Perché giovani occidentali vanno a combattere per l’Isis?

L’ultimo dei jihadisti “bianchi”, in ordine di apparizione, è stato Michael Zehaf Bibeau, 32 anni, il protagonista dell’assalto al parlamento di Ottawa, Canada. Lo hanno definito un “lupo solitario” perché avrebbe agito da solo. Ma la “brigata canadese” è folta. Uno è Martin Ahmad Rouleau, che ha ucciso un soldato investendolo con una vettura nei pressi di Montreal e è stato poi colpito a morte dalla polizia. Bibeau era in contatto con Hasibullah Yusufzai, un canadese d’origine afghana partito per la Siria dove è entrato in una formazione armata estremista. I due frequentavano la stessa moschea. Nella colonna qaedista che si impadronì dell’impianto di In Amenas, Algeria, nel gennaio 2013, ci sono due canadesi dell’Ontario che morirono nella successiva battaglia: Xristos Katsiroubas, un greco ortodosso passato all’islamismo, e il suo amico Alì Medlej. Con loro doveva esserci un terzo militante, un compagno di liceo, Aaron Yoon, cattolico d’origine sudcoreana. Lo hanno catturato da tutt’altra parte, in Mauritania. Ed ecco i «cinque di Calgary», tutti partiti attorno al 2012. Come Damian Clairmont, ucciso in Siria due anni dopo, o Salman Ashrafi fattosi saltare in aria in Iraq. Stesso destino di Andre Poulin, un ex anarchico che aveva imparato a fare le bombe su Internet e ha poi virato da tutt’altra parte unendosi ai jihadisti. È morto da kamikaze con il nome di Abu Muslim. Sono circa centotrenta i canadesi che si sono unite a formazioni jihadiste.
Il più noto dei jihadisti “bianchi” è Jihadi John, l’uomo nero che brandisce un coltello e decapita ostaggi mentre vomita farneticazioni in cockney. Ci sono diversi “candidati” per essere identificati in quell’uomo nero. Uno era Shajul Islam, un medico londinese che fino al 2012 lavorava al St. Bart Hospital. Shajul ha 28 anni, e era stato incriminato per il rapimento del giornalista britannico John Cantlie, insieme a Jubayer Chowdhury. Islam era riuscito a evitare la condanna: aveva ammesso di essere andato in Siria, ma solo per curare le vittime. Suo fratello minore Razul, 21 anni, invece, in Siria è andato a combattere. Un altro è Abdel Majed Abdel Bary, un ex rapper di 23 anni che viveva nella zona occidentale di Londra. Anche lui l’anno scorso era andato in Siria, e poco dopo aveva pubblicato via Twitter una foto mentre teneva in mano una testa decapitata. Nella lista poi c’è anche Aine Davis, un ex spacciatore di Hammersmith, sempre nella parte occidentale di Londra, che aveva abbandonato la vita delle gang e si era convertito all’islam, prima di andare a combattere in Siria. Sono cinquecento i cittadini britannici che combattono la jihad in Siria. Di questi, più di sessanta sono ragazze.

A guardia dei bordelli
Le jihadiste britanniche servono come polizia religiosa in una brigata chiamata Al-khanssa e sorvegliano le attività in diversi bordelli per i combattenti dell’Isis. L’Isis ha dato carta bianca a queste ragazze convertite perché le considera particolarmente zelanti nella causa dello Stato Islamico. La milizia che vigila i bordelli è formata solo da donne e è stata creata nella città di Raqqa in Siria. Hanno tra i 18 e 24 anni. Come Salma e Zahra Halane, due gemelle di 16 anni nate a Manchester, e Jadiya Dare di 22 anni, sposata con un jihadista svedese. Si fanno chiamare “muhajirah” (viaggiatrici, immigranti, pellegrine) e si presentano sui social network come «fortunate musulmane che sono fuggite da Dar al-Kufr, la terra della miscredenza, e hanno raggiunto, dopo un lungo viaggio, Dar al-Islam, la terra della fede, il Califfato dello Stato Islamico». A novembre del 2013 Aqsa Mahmood, una ragazza di Glasgow in Scozia, saluta il padre Muzaffar con un lungo abbraccio. Quattro giorni dopo Aqsa telefona a casa: stava per attraversare la frontiera dalla Turchia alla Siria. Da allora Aqsa è diventata un volto conosciuto dell’Isis. Sui social network fa propaganda a favore del Califfato e si dice felice di essersi convertita. La giovane pubblica fotografie con un AK-47 in mano e festeggia le decapitazioni. Ce n’è un’altra che su facebook pubblica post del tipo «10 cose che bisogna sapere sullo Stato Islamico», dove parla del matrimonio e delle facilitazioni che ci sono entrando a far parte del Califfato. «Non paghiamo l’affitto, le case sono gratis; non è un problema non parlare la lingua del posto, l’addestramento può essere online».

