Sessant’anni fa nasceva il Fronte di liberazione dell’Algeria. Cosa ne rimane in Africa del nord e nel Medio Oriente, oggi?

Nelle scene finali del film di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri, il comandante dei militari francesi ordina con un megafono ai manifestanti, che stanno assiepati nella Casbah e pregano perché i quattro ribelli asserragliati si salvino e non vengano fatti saltare in aria con la dinamite, di disperdersi: «Ma cosa volete?» E un urlo sempre più forte, un boato, gli risponde: «L’indipendenza».
Ecco, era in questa semplice parola tutta la forza del Fln, Fronte di liberazione nazionale algerino. Conquistare l’indipendenza dalla Francia, non essere più una colonia, decidere da sé la propria sorte. È un vento che sta attraversando tutta l’Africa, l’Asia e il mondo intero. Dirà poi Ferhat Abbas, uno dei leader della resistenza algerina, che sarà primo presidente del Governo provvisorio: «Dien Bien Phu – in Indocina, dove tra il marzo e il maggio del 1954 le truppe francesi sono state battute dai Viet Minh – non fu soltanto una vittoria militare. Questa battaglia rimane un simbolo. È il Valmy dei popoli colonizzati. È l’affermazione dell’uomo asiatico e africano di fronte all’uomo europeo. È la conferma dei diritti umani su scala universale. A Dien Bien Phu, la Francia ha perso l’unica legittimazione della sua presenza, vale a dire il diritto del più forte». A luglio del 1952 il movimento dei Liberi ufficiali guidati da Naguib e Nasser ha deposto il re e proclamato la repubblica al Cairo. L’Egitto sarà un riferimento fondamentale per la lotta algerina. È il colonialismo dell’uomo bianco che è in crisi. È l’impero coloniale francese che sta andando a pezzi.
Il Primo novembre del 1954 nasceva il Fronte di liberazione nazionale dell’Algeria. Era una formazione politica nata dall’aggregazione di piccoli gruppi preesistenti. Si presentò eseguendo una serie di attacchi organizzati in varie parti dell’Algeria contro installazioni militari, posti di polizia, magazzini e mezzi di comunicazione. Dal Cairo, via radio il Fln emise un comunicato in cui esortava il «popolo algerino e i militanti della causa nazionale» a insorgere per l’instaurazione dello «Stato algerino, sovrano, democratico e sociale, all’interno dei principi dell’Islam, e per il rispetto di tutte le libertà fondamentali senza distinzioni di razza e di religione». La Dichiarazione dei Diritti dell’uomo in salsa coranica.
Furono sette anni e mezzo di guerra spietata, tra coloni francesi, i pieds noirs, e gli algerini, tra gli algerini e l’esercito francese, tra algerini e algerini, tra paracadutisti francesi e membri della società civile francese, tra la Francia e la Francia, il suo passato e il presente. Cadde una repubblica, la Quarta, e se ne formò un’altra, la Quinta, con enormi poteri presidenziali, affidata a De Gaulle, “richiamato in servizio” apposta. Ci furono colpi di Stato in Algeria, riusciti, e tentativi di colpi di stato, non riusciti, in Francia, contro De Gaulle, a un certo punto visto, dai coloni organizzati in una formazione terrorista, l’Oas, come il nemico da abbattere perché aveva iniziato a parlare di autodeterminazione.
E tutto scandito da rastrellamenti, torture, uccisioni a sangue freddo, deportazioni, carcere, bombe. Tante bombe. Pontecorvo, nel suo film, fa coincidere l’inizio della battaglia di Algeri con tre bombe portate da tre donne in tre posti diversi, tra cui un ufficio dell’Air France. Morivano civili innocenti, da una parte e dall’altra. Non c’erano più innocenti, da una parte e dall’altra.
