La storia di Girolimoni, il mostro di Roma, per lo scaffale del Garantista

Non so bene perché – immagino per fare un complimento – Paolo Mereghetti, il critico cinematografico, abbia detto di Damiani che fosse «il più americano dei registi italiani». Magari per quel gran gusto della narrazione, di trattare storie. A me però il cinema di Damiani sembra italianissimo; italianissimo di quegli anni, fra i Sessanta e i Settanta. Dove il filo tra commedia e dramma era sottile e l’una cosa si riversava nell’altra, si sovrapponeva spesso. Questo, però, succedeva nella vita, non solo al cinema: per dire, un ballerino di seconda fila di varietà della Rai, Pietro Valpreda, fu accusato di essere il “mostro” della bomba di piazza Fontana, e tu non riuscivi proprio a capacitarti della sproporzione fra l’una cosa e l’altra. L’oscillazione tra tragico e grottesco era dei tempi, insomma. Di certo, Damiani aveva anche una gran sensibilità alle storie di giustizia, alle storie complicate di giustizia. Tra i suoi titoli, Il giorno della civetta, che gira nel 1968. Sciascia non l’aveva visto e gli capitò per caso, anni dopo, in una parrocchia che faceva da cineforum, di guardarlo: gli piacque. Più di questo, al Gran Siciliano non avresti strappato parola. Tra il 1971 e il 1972, Damiani infila di seguito tre storie legate al funzionamento della macchina giudiziaria, ai suoi uomini e alle sue leggi: Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica, L’istruttoria è chiusa: dimentichi, Girolimoni, il mostro di Roma.
Al tempo, le locandine pubblicitarie erano bellissime – opere d’arte già prima che Mimmo Rotella cominciasse a strapparle e ci costruisse la propria fama –, e in quella di Girolimoni, la “m” del nome è scritta come la sigla che usava il duce, per firmare carte e documenti. La M di Mussolini. Non so se Damiani, che aveva studiato all’Accademia di Brera, avesse messo lo zampino, in quella locandina, non importa: la storia di Girolimoni è inscindibile dal regime fascista – è questo il filo narrativo del film – e sicuramente anche dei fatti.
I fatti sono questi: tra il 1924 ed il 1927, in una Roma con un centro storico ancora ottocentesco proprio com’era negli acquerelli di Roesler Franz, brulicante di popolo cencioso e dedito a svoltare in qualche modo la giornata, e una campagna ancora a ridosso del tessuto urbano, dove si va a cicoria al Tuscolano o al Prataccio della Balduina, benché fosse da tempo iniziato il sacco edilizio, a cui il fascismo darà il suo abbrivio definitivo, fu commessa una serie di rapimenti, violenze, sevizie e omicidi ai danni di bambine di pochissimi anni. Tutto in uno spazio di cinquecento metri, fra Borgo – c’era ancora la Spina di Borgo, prima che Mussolini la buttasse giù per farci via della Conciliazione –, e Ponte; di là e di qua da Tevere, insomma. Uno sputo di spazio.
È esattamente il periodo in cui il fascismo stabilizza il proprio potere e diventa regime: tra le elezioni del 6 aprile 1924, in cui per la prima volta si votava secondo la legge Acerbo – approvata nel novembre dell’anno precedente, e hai voglia che le opposizioni cercassero di mediare sulle soglie di sbarramento del premio (dice niente, la storia?), modificava il sistema proporzionale con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse anche superato il quorum del 25 per cento, aggiudicandosi in tal modo i due terzi dei seggi –; il discorso del deputato socialista Matteotti del 30 maggio alla Camera in cui denuncia la brutalità degli squadristi e chiede l’annullamento delle le elezioni; il rapimento, il 10 giugno, e l’assassinio di Matteotti, il cui cadavere fu ritrovato il 16 agosto; e il discorso del 3 gennaio 1925 in cui Mussolini si assume la responsabilità politica, morale e storica di ogni cosa – «Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!» – giocando sull’incertezza delle opposizioni, che pure potevano godere di una grande momento di commozione popolare e di crisi istituzionale dopo il delitto Matteotti, e il «bisogno di governo forte», e vincendo la partita politica. Inizia il Ventennio.
In questa Roma tutta presa dalla lotta politica, punteggiata ancora di bivacchi di manipoli, con il 1925 anno del Giubileo, irrompe la cronaca nera degli assassinii impuniti delle bambine. Il regime sta compiendo la sua parabola politica totalitaria; l’atteggiamento riguardo la serie di omicidi segue il proprio percorso di stabilizzazione piuttosto che la spinta del sentimento popolare di orrore, indignazione, vendetta: all’inizio sembra distratto e indifferente – tutto preso com’è dalla lotta per il potere –, poi ordina il silenzio-stampa perché non è possibile che un governo fondato sul bisogno di ripristinare l’ordine in un’Italia lacerata dalle violenze assista impotente che dalle case vengano rapite e stuprate delle bambine – silenzio-stampa che sarà seguito quasi da tutte le testate –, infine cavalcherà l’onda della ricerca a tutti i costi di un colpevole, mettendo una taglia cospicua a chi avrebbe fornito informazioni sicure, garantendo promozioni a tutti i poliziotti che si fossero distinti nelle indagini, assicurando che il duce in persona segue i fatti perché «le figlie del popolo» abbiano sicurezza. Insomma, fa propria la caccia.
