L’America “fascista” che uccise Ethel e Julius Rosenberg

Mr. David Greenglass è morto il primo di luglio, ma la famiglia non aveva dato alcun annuncio. Viveva sotto falso nome in una casa di cura e solo per caso il «New York Times» ha scoperto qualche giorno fa la sua morte. Aveva novantadue anni. È vissuto molto più a lungo della sorella e del cognato, Ethel e Julius Rosenberg. Fu lui che li mandò alla sedia elettrica nel 1953 per aver passato informazioni sulla bomba atomica ai russi. È stato un caso giudiziario e politico clamoroso.
Nel gennaio del 1950 il fisico tedesco Klaus Fuchs, fuggito in Inghilterra dopo l’avvento del nazismo, confessò di aver passato all’Unione Sovietica materiale decisivo quando lavorava al Progetto Manhattan, programma segreto che aveva permesso agli Stati Uniti la costruzione della bomba atomica. (in quello stesso anno, Bruno Pontecorvo, il brillante fisico italiano di via Panisperna, i cui studi sono pietre miliare nella ricerca sui neutrini, mollerà tutto e attraverso la Finlandia passerà in Russia, dove cambierà il proprio nome in Bruno Maksimovič Pontekorvo). Comunque, il corriere di Fuchs era Harry Gold, un chimico di Philadelphia che passava le informazioni ottenute dal fisico a un agente sovietico: Anatoli Yakovlev. L’arresto di Harry Gold e la sua confessione portarono a David Greenglass, che, interrogato dall’FBI, confessò a sua volta e accusò sua sorella Ethel e suo cognato, Julius.
«Carissimi bambini miei adorati, all’inizio piangerete amaramente per noi, ma non piangerete da soli. Questa è la nostra consolazione e alla fine sarà anche la vostra. Un giorno anche voi dovrete convincervi che la vita merita di essere vissuta. Consolatevi perché ancora adesso, mentre la fine della nostra vita si avvicina lentamente, noi lo crediamo con una convinzione che sconfigge i nostri carnefici! La vita vi insegnerà anche che il bene non può fiorire in mezzo al male, che la libertà e tutto ciò che vale a rendere una vita veramente ricca e degna d’essere vissuta devono essere talvolta conquistati a caro prezzo. Ricordate sempre che eravamo innocenti e che non abbiamo potuto far torto alla nostra coscienza. Vi stringiamo a noi e vi baciamo con tutta la nostra forza. Con amore, papà e mamma, Julie e Ethel».
È l’ultima lettera scritta da Ethel Rosenberg ai suoi figli, Michael e Robert – che verranno poi adottati da una famiglia di compagni della coppia e cambieranno il loro cognome in Meeropol –, prima di essere giustiziata sulla sedia elettrica. A quella sedia, Julius, il marito, era stato già legato poche ore prima. Al rabbino che era andato a portare consolazione negli ultimi momenti di vita e a cercare una confessione che possa salvarla, Ethel disse: «Non ho nomi da fare. Sono innocente. Sono pronta a morire».
Le autorità americane avevano piazzato nella loro cella un telefono a loro disposizione per una eventuale confessione all’ultimo momento, un’ammissione quindi di colpevolezza che però avrebbe permesso ai due coniugi di sfuggire alla sentenza di morte. Quel telefono rimase perennemente muto.
Siamo nel penitenziario di Sing Sing dello Stato di New York. È il 19 giugno 1953. Julius Rosenberg è stato arrestato il 17 luglio 1950, Ethel l’11 agosto. Alle 10,30 del 6 marzo del 1951 inizia il processo: «United States of America vs. Julius Rosenberg, Ethel Rosenberg, Anatoli A. Yakovlev, also known as “John”, David Greenglass and Morton Sobell». Il capo di accusa era quello di cospirazione finalizzata allo spionaggio (conspiracy to commit espionage). Il 5 aprile vengono condannati a morte. Presidente degli Stati uniti d’America è Harry Truman.