Furono migliaia e migliaia le vittime, non solo in Algeria, ma anche in Francia. E non solo algerini uccisi dai francesi, ma algerini uccisi da algerini, in una lotta spietata fra fazioni. Una guerra totale da cui non si riusciva più a tirarsi fuori. La Francia provò a fare finte concessioni e qualche riforma: Ben Bella, uno dei leader della rivolta, dal Cairo ordinò di liquidare gli interlocutori valutables, cioè quelle personalità musulmane accettate dai francesi con cui tentare di intraprendere dei percorsi di timide riforme. Albert Camus, che in Algeria c’era nato, a Orano e lì aveva ambientato il più bello e straziante dei suoi romanzi, chiese a entrambi di deporre le armi: gli uni, gli algerini, lo presero per pazzo; gli altri, i coloni francesi, lo presero per traditore. Non c’era spazio per alcuna mediazione.
Fu l’insostenibilità di questa guerra per l’opinione pubblica francese – soprattutto quando vennero rivelati i sistemi della controguerriglia del colonnello Massu, che aveva combattuto contro i nazisti e contro i vietnamiti –, e fu la pressione internazionale, oltre alla continua fragilità politica interna che ne derivava, che convinse De Gaulle a un referendum prima e alla concessione dell’indipendenza dopo. L’indipendenza fu proclamata il 5 luglio 1962.
Il Fronte nazionale algerino era una formazione politica capace di tenere assieme la religiosità musulmana e il laicato di tradizione linguistica e culturale francese. Frantz Fanon, uno dei più accesi sostenitori dell’indipendenza, uno psichiatra, l’autore de I dannati della terra, libro cult per tutta la generazione ribelle degli anni Sessanta nel mondo, bibbia delle Pantere nere americane, non era certo un religioso. Quando inizia a “inurbarsi” dopo la conquista delle aree più rurali, il Fronte comincia a ripulire la Casbah: colpisce i magnaccia, le prostitute, quelli che praticano il gioco d’azzardo, gli ubriaconi e i molesti, tutto in nome di Allah il compassionevole. Mentre si combatte la guerriglia urbana, si compongono matrimoni, si risolvono controversie legali, si curano i malati, si educano i bambini: tutto un universo parallelo di istituzioni, nel nome di Allah il misericordioso.
Però, la rivoluzione algerina è laica, profondamente laica – sarà decenni dopo, invece, che prenderà piede l’islamismo fondamentalista e riaprirà una guerra civile, stavolta tutta interna, che provocherà centinaia di migliaia di morti.
Il “modello algerino” ha ispirato e si è ispirato ai movimenti politici fondati sulla lotta al colonialismo. È la combinazione di nazionalismo e di un processo di autodeterminazione e indipendenza dei popoli. L’Algeria è come il Vietnam. Un movimento politico che si poggia su un esercito e pratica la guerriglia. Non si schiererà né con l’Occidente né con il blocco sovietico, cercando insieme a altri una Terza via. Proverà a poggiarsi sulla propria tradizione di agricoltura per poi intraprendere un rapido, forse troppo rapido, processo di industrializzazione: la nazionalizzazione del petrolio farà il resto. Parliamo degli anni Sessanta e di quasi tutti i Settanta.
Le cose però cambiano radicalmente con la rivoluzione iraniana di Khomeini. È l’impatto della rivoluzione dei mullah, il “clero combattente”, nel 1979 in Iran che ha mutato il quadro politico dell’opposizione sociale e politica in Medio Oriente. In Iran i mujaheddin laici prima combattono fianco a fianco con i credenti e i fedeli di Khomeini, poi vengono fatti fuori. È a uno Stato teocratico che punta Khomeini, uno Stato in cui l’unica legge sia la Sharia, la parola del Profeta.
È in questo retroterra che affonda l’Isil, lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante del Gran Califfo dell’Orrore, Abu Bakr al-Baghdadi. Non importa che lui sia sunnita e quello, Khomeini, fosse un miscredente sciita. Abu Bakr al-Baghdadi è la combinazione tra Khomeini e al Qaeda, senza più la rivoluzione sociale che modifica e trasforma le coscienze, e senza più la clandestinità terrorista.
È come se la lotta di liberazione algerina si fosse scissa in due, due volte: prima tra la politica e la religione, poi tra la lotta sociale e la guerra. È come se la da una parte fossero nate le “primavere arabe” e dall’altra il Gran Califfato dell’Orrore.
E niente è più inconciliabile.

Nicotera, 31 ottobre 2014

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