Quaranta italiani
Circa dodicimila stranieri si sono arruolati nell’Isis. Una parte di loro arriva dall’occidente. E non sono solo quelli della seconda o terza generazione di immigrati che non si è integrata, il fallimento del multiculturalismo. Oltre ai canadesi e agli inglesi, ci sarebbero cento americani, settecento francesi, trecento tedeschi, duecento o più spagnoli, una quarantina di italiani. Gli altri arriverebbero dai paesi musulmani.
Maureen Conley, 19 anni, è stata arrestata all’aeroporto di Denver in Colorado. Aveva un biglietto per la Turchia e voleva andare a arruolarsi nella jihad. Michael Wolfe, invece, è stato fermato in Texas mentre stava per partire per la stessa destinazione. Con i suoi risparmi (cinquemila dollari) voleva raggiungere la Siria con la moglie e i due figli per aderire alla guerra santa. Adam Dandach, conosciuto anche con il nome di Fadi Fadi Dandach, è finito in manette all’aeroporto di Orange County dopo aver detto alla polizia che gli chiedeva spiegazioni quali fossero le sue intenzioni: raggiungere l’Isis e uccidere americani. In tasca aveva un passaporto falso perché la madre aveva nascosto quello vero per impedirgli di partire. E poi c’è la storia di Moner Mohammad Abu-Salha, il ventuduenne della Florida, che si è fatto saltare in aria guidando un camion pieno di esplosivo, lanciato a tutta velocità contro un ristorante in Siria. Prima della sua ultima missione, il ragazzo aveva diffuso un video in cui salutava i genitori e minacciava l’America.

Perché lo fanno?
Che cosa spinge ragazzi e ragazze, giovani uomini e donne a fuggire dall’occidente e abbracciare l’ideologia fondamentalista e andare a combattere in Siria, in Iraq sotto le bandiere nere dell’Is? Non sono certo mercenari, né possono essere tutti solo “fuori di testa”, i numeri sono troppo significativi.
È nell’Ottocento che esplode il fenomeno della migrazione politica, con le lotte contro gli Imperi e le monarchie per la creazione degli Stati nazionali in Europa: ungheresi, polacchi, greci, inglesi, svizzeri, italiani, donne e uomini si ritrovano a combattere in questa o quella nazione, a correre e prestare il loro soccorso per la libertà. È un fenomeno radicale, che coinvolge non solo intellettuali e poeti. Poi, con l’anarchismo e l’esplodere dei primi movimenti sociali, saranno i russi a ritrovarsi in tutte le contrade d’Europa. Oggi, però, con l’Isis, c’è qualcosa di diverso. Diverso anche da al Qaeda, una formazione di cellule terroristiche clandestine che affidava in franchising la riproduzione di atti terroristici. È la fondazione dello Stato islamico – di una costruzione di istituzioni, regole, norme per una vita quotidiana che non è solo guerresca ma è comunque finalizzata alla jihad – che ha cambiato le cose. È verso lo Stato islamico che va questa migrazione politica combattente dell’occidente. Se la scelta fosse solo dettata da conversione religiosa, potrebbero andare verso l’Arabia saudita o l’Iran, dove vigono norme rigidissime di osservanza e teocrazie. Se fosse solo militante, potrebbero andare verso la Striscia di Gaza. Sembrano, invece, i contadini di Müntzer – nel momento più alto della guerra furono coinvolte le aree meridionali, centrali e occidentali dell’odierna Germania, le aree confinanti delle odierne Svizzera e Austria compreso l’odierno Alto Adige e parte del Trentino, insomma il cuore dell’Europa –, ferventi religiosi e combattenti del protestantesimo. Massacrati da Lutero. Sembrano le Brigate internazionali verso la guerra di Spagna. Ma non sono né l’una né l’altra cosa.

