Cuba: e Obama sarebbe un presidente titubante?

L’età media della popolazione dell’America del Nord è tra i trentasei e i quarantadue anni, e in America Latina e nei Carabi, invece, tra i ventiquattro e i trentotto. Ha proprio ragione Obama, annunciando l’apertura verso Cuba, a dire che è giunto il momento di muoversi oltre una «rigid policy that is rooted in events that took place before most of us were born», una politica rigida che affonda le sue radici in eventi che ebbero luogo quando la maggior parte di noi non era ancora nata. Dwight “Ike” Eisenhower impose il primo embargo commerciale nel 1960 e ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba nel gennaio 1961, poche settimane prima di lasciare la presidenza. Sette mesi prima che Obama nascesse. E l’invasione della Baia dei Porci, programmata nel 1960 durante l’amministrazione Eisenhower dal direttore della Cia Allen Dulles e sostenuta da Richard Nixon, allora vicepresidente, venne lanciata nell’aprile 1961, neanche tre mesi dopo l’insediamento di John Fitzgerald Kennedy alla presidenza. La Cia aveva addestrato esuli cubani e mercenari per invadere Cuba e rovesciare il governo di Castro. Fu un fallimento. Quattro mesi prima che Obama nascesse. E quando, dopo il fallito tentativo di invasione, Castro si era rivolto a Chruscev per installare dei missili a Cuba e gli americani lo scopersero e iniziò una crisi che durò tredici giorni e il mondo fu sull’orlo della guerra nucleare e papa Giovanni si spese non poco per la pace e poi i sovietici ritirarono le testate in cambio di una formale dichiarazione di Kennedy che non avrebbe più provato a rovesciare il regime cubano, beh era l’ottobre 1962 e Obama aveva poco più di un anno.
Rimarrà solo James Ellroy, con i suoi libri crudi e duri, a ricordare quell’America degli anni Sessanta, con sbirri e mercenari, in bilico tra crimine e giustizia, tra le ossessioni di John Kennedy, le trame di Cia e Fbi, la mafia e gli anticastristi, in un mosaico folle di collegamenti, piste, relazioni, doppi e tripli giochi, dove nessuno è innocente. Dove il sangue è randagio, blood’s a rover.
Ci hanno provato seicentotrentotto volte, gli americani, a uccidere Castro. Ci hanno provato col veleno nei sigari, con la muta subacquea infettata da funghi killer, con i cecchini e con i mafiosi. Dal 1959 non hanno fatto altro, gli americani, che provare a farlo fuori. Sono queste le “radici” di eventi che Obama considera di un altro tempo. Di un altro mondo. A relic, una reliquia, un cimelio. È tempo, adesso, di iniziare «a new chapter among the nations of the Americas», un nuovo capitolo tra nazioni delle Americhe.
Ci sono stati dieci presidenti americani, tra Eisenhower e Gorge W. Bush, prima di Obama, e nessuno di loro si sarebbe mai avventurato a dire quello che lui ha detto. Democratici o Repubblicani che fossero.
Se finora Obama è stato criticato per la sua “cerebralità”, un modo insomma di additare una supposta sua titubanza – e l’Iraq, e l’Afghanistan e la Siria –, e dopo le ultime elezioni di mid-term in cui i Repubblicani hanno conquistato il Senato e rafforzato la propria maggioranza alla Camera, il che ha fatto dire a molti commentatori che fosse ormai a lame duck, un’anatra zoppa, le ultime sue mosse sono state invece un’accelerazione straordinaria. La legge sull’immigrazione, un decreto che di fatto ha regolarizzato cinque milioni di immigrati illegali, proteggendoli dai rimpatri forzati e garantendo loro un permesso di soggiorno e di lavoro. «Non è un’amnistia di massa. Si tratta di responsabilità e di misure di buon senso. Siamo sempre stati e saremo sempre un Paese di immigrati. Anche noi siamo stati stranieri una volta, e ciò che ci rende americani è la nostra adesione a un’ideale comune, quello che tutti siamo creati uguali». E uno. L’accordo raggiunto con il premier cinese Xi Jinping per la riduzione delle emissioni di CO2 – Stati uniti e Cina insieme sono responsabili del 45 per cento dell’emissione totale – con l’impegno cinese a spostarsi su eolico e solare e a fissare una data, per la prima volta. E due. La presa di posizione su Internet, che deve rimanere aperto a tutti, dichiarandosi contrario a una rete “a due velocità” e chiedendo alla Federal Communications Commission di attuare le regole più stringenti possibili per proteggere la neutralità della rete, il che ha mandato in bestia le grandi compagnie telefoniche. E tre. La ricerca di un’intesa con l’Iran sul nucleare, per la prima volta corroborata dalla possibilità di una riduzione delle sanzioni. E quattro. E adesso Cuba. E cinque.
Ci saranno mille cattivi motivi per cui il regime cubano – e la crisi che attanaglia e la penuria dei soldi venezuelani e la spinta di una società che cerca democrazia e e – è disposto a trovare un accordo con i maledetti yankee e a cambiare cavallo. E ci sarà stato un gran lavoro sotterraneo della diplomazia cattolica. Ma senza la determinazione di Obama, staremmo ancora attaccati alle reliquie di un mondo che non ha più senso. Certo, è solo un primo passo. «Cominceremo a normalizzare le relazioni tra i nostri due paesi», ha detto. Questi cinquant’anni hanno dimostrato che l’isolamento non ha funzionato. È tempo per un nuovo approccio».
Sarà che Obama è un’anatra zoppa.
Però, a avercene in Europa anatre zoppe così.

Roma, 18 dicembre 2014

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