È in questa “evoluzione” del regime che nasce il caso Girolimoni. E in questo senso, sicuramente, l’imputazione di essere lui, il mostro, è frutto avvelenato del regime, a un certo momento alla ricerca di un colpevole qualunque, o comunque di un colpevole “presentabile”.
La “costruzione” della colpevolezza di Girolimoni è davvero esemplare del funzionamento ottuso della macchina poliziesca quando innestato dall’alto: dichiarazioni fasulle, accanimento di principio, riconoscimenti “aggiustati”, falsificazioni palesi, prove costruite a arte, testimonianze fabbricate – persino quelle di bambini –, ogni elemento che scagionava rovesciato nel suo contrario, come una dimostrazione di accresciuta furbizia e capacità di nascondimento, ritratti psicologi stilati da luminari e accademici che indicavano nei suoi tratti somatici – occhi mongoloidi, sorriso sfuggente, conformità del cranio, una malformazione della mano – la “sicura degenerazione” dell’individuo, Girolimoni è davvero un case study della orribile sorte che può capitare a chiunque se la polizia non sa che pesci prendere e deve dare un colpevole in pasto all’opinione pubblica e alla catene di gerarchie, anche perché così ci si guadagna onori e prebende.
La polizia. La polizia è tutta presa dal compito di denunciare e arrestare oppositori politici del regime, è questa la sua priorità. Quanto al resto, cioè alla capacità di indagine, sta ferma all’Ottocento, è comunque assolutamente impreparata a quello che si presenta – ma allora, di certo, non lo chiamavano così – come il primo caso di serial killer. Va peraltro tenuto presente che tra il 1925 e il 1926 furono organizzati quattro attentati contro Mussolini, tre dei quali a Roma, e si può immaginare quale pullulare di poliziotti ci fosse intorno la presidenza del Consiglio, cioè il centro della città, l’area insomma in cui si aggirava l’assassino a caccia di prede. D’altra parte se uno pensa a quello che divenne Roma durante il rapimento Moro, con l’esercito schierato nelle strade e squadre di polizia in ogni angolo della città, eppure i brigatisti continuavano a fare le loro cose, si capisce: chi era preparato, allora, a quel po’ po’ di sparatoria su via Fani, al sequestro, alle lettere dalla prigione e ai messaggi dei “postini”? Dovevano esserci “menti raffinatissime”, grandi vecchi e truppe d’assalto venute dall’Est, sennò come si spiegava? E Moro glielo lasciarono nella Renault 4 rossa sotto il naso: invece di lavoro di indagine si andò a caso, nel mucchio, diramando foto di ricercati che erano morti o non c’entravano nulla, sperando nel culo. La polizia.
Che le bambine fossero “preda” di istinti sessuali, in un ambiente promiscuo come poteva essere la comunità del tempo, era quasi dato per scontato: basti pensare a Maria Goretti. In genere era un parente o un vicino di casa, il colpevole e il predatore. Ma nessuno poteva immaginare la serialità, il fatto che una stessa persona potesse commettere una serie di omicidi legati dal medesimo istinto assassino. Forse per questo i primi omicidi non scossero le indagini – c’è addirittura un tale che si autoaccusa e viene mandato via a pedate –, come se fosse roba “scontata”, dovuta alla brutalità della vita. E forse per questo ci volle un po’ prima che un legame tra i delitti iniziasse a essere rilevato. Non c’erano gli identikit, a quel tempo, e neppure le impronte digitali. Non c’era nulla. Bastavano i confidenti, o quelli che a botte avrebbero infamato. Ma qui non bastavano i confidenti – ci furono due suicidi, nel frattempo, di persone assolutamente innocenti, un vetturino, un sagrestano, denunciate dai propri colleghi di lavoro o da casalinghe – e non bastavano le botte. Anche perché non si trattava, per dire, di prostitute, ma di bambine, qualcosa che naturalmente spinge all’orrore. Però all’inizio in ambienti sordidi cercarono i poliziotti, tra i mendicanti, gli storpi, i ladri, i papponi. Sordidi i delitti, sordido doveva essere l’autore. Non ne venivano a capo, e intanto i rapimenti e gli assassinii continuavano.
