Un lavoratore qualunque al Colle

Vorrei un presidente che sia un postino. O lo sia stato. Oppure, un maestro. Un ingegnere. Un gestore d’enoteca. Un impiegato delle Asl. Un fonico. Insomma, un italiano qualunque. Una italiana qualunque. Una cuoca. Uno che come unico titolo di merito – come recita la Costituzione, articolo 84, Titolo II – abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici. Vorrei non fosse un politico di mestiere, uno delle istituzioni, uno che nella vita ha fatto sempre e solo quello. Portato, per sua natura, a rappresentarsi una Repubblica presidenziale in un Paese, il nostro, in cui non c’è il presidenzialismo, intero o semi. Non un culo di piombo, quello che si alza per ultimo alle riunioni di partito oppure redige i verbali o tiene i bordoni della cassa, quello di cui nessuno può fare a meno e che si ritrovano sempre. Non uno che abbia fatto mille battaglie per mille diritti. Avere già lottato e sudato per tenere insieme dignitosamente la propria casa e la propria famiglia, mi pare già un buon merito. Vorrei pure che fosse un lavoratore qualunque, non un cittadino emerito, non uno che si è distinto per avere vinto il Nobel, per avere scritto versi immortali o scoperto qualcosa di importante: per quello, c’è la carica di senatore a vita.
Si potrebbe fare un concorso, perciò. Magari si potrebbe richiedere la cartella clinica, per non ritrovarci dei fuori di testa, benché, di fatto, fuori di testa ce li siamo ritrovati a capo della repubblica, e avessero un’anamnesi apparentemente pulita. E il casellario giudiziario. Quali altri requisiti dovrebbero servire, secondo il dettato costituzionale?
Certo, bisognerebbe sottoporre i candidati a un qualche esame. Come si fa coi giurati nelle giurie popolari, capire se abbiano dei pregiudizi di razza, religione, sesso. Come si fa al parlamento europeo per diventare responsabili di una qualche commissione – a Buttiglione ancora gli brucia che lo bocciarono: rispose in polacco, in tedesco e in olandese alle domande che gli ponevano, ma non passò. E magari, discretamente, chiedere alla polizia postale di scandagliare il web, hai visto mai saltasse fuori qualche video en travesti – parrucca azzurra, giarrettiere rosa – o qualche WhatsApp con le parti intime in bella mostra a molestare un vicino o una serata in birreria cantando cori razzisti contro napoletani o bergamaschi oppure con la tuta mimetica e un Kalashnikov a fianco che predica una qualche jihad. Non che io abbia qualcosa contro – le giarrettiere en travesti, dico – però, insomma, c’è una certa suscettibilità e bisogna capire. Certo, può capitare comunque che salti fuori una vecchia storia, che so una lite con un vigile per una sosta vietata e una multa non pagata, una discussione animata con un vicino perché la musica è a volume troppo alto e è finita che è intervenuta la polizia. Ecco, succedesse, ci vada in tribunale, come un cittadino qualunque, non si trinceri dietro i paramenti del ruolo e della rappresentanza. Fa bene al cuore, sapere che il presidente è come tutti noi.
Vorrei esercitasse il potere di concedere grazia e commutare le pene (articolo 87). Dall’insediamento al Quirinale (15 maggio 2006), il presidente Napolitano ha licenziato solo venti provvedimenti di grazia e tre di commutazione (da pena detentiva a pecuniaria), su duemilaseicentottantotto pratiche trattate e definite. Ventitre su duemilaseicentottantotto. Diciamo che si è tenuto un po’ strettino. E dire che a tre giorni tre del suo insediamento, comunicò la sua intenzione di istituire un Ufficio deputato (l’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia). Dopo di che, risolto – grosso modo – la prassi, la usò con parsimonia, come costume. Vorrei invece un presidente che la eserciti con larghezza, oltre che con oculatezza. E magari se ne infischi dell’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia. Stante la condizione delle carceri e quella dei tribunali magari può servire a riequilibrare un po’ le cose. Come si faceva un tempo. Dagli anni Cinquanta ai Novanta il totale dei provvedimenti di clemenza individuale firmati dai presidenti della Repubblica ammonta a oltre quarantamila. Diciamo, circa mille provvedimenti l’anno. Ecco.
