La democrazia è morta. Viva la democrazia

Era rimasto inascoltato Veltroni quando ricordò, all’indomani della fantastica supercazzola con scappellamento a sinistra del 40.8 per cento di Matteo Renzi alle ultime europee, che lui di voti, anni prima col suo 32 per cento ne aveva preso qualche milioncino in più. E se adesso dici che in Calabria il Pd alle europee, qualche mese fa, mica anni, aveva preso 267.736 voti e il 35,80 per cento e oggi, che Oliverio ha stravinto, ha preso solo 185.097 voti e il 23,68, a chi vuoi che importi? Vecchi rompicoglioni, sempre col bilancino a fare la tara delle cose. Salire sull’ultimo treno, prego, e battete le mani, o tacete. E figurarsi poi, quando qualcuno aveva alzato il ditino dicendo che, insomma, il tesseramento del Pd stava andando maluccio. Macché, macché, rispose qualcuno dell’agguerrito e arrogante staff del novello Principe di Boboli, sono solo punture di spillo di una minoranza infima che non si dà pace, in due mesi raggiungeremo l’obiettivo. Ecco, l’hai visto, l’obiettivo.
Guardate, neppure io, che sono un astensionista convinto da anni, e che da anni puntualmente a ogni tornata elettorale faccio campagna astensionista – mi sono concesso una pausa grillesca quando ho pensato che potesse servire a scuotere il tran tran –, attestandomi nell’ultimo anno sul cinquanta per cento, neppure io avrei mai pensato che crollasse così l’affluenza ai seggi. Non è più uno su due che non va a votare, come alle regionali in Friuli e in Sardegna, come alle comunali di Roma che elessero Marino, ora sono quasi due su tre che restano a casa o si dedicano a altre cose. Magari non saranno eticamente consapevoli né democraticamente corroboranti, però, signori, il popolo scorreggia, spernacchia, rutta e rumoreggia. E non è che la “qualità” delle amministrazioni sia poi indifferente al modo in cui esse vengono elette, senza voto, cioè. Avete qualche dubbio? Beh, guardate a Roma. E stavolta, non ci romperanno neppure i coglioni, come fanno – peraltro, barando – dal referendum su monarchia-repubblica del 1946, che è nel Sud che non si vota o si vota male. Stavolta è nella roccaforte della “partecipazione democratica”, l’Emilia-Romagna, che la disaffezione, diciamo così, è alta. Dove si andava a votare in maniera bulgara. È a Bettola, paese natio di Bersani, che le elezioni ballano la rumba, altro che lissio in balera. In Calabria – dove si festeggia al miracolo pur se non si è raggiunto neppure il cinquanta per cento dei votanti –, qualcuno ci va ancora e porta i parenti e gli amici più stretti. Sarà stata la ndrangheta o la massoneria a dare l’indicazione di salvare il rito democratico delle elezioni?
E pensate solo a questo: di quei quattro gatti che votano, a esempio in Emilia, quant’è la percentuale di persone che direttamente ha a che fare, nel senso proprio del lavoro, dello stipendio o del trovarsi dentro la catena alimentare del denaro pubblico, con la politica? Amministratori, funzionari, gente delle Asl, delle cooperative, di enti regionali, nazionali e comunali, uffici stampa, relazioni con il pubblico, circoli e associazioni e ong e fiere che vivono di sovvenzioni, e poi il mondo degli appalti. Quanti, coi loro parenti e amici fidati? Si può dire, con verosimiglianza, che se la cantano e se la suonano. Si può dire, con verosimiglianza che il voto di opinione conta ormai quanto il due di briscola.
D’altronde, che votiamo a fare? Oliverio e Bonaccini avevano già vinto da mesi: non sarà il mio voto a cambiare le cose – se volessi – e per il resto è già tutto sistemato.
