Torna la rivolta dei neri, mentre gli Usa armano il Vietnam

«Vorrei dirvi – dichiarò nel 1964 Malcom X, il grande leader della comunità nera americana, un anno prima di essere assassinato – che non rientra nella struttura fisiologica della gallina fare un uovo d’anatra. Il sistema vigente in questo paese non può produrre la libertà per gli afro-americani».
Nessuno si stupirebbe se uno qualunque dei manifestanti di Ferguson ripetesse oggi tali e quali le parole di Malcom di cinquant’anni fa.
Il «New York Times» anticipa i risultati dell’autopsia condotta dai medici nominati dalla famiglia di Michael Brown, il giovane nero di 18 anni ucciso da un poliziotto a Ferguson, Missouri, la settimana scorsa, e non lasciano per ora spazio a alcun dubbio: è stato colpito almeno sei volte, quattro al braccio destro, due in testa. Tutti i colpi sono stati sparati frontalmente. Nonostante il coprifuoco; nonostante il controllo delle strade e l’indagine siano state tolte alla polizia locale e affidate alla Missouri Highway Patron, la polizia stradale; nonostante le parole dure di indignazione del presidente Obama; nonostante il governatore Jay Nixon abbia già deciso di chiamare la Guardia nazionale per “aiutare a riportare pace e ordine” in città; nonostante siano scesi in piazza per solidarietà personalità importanti come il reverendo Jackson, icona del movimento per i diritti civili, o il co-fondatore di Twitter, che hanno cercato di indirizzare verso una protesta pacifica e politica la rabbia popolare, gli scontri per le strade continuano, anzi si intensificano. La madre di Brown va a «Good Morning, America» e chiede giustizia tra le lacrime. La protesta intanto è arrivata a Oakland e Berkeley, in California, i grandi campus universitari e, recentemente, sedi delle lotte di Occupy Wall Street. L’America sembra ripiombata negli anni Sessanta, quella delle grandi rivolte nere, dei riots. Quella del grande movimento contro la guerra del Vietnam, quando per le strade degli Stati uniti centinaia di migliaia di manifestanti gridavano “Ho Ho Ho / Ho chi minh”.
Cinquant’anni fa, d’agosto, accadeva l’incidente del Golfo del Tonchino. Nella descrizione ufficiale, il cacciatorpediniere USS Maddox, mentre procedeva in acque internazionali, venne attaccato da tre torpediniere del Vietnam del Nord che si avvicinarono sino a 10 miglia dal cacciatorpediniere e lanciarono una salva di siluri. Il Maddox rispose con le sue artiglierie. Non è stato mai chiaro cosa sia accaduto davvero – se sia stato in realtà il risultato di una simulazione, di un falso allarme o addirittura di una montatura – ma il presidente americano Johnson lo trasformò nel casus belli che aspettava, chiedendo al Congresso una Risoluzione per aumentare il coinvolgimento statunitense, «come il Presidente riterrà opportuno» al fine di «respingere gli attacchi contro le forze degli Stati uniti e per prevenire ulteriori aggressioni». È il 7 agosto del 1964, inizia la guerra del Vietnam. Al Vietnam costerà due milioni di morti, agli americani cinquantottomila; per capirci dieci volte quello che finora sono stati i caduti nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Cinquantottomila bare che torneranno indietro avvolte nella bandiera a stelle e strisce. Costerà, soprattutto, una crescente opposizione di un’intera generazione, rivolte nei campus universitari, indignazione di intellettuali, scrittori, giornalisti, registi, gente comune, e la rabbia dei veterani – No medals, decent jobs, Niente medaglie, posti di lavoro dignitosi –, e dei neri.
Perché questo accadde, che i neri, il movimento del Black Panther Party soprattutto, dopo il lungo e pacifico percorso delle battaglie per i diritti civili di Martin Luther King, svilupparono un percorso di analisi e di pratica politica che considerava la loro condizione come quella di una “colonia interna” dell’imperialismo americano, e quindi le lotte del Terzo mondo – dal Vietnam a Cuba, dall’Africa all’est asiatico – come parte della propria liberazione. e se quelli vincevano perché sparavano, bisognava sparare anche di qua. E le lotte dei neri, le rivolte soprattutto, diventarono progressivamente il catalizzatore dell’intero movimento studentesco, il criterio della lotta politica. Portare il Vietnam dentro casa, Bring The War Home fu, a esempio, lo slogan dei Weathermen – cioè della prima scissione di quell’enorme movimento nei campus che era stato l’SdS, Students for a democratic society.
Cinquant’anni dopo, con Obama presidente dallo sguardo sempre più accigliato verso il Pacifico, con il viaggio del capo di Stato maggiore della Difesa, generale Martin Dempsey a Hanoi si stabilisce la costruzione di un’alleanza di fatto, andando ben oltre il riconoscimento voluto da Bill Clinton nel 1995: fine dell’embargo sulla armi e possibile vendita di una flottiglia moderna di navi per la difesa costiera. Obama riarma i vietnamiti in funzione di contenimento dello strapotere dei cinesi. La storia fa una giravolta impressionante. Bisognerebbe dirlo a Allison Krause, William Schroeder, Jeffrey Miller e Sandra Scheuer, tutti con meno di vent’anni, i quattro studenti della Kent University, Ohio, che protestavano contro la guerra in Vietnam, uccisi dalla Guardia nazionale. “Ho Ho Ho / Ho chi minh”. Pace e ordine in città. Innocenza e dolore. Fragole e sangue.
Cinquant’anni dopo l’approvazione del Civil Right Act si spara ancora sui neri. Si chiede l’intervento della Guardia nazionale. Come negli anni Sessanta nei ghetti di Watts, Detroit, Chicago, Newark, con decine e decine di morti. Come alla Jackson State University, Mississippi, quando altri due studenti – questa volta neri – che protestavano per quanto successo a Kent furono uccisi anche loro dalla Guardia Nazionale. Pace e ordine in città. Qui la storia sembra immobile.
Chissà cosa ne avrebbe pensato, Malcom X, del presidente Obama. Obama è l’uovo d’anatra che viene fuori dal culo della gallina?
Oppure, no?

Roma, 18 agosto

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