Una marea di popolo seguì i funerali di Rosina Pelli, la terza vittima. Persino la regina Elena donò una lapide. Qualcosa cominciò a muoversi. Anche la stampa. Perché questo accadde: quando si trattò di “oscurare” Matteotti, la sua denuncia delle violenze, e il suo sequestro e l’assassinio, lo sdegno per gli assassinii delle bambine era enfatizzato, con dettagli persino macabri dei ritrovamenti dei corpi; poi, quando il regime volle mettere il silenzio sulla cosa, si irreggimentarono, e quando fu “trovato” il colpevole si sperticarono di lodi per il fascismo e la sua guida, chiedendo che Girolimoni venisse trattato “fascisticamente” cioè linciato, visto che la pena di morte non c’era.
È il 2 maggio 1927. Viene arrestato Girolimoni. L’uccisione della sesta bambina – altre due erano state rapite e violentate ma si erano salvate – è del 12 marzo: Armanda Leonardi, una bimba di cinque anni che due anni prima anni era scampata al suo aguzzino. C’è quasi una sfida o una ossessiva ripetizione di luoghi e un’estrema casualità nel rapimento. Girolimoni non c’entrava nulla. All’inizio – Manfredi è strepitoso in questo film, quello è un periodo d’oro per lui, come recitazione – quasi non ci crede che stia accadendo, ma la macchina infernale ha bisogno della sua testa. Solo un commissario di polizia è assolutamente convinto della sua innocenza, Giuseppe Dosi. Dosi non è un poliziotto qualunque, ha risolto diversi casi e ha sventato l’attentato di Zaniboni al duce. Si incaponisce, riesce a mettere assieme i pezzi che scagionano Girolimoni e nello stesso tempo indica un’altra pista – un pastore anglicano – ma viene interdetto, e mandato in manicomio. Comunque, alla fine i giudici non potranno che scagionarlo, a Girolimoni: nessuna delle “prove” raccolte regge a un esame. È il 1928. La notizia viene data in tre righe in quinta pagina da neanche tutti i giornali. Nel film, Damiani fa dire a Mussolini: «Girolimoni deve cessare di esistere come “uomo notizia”. Perché se è importante ciò che la stampa pubblica, è molto più importante ciò che essa tace». La sua vita ne rimane distrutta. Il suo nome è diventato epiteto – ancora oggi viene usato. Lui cercò di cambiarlo, inutilmente. Cercò anche di essere risarcito – aveva avuto un buon lavoro, una bell’automobile, due appartamenti, faceva una vita gaudente, amava le belle donne –, inutilmente. Perse tutto, si spostò prima a San Lorenzo, poi al Testaccio, si ritirò in subaffitto, facendo il riparatore di biciclette, l’ombrellaio, il ciabattino, lavoretti. Di fatto, non venne mai riabilitato. Nel dopoguerra – mentre intanto il commissario Dosi riprendeva il proprio posto e continuava il suo brillante lavoro, a lui si deve tra l’altro la denominazione “Interpol” – Girolimoni iniziò a girare per redazioni di giornali, quasi accattonando la propria storia, sperando che venisse ripresa, raccontata daccapo, che gli venisse restituito almeno l’onore oltre che l’innocenza. Nessuno lo fece, né a destra né a sinistra.
Nel 1961 quando Girolimoni morì, al funerale non c’era nessuno, forse un paio di amici. C’era il commissario Dosi.
Il colpevole dei brutali omicidi non fu mai scoperto: fosse il pastore anglicano, che intanto era scappato in Sud Africa e poi riparato in Inghilterra, o un ortolano parente di alcune vittime e finito dopo un po’ in manicomio, o chissà chi altri, non saltò fuori. La serie degli omicidi finì d’improvviso, o almeno non se ne riscontra più traccia. C’è da sfatare una leggenda, qui, quella che “quando c’era lui si dormiva con le porte aperte”: in pieno fascismo, tra il 1931 e il 1941, le questure di tutta Italia dovettero registrare una media di 1901 uccisioni all’anno; numeri che calano vertiginosamente tra il 1961 e il 1970, quando le uccisioni scendono a 1372. Di certo, la “gestione” dell’informazione di regime imparò molto dal “caso Girolimoni”. Non, invece, la stampa liberale e di sinistra: dal 1924 al 1927, nel pieno della serie di omicidi, l’opposizione antifascista non cavalcò contro il regime l’indignazione popolare dovuta alla serie di omicidi di bambine. Eppure era un elemento, forse l’unico elemento, in quel preciso momento, in grado di incrinare la sicurezza del fascismo, la sua propaganda, la sua rassicurante ideologia. La cronaca nera, da una certa sinistra, non è mai stata compresa per quello che effettivamente è, uno squarcio sul tempo.
La rabbia popolare andò scemando quasi d’incanto.

Nicotera, 9 agosto 2014

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