Verso l’Urss
L’unica similitudine che mi sembra possibile è con la dimenticata migrazione americana verso l’Unione sovietica negli anni Trenta. In una nazione di immigrati non sorprende che ci si dimentichi di un’emigrazione massiccia, ma questa non era verso una nazione qualunque, era verso il comunismo. Partivano da New York alla volta di Leningrado, e in piedi sul ponte di legno delle navi passeggeri dicevano addio alla Statua della Libertà. Un percorso tutto all’incontrario [A me sol date / Le masse antiche e povere e assetate / Di libertà! A me l’umil rifiuto / D’ogni lido, i reietti, i vinti!, così recita la poesia di Emma Lazarus alla base della statua] Tra loro c’erano comunisti, sindacalisti e radicali vari – andavano verso Dar al-Islam, la terra della fede – ma c’erano anche cittadini normali. Per la prima volta nella loro breve storia, gli Stati uniti vedevano partire più gente di quanta ne arrivasse.
Nei primi anni Trenta l’America è stretta nella morsa della Grande depressione e le persone senza lavoro erano in numero maggiore che in qualsiasi altra nazione del mondo, tredici milioni di disoccupati. Il totale fallimento del capitalismo non era soltanto un’affermazione radicale, ma una realtà evidente, ovunque si volgesse lo sguardo.
La curiosità americana per l’esperimento sovietico era fortissima: la traduzione inglese di New Russia’s Primer: The Story of The Five-Year Plan (L’abbecedario della nuova Russia: storia del piano quinquennale) era il fenomeno letterario del 1931, bestseller in America per sette mesi e uno dei titoli di saggistica più venduti dei dieci anni precedenti.
Solo nei primi mesi del 1931, la Amtorg (l’agenzia commerciale sovietica con sede a New York) ricevette oltre centomila domande di emigrazione per l’Urss da parte di americani. L’elenco delle professioni di chi aveva risposto alla “richiesta sovietica di manodopera qualificata americana” comprendeva «barbieri, idraulici, imbianchini, cuochi, personale impiegatizio, benzinai, elettricisti, carpentieri, aviatori, ingegneri, piazzisti, stampatori, chimici, calzolai, bibliotecari, insegnanti, meccanici d’auto, dentisti e un impresario di pompe funebri».
Le domande dei candidati emigranti arrivavano da quasi tutti gli Stati dell’Unione e le principali ragioni indicate nel modulo come motivi della partenza erano: «1) Disoccupazione. 2) Disgusto per le condizioni del Paese. 3) Interesse per l’esperimento sovietico».
Nel maggio 1931 il Dipartimento del Commercio fu costretto a rispondere con un modulo ufficiale intitolato Impiego per gli americani nella Russia sovietica, tanto numerosi erano ormai i cittadini americani che scrivevano per avere delucidazioni sulle possibilità di lavoro in Russia. Il 14 febbraio 1931, sulle pagine del New York Times, Walter Duranty, celebre inviato da Mosca, preconizzava «la più grande ondata migratoria dell’epoca moderna». Dagli Stati uniti verso l’Unione sovietica. Un meccanico di San Francisco scrisse a un giornale moscovita chiedendo se avrebbe dovuto cambiare il proprio cognome «scegliendone uno russo che finiva per -ovitch o -isky» [non sembra proprio questo farsi chiamare al-Britani o Fadi Fadi Dandach? Come una identità nuova di zecca?] A Shenandoah, Virginia, si stava formando una squadra di minatori diretta in Russia con picconi, trapani e altri attrezzi.
Ogni giorno, dai venti ai centocinquanta nuovi arrivati americani scendevano sui binari della stazione BelorusskiJ di Mosca. Agli inizi di novembre 1931, il Washington Post riferì l’arrivo di un gruppo di lavoratori dalle miniere di carbone di Pennsylvania, Utah e Monatana; operai siderurgici lasciavano le fabbriche chiuse di Pittsburgh e Gary per lavorare accanto a connazionali carpentieri, muratori, meccanici e ferrovieri. Un minatore di Denver scrisse che la sua paga in Colorado era stata ridotta a trentacinque centesimi la tonnellata, cosa che, tolte le detrazioni effettuate dalla compagnia per vitto e alloggio, lasciava i lavoratori con un pugno di mosche: «Dateci la possibilità di venire in Unione sovietica. Siamo disposti a lavorare molto; a sopportare le privazioni, se necessario. Anche qui ci sono privazioni e fame, ma non c’è nessuna speranza. Lì state costruendo il domani. Lasciateci venire a darvi una mano. Ci bastano pane e carote».