Harry Truman è il presidente che il 6 agosto del 1945 ha deciso di sganciare la bomba atomica su Hiroshima e tre giorni dopo su Nagasaki. Serviva – forse, gli storici sono convinti che ormai l’Impero giapponese fosse alla fine e che una consistente fetta del potere politico cercasse di portare avanti delle trattative per la resa – a chiudere la guerra del Pacifico. Serviva a dire al mondo – ai russi, ai comunisti, a Stalin, anzitutto – quale potenza distruttiva fosse ormai nelle mani degli Stati uniti.
Harry Truman è il presidente che nel 1947 aveva emanato il decreto esecutivo “9835”, che dava avvio a un programma di indagini per individuare qualsiasi «infiltrazione di persone inaffidabili» nell’apparato statale americano. Nei cinque anni successivi si indagò su sei milioni di dipendenti pubblici.
Harry Truman è il presidente che il 23 settembre 1949 annuncia alla nazione e al mondo che l’Unione Sovietica ha fatto esplodere un’arma atomica il mese precedente. Le cose sono improvvisamente cambiate. C’è un’altra nazione, un altro impero che ha la stessa potenza distruttiva. Come hanno potuto fare? Qualcuno ha tradito, qualcuno ha passato i piani del progetto Manhattan, qualcuno ha spifferato tutto da Los Alamos.
Nel gennaio del 1949 le forze comuniste cinesi entrano a Pechino. Nel giugno del 1950 le truppe della Corea del Nord, paese nella sfera di influenza sovietica, attraversano il 38° parallelo e invadono la Corea del Sud, protetta dagli Stati Uniti. È l’inizio della guerra di Corea, che montò un clima di militarizzazione.
È the Red Scare, la Paura Rossa. L’Internal Security Act del 1950 prevede la registrazione delle organizzazioni comuniste e l’instaurazione di un Comitato per il Controllo delle Attività Sovversive al fine di indagare persone ritenute sospette. È il maccartismo. Joseph McCarthy, senatore repubblicano del Wisconsin, diventa il padrone delle vite di milioni di americani. Si scatena contro tutto ciò che è unamerican. Lo fermarono nel 1954, quando una commissione del Senato votò una mozione di censura contro di lui, in seguito a una campagna che aveva condotto contro alti gradi dell’esercito, che accusava di simpatie comuniste. L’esercito, di simpatie comuniste. Era proprio fuori di testa, McCarthy. Alcolista e schizofrenico. Disse Eleanor Roosevelt: «È stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo paese abbia mai avuto».
In questa violenta ondata di fascismo rimasero intrappolati i Rosenberg.
Julius Rosenberg era nato nel 1918 a New York, suo padre era un ebreo emigrato dalla Russia zarista negli Stati Uniti e approdato, come molti altri, nel Lower East Side. Ethel, anche lei ebrea e figlia di un immigrato bielorusso arrivato nel Lower East Side di Manhattan, era nata nel 1915. I due si erano incontrati a una riunione del sindacato nel 1936, e sposati nel 1939; il primo figlio, Michael, nacque nel 1943 e il secondo, Robert, nel 1947.
Nel 1950, al momento dell’arresto, i Rosenberg non indicarono un legale di fiducia, pertanto il tribunale federale assegnò loro due avvocati di ufficio, padre e figlio: a Alexander Bloch toccò la difesa di Ethel e a Emanuel ,“Manny”, Bloch quella di Julius. Durante il processo la pubblica accusa fu assegnata al procuratore capo Irving H. Saypol. Il giudice del processo fu Irving R. Kaufman, giudice federale a vita nominato dal presidente Truman. Come gli imputati Rosenberg e Greenglass anche i Bloch, avvocati della difesa, erano ebrei, come lo era, peraltro, la pubblica accusa, rappresentata da Saypol e dal suo assistente Roy M. Cohn, e come lo era, infine, anche il giudice Kaufman. In questo modo, si cercò di evitare l’accusa di antisemitismo, anche se per la verità l’American Jewish Committee guardava con grande timore a quanto stava succedendo e mantenne una politica decisa a non soffiare ulteriormente sul fuoco e a prendere le distanze sia dal comunismo sia dal The National Committee to Secure Justice in the Rosenberg Case, insomma la pubblica opinione che si era organizzata per sostenere i Rosenberg nel processo.
