella di inglesi e americani. Anche se gli americani poi qualche trattativa l’hanno fatta, liberando cinque capi talebani per un soldato. Anche i russi non pagano, è dalla guerra in Cecenia che non pagano.
Invece, noi paghiamo perché facciamo le guerre controvoglia. Noi paghiamo perché non troviamo mai nessuno. Non trovammo neppure Moro, in cinquantacinque giorni di caccia mettendo sottosopra l’Italia. Pure il pendolino della maga usammo (e i tavolini parlanti e i cani medium) e ci andammo quasi vicino. Sempre quasi però.
Moro lo sapeva. Non aveva fatto altro che trattare lui. Coi palestinesi. Perché non ci portassero la guerra in casa. Faceva imbestialire gli israeliani questa storia. Ma noi tiravamo avanti. Pure quando ci fu il sequestro dell’Achille Lauro trattammo. Fu Craxi in persona a trattare, anche se c’era stato quell’odioso crimine che buttarono un paraplegico dal ponte in mare, perché era ebreo. La lezione di Moro è rimasta. Deve avere fatto “scuola” ai Servizi. Lui non ne poté godere. Ma lì c’era di mezzo la politica e la geopolitica. Roba grossa.
E così, mentre i Servizi francesi dopo Charlie Hebdo mostrano tutte le loro falle – che fosse in preparazione un grosso attentato gliel’avevano segnalato gli algerini, ma figurarsi se prendevano in considerazione una segnalazione degli algerini; i due fratelli Kouachi erano considerati non pericolosi, e si è visto poi quanto invece fossero mad dogs, cani pazzi; durante le cinquantacinque ore della caccia hanno combinato un gran casino; la compagna di Coulibaly era considerata protagonista degli attentati, forse era fuggita infilandosi fra gli ostaggi del negozio kosher a Porte Vincennes, e invece aveva già passato la frontiera con la Siria, esibendo il proprio passaporto; insomma un disastro – noi invece portiamo a casa un gran risultato: due ragazze sane e salve.
Certo, non abbiamo vinto la guerra. Ma quelle, noi italiani non le vinceremo mai. Meglio contentarsi di piccoli successi. È a questo che servono i Servizi, no?
Per una volta, chapeau.

Nicotera, 15 gennaio 2015

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