Tra Reichlin e Mussolini, il “partito della nazione” di Renzi

Era il 2007 e Sergio Marchionne raccontava a un adorante giornalista della «Repubblica» «come aveva salvato e rilanciato l’azienda in tre anni»: «La Fiat deve essere un’azienda multinazionale, con obiettivi globali. Io sono per il dialogo, sia con il governo sia con le parti sociali, sono per la condivisione degli obiettivi. L’Italia è un paese che deve imparare a volersi bene, deve riconquistare un senso di nazione».
Forse il mestiere di un Ceo, di un gran capo di azienda, è sostanzialmente quello di avere la faccia di tolla, guardarti in faccia e dirti una cosa mentre ne hai già preparata un’altra, opposta. Non riesco proprio a immaginare quale «senso di nazione» possa dire di avere ancora la Fiat, ops, la Fca, a distanza di cinque anni da quelle farisee dichiarazioni, e neanche se me lo facessero ingoiare a forza con il cucchiaino come l’olio di ricino potrei capire quale possa essere il «senso di nazione» dell’Italia visto da Marchionne. Però, appunto, quello è il suo mestiere, la faccia di tolla.
Uno come Reichlin, no. Reichlin è di quella stoffa dei vecchi comunisti che non se ne stampa più. Uno come Reichlin ci crede nelle cose che dice, le pesa, le pensa. È lui il mentore del «partito della nazione» di Renzi. Lo diceva già anni fa: «Ho sostenuto lo sforzo del Pd di costruirsi come un “partito della nazione” che andava oltre i vecchi confini della sinistra storica. Fare il “partito della nazione” non significa affatto mettere acqua nel vino del cambiamento. La crisi sta intaccando il tessuto stesso della nazione, e io uso questa grande parola quale è “nazione” perché è di questo che si tratta. Non solo dell’economia e nemmeno solo delle Istituzioni. Si tratta di un oscuramento delle ragioni dello stare insieme».
Renzi lo ha citato, Reichlin, nel suo discorso di ieri l’altro alla Direzione del Pd. Ma poi l’ha messa giù come fa lui, come sa fare lui, di fronte alle critiche dei Cuperlo, dei Civati, dei Fassina, che si chiedono cosa possa essere sto appuntamento della Leopolda, temono un partito parallelo, del premier e del segretario, quando un partito ci sarebbe già, per discutere di grandi progetti, dovrebbe esserci già, sarebbe il Partito democratico. E lui la mette giù raccontando un aneddoto. Era la notte elettorale delle europee e si stavano aspettando ancora i risultati, si guardavano ancora i sondaggi: «Una volta arrivati i sondaggi, arriva Bonaccini, e dice: se facciamo più del 34 per cento abbiamo fatto il record di tutti i tempi… E non osa nemmeno citare…» Non c’è bisogno di citarlo, nessuno sta pensando al 33,4 di Veltroni, il pensiero di tutti vola al Berlinguer del 34,4 per cento dei voti, nelle elezioni del 1976. Renzi continua: «A quel punto interviene Guerini e dice: noi con Alcide siamo andati al 48…». E la morale della storiella è che dentro al Pd ci stanno come burro e alici l’ex comunista Bonaccini e l’ex democristiano Guerini e dunque il Pd è il partito che tiene dentro l’eredità sia di De Gasperi che di Berlinguer – Reichlin aveva citato Pietro Scoppola, che forse è un tantino diverso da Guerini –, è il partito che ha compiuto definitivamente il compromesso storico, introiettandolo, fagocitandolo. È a questo partitone, «da Gennaro Migliore a Andrea Romano» – due transfughi, l’uno da Sel e l’altro da Scelta civica, con uno sguardo ai fuoriusciti e agli espulsi del Movimento 5 Stelle – che pensa “praticamente” Renzi: il bipolarismo è il bipartitismo, il premio andrà alla lista e non alla coalizione. Forse non sarà il listone unico – La Lista nazionale – di Benito delle elezioni del 6 aprile 1924, quelle del 60,09 per cento, dopo la legge Acerbo, però sembra che il 40,08 delle europee a Renzi ormai vada stretto. La destra, come l’abbiamo conosciuta negli ultimi vent’anni è finita, quella che verrà chissà come sarà, l’unica àncora per la crisi della politica è il Pd. Lasciate che i transfughi vengano a noi. Matteo 19, 13-15.
«Si è aperta anche una nuova grande domanda: l’esigenza di un nuovo “noi”». Questo è Reichlin, certo, si vola alto, mica storielle. «Sia il modello socialdemocratico come il paradigma neo-liberista sono obsoleti. La politica deve rappresentare la ricchezza della vita sociale. Deve offrire soluzioni ai problemi collettivi che sfuggono alle vecchie identità. Torno così all’Italia. Ci sono le condizioni per alleanze più larghe. Bisognerà mettere in campo un partito più aperto, più inclusivo, un organismo capace di dare alla nazione italiana quel fattore di integrazione sociale e culturale che è sempre stato debole ma che l’europeizzazione mette a rischio».
Ecco allora che il vecchio comunista un po’ eretico e un po’ innovatore e un po’ ai margini offre la sponda e lo spessore intellettuale al giovane che della crisi della politica e dei partiti sta ricavandone il valore aggiunto per il proprio personale potere. Su Renzi hanno scommesso e puntato tutti quelli – e sono stati tanti – che hanno avuto una paura fottuta di Grillo, che sembrava inarrestabile. Adesso lui va all’incasso.
E se è riuscito a spuntare tutte le armi dell’antipolitica, del viscerale rigetto dei partiti tradizionali facendosi lui stesso cavaliere della rottamazione, nella costruzione di un diretto “rapporto con il popolo”, ora bisognerà spuntare tutte le armi dell’antieuropeismo, perché è qui, forse, che si vanno accumulando i semi della protesta e le forme della nuova opposizione, da Grillo alla Lega.
E ecco, nuova di zecca, calda di forno, torna la “nazione”.
Nella conferenza – Che cos’è una nazione? – tenuta alla Sorbona l’11 marzo del 1882, in cui si proponeva di «analizzare un’idea chiara in apparenza ma facile a essere gravemente fraintesa», Ernest Renan, il grande storico francese delle religioni, diceva che una nazione non è riconducibile alla dinastia, alla razza, alla lingua, e neppure alla geografia. Diceva che la nazione è «una grande solidarietà, costituita dal sentimento dei sacrifici compiuti e da quelli che si è ancora disposti a compiere insieme».
Era un tempo pieno di speranze, la fine dell’Ottocento. Di grandi dolori, e per questo di grandi speranze. A Renan fu risparmiato l’ottuso e feroce sciovinismo dei nazionalismi europei lungo tutto il Novecento. A noi no.
Non parlatemi di nazione. Non in Europa. Non adesso. È un’idea chiara in apparenza ma facile a essere gravemente fraintesa.

Nicotera, 21 ottobre 2014

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