Stuprata e impiccata: non dimentichiamo Reyhaneh

Nonostante una estesa campagna internazionale per salvarle la vita – anche papa Francesco si era speso per lei –, Reyhaneh Jabbari è stata impiccata all’alba di ieri, a Teheran. Venerdì, all’improvviso, la madre di Reyhaneh era stata informata della possibilità di parlare con la propria figlia per un’ora. Sembra sia la procedura che precede la messa a morte. Parlando all’inizio del mese via Skype con Fox News, la madre, Shole Pakravan, aveva detto: «Vorrei che mettessero una corda attorno al mio collo e uccidessero me al posto suo. La sola cosa che voglio… da Dio, da tutta la gente che ci sta sostenendo nel mondo… in qualsiasi modo, voglio soltanto riportare a casa Reyhaneh».
Reyhaneh, oggi ventiseienne, ha passato cinque anni in un braccio della morte per avere accoltellato un quarantasettenne chirurgo che prima lavorava per l’intelligence iraniana. Nel 2007 Reyhaneh aveva diciannove anni e iniziava una carriera di decoratrice d’interni. Morteza Abdolali Sarbandi la invitò in un caffè e successivamente in un appartamento di cui avrebbe voluto rinnovare l’arredamento. Invece, presumibilmente sotto l’effetto di qualche droga, provò a violentarla. Reyhaneh si difese con un coltello e scappò via.
Arrestata, per due mesi non le era stata concesso alcun incontro con un legale né con la famiglia. Era stata messa in isolamento e sotto pressione. Amnesty ha parlato apertamente di «savage tortures», di torture, per ricavarne una confessione.
Nel 2009, il processo. Reyhaneh fu costretta a cambiare il proprio difensore e a sceglierne uno meno esperto in un palese tentativo di impedire qualsiasi approfondimento sull’accaduto e ogni ulteriore indagine. Reyhaneh aveva ammesso di avere colpito Sarbandi alla schiena. Disse anche che c’era un altro uomo in quell’appartamento quel giorno, e che quell’uomo aveva ucciso Sarbandi. Lei era andata via.
Dopo l’esecuzione, l’ufficio della Procura ha rilasciato una dichiarazione che sembra tagliata su misura per mettere in cattiva luce la giovane donna: «Jabbari aveva ripetutamente confessato la premeditazione del delitto. Poi provò a confondere le cose inventandosi un’accusa di stupro. Ma tutti i suoi sforzi per attestare la propria innocenza si sono dimostrati falsi nelle diverse fasi del processo. Ci sono delle evidenze: con un sms, lei aveva informato un amico dell’intenzione di uccidere. È accertato che si fosse procurata l’arma del delitto, un coltello da cucina, comprandolo due giorni prima».
È proprio sulla possibilità di difesa e di un giusto processo, però, che Amnesty International ha puntato il dito – parlando di indagini profondamente inaccurate e di un’aula di corte in cui s’è mancato di prendere in esame tutte le prove – e lanciato la propria campagna per tentare di salvare la vita di Reyhaneh.
Hassiba Hadj Sahraoui, responsabile di Amnesty per il Medioriente e l’Africa, ha detto: «Non dovrebbe essere permesso in alcun modo che queste orribili esecuzioni accadano. Particolarmente quando ci sono seri dubbi sulle circostanze dell’accaduto. Invece di continuare a giustiziare la gente, le autorità in Iran dovrebbero riformare il sistema giudiziario, che poggia pericolosamente su procedure in cui sono ignorati gli standard internazionali di legge e quelli di garanzia per un giusto processo».
L’esecuzione era stata programmata già altre volte e rinviata.
La famiglia di Sarbandi insisteva sul fatto che il delitto fosse premeditato, che Reyhaneh dovesse negare ogni tentativo di stupro e che dovesse rivelare il nome del complice. Solo così sarebbe stato possibile avere il loro perdono, quel “prezzo del sangue” che in Iran permette ai familiari, anche all’ultimo momento come è già accaduto, di salvare la vita del condannato. Invece, sembra che sia stato proprio un familiare di Sarbandi a fare volare via con un calcio lo sgabello che sosteneva Reyhaneh con il cappio al collo.
L’esecuzione avviene in un momento sfavorevole per Hassan Rouhani, eletto presidente lo scorso anno in parte per il programma di riforme liberali. Rouhani sta camminando su un sentiero molto precario per impostare nuovamente i rapporti con l’Occidente dopo decenni di reciproca ostilità, in larga parte dovuti al controverso programma nucleare e ai diritti umani. Rouhani è criticato dai laici, il suo principale bacino elettorale, per la valanga di attacchi all’acido contro giovani donne accusate di non coprire a sufficienza i loro capelli. Molti iraniani sono convinti che gli attacchi siano orditi da islamisti in una campagna di contrasto alle riforme promesse dal presidente. E si sentono frustrati perché le riforme interne sembrano avere preso un rilievo di secondo piano rispetto alle negoziazioni internazionali.
Forse Reyhaneh ha pagato con la sua vita questo complesso e orribile incastro della geopolitica.

Nicotera, 25 ottobre 2014

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