Vorrei si attenesse strettamente al mandato dei sette anni (articolo 85). E non si facesse pregare in ginocchio – quando sarà che dovrà abbandonare – perché altrimenti si sfascia il Paese e i nostri partner stranieri sono in ansia e insomma accettasse poi a rimanere “per spirito di servizio e amor di Patria”. Anzi, si potesse, io lo abbrevierei il mandato. La più grande potenza della storia dell’umanità, gli Stati uniti, elegge un presidente per quattro anni, non è già una misura sufficiente? Potrebbe perciò, il nostro futuro presidente, dimettersi anzitempo. Avanzare un qualche problema dell’età o una questione personale delicatissima, e dichiarare una stanchezza galoppante e una possibile mancanza di lucidità, a motivo delle dimissioni. Non che con tutti questi handicap noi non si sia tenuti lo stesso un presidente della Repubblica, a guardare indietro. Però, ecco, se insiste. Quattro anni. Bastano. Poi, si indice un nuovo concorso.
Vorrei fosse non alto di statura, e con tutti i capelli – bianchi, se è in pensione – e non portasse per forza le cravatte di Marinella o indossasse i doppiopetti di Caraceni. E non sapesse parlare altra lingua che la sua, la nostra, l’italiano. A Buttiglione sapere le lingue non è servito granché. E Mao ha fatto alzare la schiena a un miliardo di cinesi e parlava solo il dialetto dello Hunan, per dire. Sembra che Piero Fassino faccia girare la voce, per accreditare la sua corsa al Quirinale, di essere stato ministro al Commercio estero. Insomma, che abbia una qualche statura internazionale, mica lo conoscono solo a Torino e in Piemonte. L’onorevole socialista Nicola Capria è stato quattro volte ministro del Commercio estero. In nessuna delle quattro ha lasciato una qualche memoria di sé. Né tanto meno Claudio Vitalone, Augusto Fantozzi o Adolfo Urso. Diciamo che non è un gran titolo, ecco. Che si sappiano le lingue o meno. Per accreditare e ricevere i rappresentanti diplomatici, ratificare i trattati internazionali (articolo 87) non è che devi per forza parlare l’olandese, il polacco e il tedesco. Ci sono i traduttori e ci si può capire benissimo lo stesso. E per conferire le onorificenze della Repubblica non è che devi parlare in inglese.
Vorrei riducesse le spese del Quirinale, che sono sempre elevatissime. Non per dare ragione a Gian Antonio Stella – che continua a ricordarci come costi il doppio dell’Eliseo, quattro volte Buckingham Palace e otto volte il Cancellierato tedesco – ma per una questione di decenza. E vorrei li aprisse i saloni del Quirinale, con tutte le straordinarie bellezze e le opere d’arte che ci stanno dentro. Può trovare un qualche altro dignitoso palazzo istituzionale – figurarsi, a Roma! – oppure starsene a casa sua. José Alberto Mujica Cordano, 78 anni, detto “El Pepe”, quand’era presidente dell’Uruguay, stava a casa sua. Quando ha finito il mandato, neanche le spese di trasloco sono state necessarie. Al paese suo, lo adoravano.
Vorrei infine che usasse con comprendonio il fatto di avere il comando delle Forze armate, di presiedere il Consiglio supremo di difesa e di poter dichiarare lo stato di guerra deliberato dalle Camere (articolo 87). Con l’aria che tira, farebbe bene, se le Camere deliberassero e ce ne sono di teste calde là in mezzo, a respingere qualsiasi dichiarazione. A ricordarsi dell’articolo 11 – Principi fondamentali: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Vorrei infine che ci richiamasse al voto quando necessario, e si smettesse di conferire mandati e inventare maggioranze risicate e malmostose pur di non andare alle elezioni. È potere del presidente indirle. Spero proprio che il prossimo lo eserciti. E il Paese non va in frantumi, e i mercati internazionali non ci mangiano in un solo boccone, ma si esercita un principio elementare della democrazia. È da un bel pezzo che non accade.
C’è una Carta. Basterebbe seguirla, e già avremmo un presidente che entra nella storia.

Nicotera, 14 gennaio 2015

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