E pane e carote trovarono. Di quell’ondata migratoria si salvarono in pochi. Una parte tornò indietro presto, altri no. Molti altri no. Restarono travolti dalle purghe staliniane. Finirono nei gulag e nelle miniere della Kolyma, Siberia. Ci sono fosse comuni, a centinaia, a migliaia, che vengono ancora scoperte. Alcune ormai sono chiuse per sempre nel permafrost.
Cosa spingeva migliaia di americani a lasciare il “sogno americano” e andare in Unione sovietica? La crisi feroce del capitalismo? L’abile strategia comunicativa dei comunisti – a cui si prestavano intellettuali di tutto rispetto, come George Bernard Shaw che sulle pagine dei giornali descrisse l’Unione sovietica come il paradiso in terra? La ricerca di un’alternativa a una vita mediocre, faticosa, vuota, senza speranza – come scriveva il minatore di Denver?
Cosa spinge giovani occidentali a abbracciare il fondamentalismo islamico? La crisi feroce del capitalismo? L’abile e orribile strategia comunicativa dei jihadisti? La ricerca di un’alternativa a una vita mediocre, faticosa, vuota, senza speranza – «non si paga l’affitto e le case sono gratis», come scrive su facebook una delle muhajirah?
È una storia terribile, questa dei giovani occidentali che migrano politicamente verso l’Isis. Non meno terribile di quella dei radicali americani che migravano verso l’Urss di Stalin. Perché, mi chiedo io, questi giovani coraggiosi, disperati, non lottano qui, nelle nostre città, nei nostri posti di lavoro, nei nostri quartieri per un mondo più giusto? La crisi economica ha talmente devastato le loro menti e i loro cuori? Quale abisso di tristezza e solitudine, di dolore dell’anima ha comportato i tagli alla sicurezza sul lavoro, all’assenza di prospettive per un lavoro ai giovani, allo smantellamento della pubblica istruzione, di ogni aspetto sociale del welfare? Le nostre democrazie si sono corrose a tal punto da essere insopportabili, invivibili? La fine della storia è diventata la fine del mondo?
Non è mia intenzione giustificare le loro scelte, anzi. Però, una cosa è parlare di singoli individui accecati dall’odio, e una cosa è quando i numeri cominciano a parlare da soli di qualcosa.
Questo qualcosa, per me, è l’assenza di una prospettiva radicale nell’occidente. Di uno “spettro” che parli di lotta e di un mondo futuro migliore, di valori dell’oggi nello stare insieme contro gli orrori delle nuove forme del liberismo. Di dispositivi sociali, della lotta, semplici, facilmente praticabili, evocativi, qualcosa di radicale che somigli allo schiacciare una bottiglia di plastica e metterla nella differenziata e sentire che così stai salvando il mondo. Come fosse avere un Ak-47 in spalla. Non fermeremo l’Isis solo con i droni e le bombe o con il coraggio dei combattenti curdi a Kobane. Viviamo nella Dar al-Kufr, nella terra dove non si crede a nulla. Chi si dispera cerca una Dar al-islam, una terra promessa. Qui. Ora.
Certo, papa Francesco lo fa un discorso così. Forte, limpido, coraggioso. Dovremo farci tutti preti?
Oppure, noi che siamo laici, dovremo accendere ceri perché arrivi un altro Franklin Delano Roosevelt?
E l’Europa? Questi giovani coraggiosi e disperati si convertiranno a un certo punto a infoltire le fila di una nuova ondata nazista e fascista?

Nicotera, 27 ottobre 2014

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