Nell’agosto del 1944 David Greenglass – che aveva frequentato la Young Communist League – entrò a lavorare come meccanico all’interno dei laboratori di Los Alamos, dove si stava sviluppando la bomba atomica. In diverse occasioni nei mesi successivi David passò a Julius alcune informazioni, tra cui degli schizzi di lenti metalliche usate come detonatori dell’ordigno. Ma è Harry Gold l’elemento cruciale, il chimico che riceva informazioni dal fisico Fuchs e le passava ai russi. Gold costituiva il legame necessario tra le informazioni sulla bomba atomica, Julius Rosenberg e l’agente sovietico Yakovlev. L’incontro cruciale avvenne la prima domenica di giugno del 1945, quando uno sconosciuto bussò all’appartamento dei Greenglass presentandosi con la frase che peserà definitivamente sul destino di Julius: «Julius sent me», mi manda Julius. Nel settembre del 1945 sarebbe invece avvenuto il coinvolgimento di Ethel Rosenberg. David aveva preparato l’abbozzo di una bomba a implosione con inerente descrizione e fu nel salotto dei Rosenberg, a dire di David, che «Ethel si mise a battere a macchina e Ruth e Julius e Ethel correggevano».
Molti anni dopo Greenglass dirà che non era assolutamente vero che Ethel avesse battuto a macchina, e non era assolutamente vero che Ethel fosse coinvolta. Ma doveva salvare la madre dei suoi figli, Ruth. Lui si fece dieci anni di carcere, Ruth fu mandata a casa. E non aveva assolutamente idea che sarebbe finita in quel modo. E poi Julius era colpevole. Molti anni dopo si scoprì che i russi avevano ricevuto sì, delle informazioni sulla bomba, degli appunti a mano, ma erano serviti solo a confermare quanto già sapevano, quanto già avevano sviluppato per conto loro.
Gli Archivi nazionali e la Coalizione nazionale degli storici americani dopo più di cinquant’anni dalla sentenza hanno ottenuto il rilascio dei documenti secretati. Le prove contro Ethel Rosenberg erano palesemente false e adottate dal fratello e dalla cognata Ruth su pressione della Procura, che in cambio risparmiò loro la sedia elettrica. Harry Gold e David Greenglass si accordarono, sotto l’egida della procura, per far collimare le loro dichiarazioni. Insomma, porcate così. Anche Morton Sobell, un altro degli imputati, che ha fatto diciotto anni di prigione a Alcatraz e che si era sempre dichiarato innocente, qualche tempo fa ha ammesso di avere passato informazioni. Julius c’entrava. Ethel mai.
Ethel era innocente.
Alla sentenza seguirono numerose istanze di appello, petizioni internazionali e manifestazioni, interventi di personaggi come Pablo Picasso, Albert Einstein, Jean-Paul Sartre, Bertrand Russell, la sorella di Bartolomeo Vanzetti. Ci fu pure un appello di papa Pio XII affinché fosse commutata la pena. Poi, sospensioni e rinvii dell’esecuzione, comprese due domande di grazia ai due presidenti, prima a Truman e poi al suo successore Eisenhower, che iniziò il proprio mandato il 20 gennaio del 1953. Un’ultima speranza si accese il 17 giugno del 1953 quando un giudice della Corte Suprema, William O. Douglas, sospese l’esecuzione per poter analizzare meglio una discrepanza rilevata nella sentenza. Allora, in seduta straordinaria si riconvocò la Corte Suprema, che il 19 giugno 1953 annullò il rinvio concesso dal giudice Douglas; la sera di quello stesso giorno, poco dopo le otto, prima Julius e poi Ethel Rosenberg salirono sulla sedia elettrica nel penitenziario federale di Sing Sing. I Rosenberg dovevano morire.
In questa storia io penso che nessuno fosse innocente e neppure colpevole. Forse i Rosenberg pensavano solo che fosse politicamente giusto e un modo di rendere più equilibrato il pianeta se due potenze avessero detenuto la bomba piuttosto che una sola. Avremmo vissuto con l’incubo di una guerra nucleare che avrebbe spazzato via l’umanità, però poi in realtà nessuno avrebbe schiacciato il bottone. Politicamente una visione lucida. È quella che ha vinto nella storia.
I Rosenberg avevano ragione.

Nicotera, 15 ottobre 2014

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