Il Principe di Boboli gongola. Ne ha motivo: il suo governo è adesso invincibile – altro che inizio della parabola discendente. Non perché abbia conquistato altre due regioni, bensì per il semplice fatto che nessuno in parlamento metterà in discussione i suoi programmi, con lo spettro della minaccia di elezioni anticipate e la sicurezza matematica di dire addio al proprio posto di deputato o senatore. Avrà qualche fastidio, tutto qui. Certo, le lobby organizzate – istituzionali o meno, i magistrati, le burocrazie, a esempio – ne escono pure rafforzate: sono loro che “tengono insieme” il paese, giorno dopo giorno. E quelle, le lobby, non scadono a mandato elettorale: sarà questo il punto di frizione del governo. Renzi non avrà né opposizione interna – se ha portato sinora a casa briciole, puoi immaginare da oggi in poi –, né opposizione esterna – un centrodestra frantumato e che vede crescere la Lega di Salvini come centro di aggregazione. Avanti tutta fino al 2018. Non ha nessuna legittimazione, certo. Ha mai importato al potere politico, questo? La legittimazione viene dopo.
Perché il punto è proprio questo: la “sofferenza” della democrazia rappresentativa non comporta la sofferenza del potere politico. Rimane la chiave di volta del nostro sistema, la conquista del potere politico. Perché è il potere politico che governa l’economia di questo paese, o detto altrimenti l’economia di questo paese non ha autonomia, non l’ha mai avuta, senza la copertura del potere politico. E a chi si tiene stretto il potere, che la stragrande maggioranza volti le spalle può forse impensierire la cosa? Semmai, lo intimidisce di meno. Tre sondaggi, quattro apparizioni televisive, e vai a cercarti il pubblico, un “consenso” ormai costruito a tavolino da giornali e televisioni per “spirito di servizio”, diciamo così. L’astensionismo, oddio che malessere, chissà che orrore può venirne fuori. Saranno le periferie abbandonate a non votare, o i ceti emarginati. Che cazzo dite? Perché non chiedete al bar? Sono ceti che producono, che tirano avanti tra le strozzature, che se ne fottono dei riti. Tanto, non ne ricavano nulla. La consapevolezza sociale è che siamo alla frutta, e da mo’. Meno male che ci sono quattro gatti che votano. Che tengono alta la bandiera della democrazia.
In due articoli usciti in sequenza sul «Corriere della Sera», un vero uno-due, Ernesto Galli della Loggia e Michele Salvati hanno scritto sulla crisi della democrazia; il primo parlando più drammaticamente di una necessità di rifondazione affrontando il politico, ovvero grandi scenari e strategie su cui incamminare il paese; il secondo, parlando più lievemente di una normalità della crisi, di una irreversibilità dei mutamenti, e del bisogno di una leadership forte, senza strillare al cesarismo.
Benché differenti per formazione e sensibilità, della Loggia e Salvati sembrano entrambi aspettarsi una trasformazione dall’alto. Dal basso possono venire solo tumulti e contraddizioni e conflitti e bisogni non rappresentati e non rappresentabili, e soprattutto non esaudibili: non c’è lavoro, non ci sono denari, niente speranze. Amen.
E invece, se speranza c’è di restituire a questa forma di società politica che è la democrazia repubblicana, la sua anima e le sue istituzioni e il suo funzionamento, essa può venire dal basso. Che non sono rose e fiori. Che il popolo scorreggia, spernacchia, rutta e rumoreggia.
Il potere politico democratico sarà sempre più affare di pochi. Avrà il suo funzionamento, le sue istituzioni, le sue regole. Che sono quelle di adesso. O quelle che sanciranno il potere di adesso. Svuotate di sovranità popolare. Governerà sempre più per emergenza, ogni governo sarà sempre sul filo dell’emergenza che sarà la sua grundnorme, la legge costituzionale fondativa non scritta.
L’unico bilanciamento possibile dei poteri – nella drammatica crisi della rappresentanza – è restituire alla sovranità popolare la possibilità di esprimersi. L‘unica riforma possibile a questo punto è dare ai referendum valore costituzionale, di indicazione di legge, e non più limitato solo alle leggi di revisione costituzionale, e non più solo abrogativo, e abolendo i limiti di ammissibilità (bilancio, tasse, amnistie, trattati internazionali). Su argomenti precisi, conosciuti e comprensibili, su cui ci si può formare un’idea o cambiarla. Con un Sì o con un No.
Fatevi le vostre elezioni, noi ci faremo la nostra repubblica.

Nicotera, 24 novembre 2014

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