Giù le mani da Nibali

Ma quale Ni-ba-lì e Ni-ba-là. Con due b, Nibbali si pronuncia con due b. Come abbate e come abbete. Come bbirra, pure che ci comincia. Perché così si pronuncia la b a Messina, doppia. Che dove ci vuole una mezza cosa, noi ne mettiamo una intera, come la mezza granita, che dovrebbe essere mezza, secondo la parola, ma è due volte una granita normale, di quelle che danno a Merano o a Milano, per dire. Se la danno. E dove ce ne vuole una, di cosa, ce ne mettiamo due, abbondanti. E pure la bbrioche ci ha due b. E pure le bbuttanissime delle loro…
È che un po’ ci siamo scassati le palle, noi meridionali, di portare la croce di tutti i mali di questo paese per tutti i giorni che dio manda sulla terra, e poi quando si vince una maglia gialla ecco lì che pure noi, maglia nera da lunedì a domenica, siamo italiani. Anzi, siamo l’Italia. In piedi, popolo, e mano sul cuore. Sventola la bandiera, con l’inno e tutto l’ambaradam. Pure il presidente del Consiglio se l’abbraccia a Nibbali, e ci manda un suo tweet. E pure il presidente della Repubblica, che i tweet non li manda ma fa dichiarazioni solenni e moral suasion. A noi non ci ha mai abbracciato nessuno, calci in faccia ci danno. A noi la moral suasion nessuno ce la fa, e manco i tweet ci mandano per complimentarsi. E che, bisogna vincere per forza la maglia gialla per avere riconosciuta la propria dignità?
Che un po’ ci fa male, che noi comunque ci mettiamo le bandiere alla finestra e compriamo le trombette, per Vincenzino nostro, che glielo faccia vedere al mondo di che pasta sono fatti i siciliani, i meridionali, che quando gli gira ci mettono la sputazza sul naso a tutti, agli inglesi, agli spagnoli, ai tedeschi e pure ai francesi. È che ci gira raro, ci gira. Quando proprio non ne possiamo più.
Dice il padre di Vincenzino nostro che spera che suo figlio sia di esempio, perché l’Italia si deve dare una mossa. E sono parole sante, di un padre orgoglioso, di un siciliano fiero, che vorrebbe che tutti i ragazzi di Sicilia, i giovani del Sud inforcassero la bicicletta e salissero sul Tourmalet a tagliare il traguardo per primi, e poi a Parigi a sfilare sui Campi Elisi. Perché lui lo sa che potrebbero, se c’è riuscito Vincenzino suo. Invece di stare lì a morire di scirocco della politica, di libeccio dell’economia.
Perché, vedete, i siciliani fanno queste cose strane, che non c’azzeccano tanto con la loro terra. Luca Parmitano di Paternò, per dire, se n’è andato a guardare la terra dal cielo. Che un astronauta siciliano è come dire che un petroliere del Texas può preoccuparsi dell’ambiente e diventare ecologista. Una bizzarria, ecco. Però Parmitano c’è andato in orbita e ci ha fatto la foto dall’oblò della sua capsula nel cielo, alla Sicilia. Che era proprio come la sappiamo noi, con tre punte. Come l’aveva disegnata il geografo arabo al Idrisi, nel 1150, un millennio fa, che in cielo non c’era potuto andare di persona, ma con la testa sì. E magari l’avrà incontrato Parmitano, a al Idrisi, lì nel cielo, ora che ci sta di persona, e si saranno dette due parole, che nel cielo ci capiamo tutti e parliamo una sola lingua. Chissà, magari un dialetto. E pure a Parmitano, quando è tornato sulla terra gli hanno suonato l’inno dei fratelli d’italia e sventolato la bandiera tricolore e tutto quell’ambaradam, che se ne ricordano solo quando gli conviene a loro, che pure il sud è l’Italia, che sennò tutti i santi giorni bestie siamo e mai il sale della terra.
Perché, vedete, i siciliani fanno queste cose strane, come Angelo d’Arrigo che se n’andava in cielo con il suo deltaplano a accompagnare le gru siberiane nelle loro migrazioni, uno che era nato a Catania, dove ci puoi trovare spigole, triglie, pescespada, cozze, ricci di mare, e se alzi gli occhi al cielo, il sole c’è, spietato da gennaio a dicembre, ma no gru siberiane, però il mondo ce lo invidiava all’angelo nostro, con quelle sue ali nel vento che manco l’arcangelo Gabriele. E dato che il mondo ce lo invidiava, allora se ne sono accorti pure loro in Italia che Angeluzzo sapeva volare come Icaro, parente stretto era.
E in fondo, salire sulle Alpi o i Pirenei con una bicicletta per un siciliano è come andare in orbita con la capsula spaziale o volare su un deltaplano a fare compagnia alle gru siberiane durante la migrazione, lo stesso proprio è. Questo ormai ci tocca fare, volare, pedalare, che stare coi piedi su questa terra proprio non è cosa.
Così, Vincenzino nostro questo ha fatto. Ha volato, come Luca e come Angelo. Ha volato sulle montagne a Hautacam e sul pavé a Carrefour de l’Arbre e a Mons en Pevele. E come lo potevano pigliare? Senza essere un fenomeno, un mostro sacro, un gigante. Ma quale squalo e squalo. Vincenzino, uccello è. Migratorio. Corre per una squadra che si chiama Astana che è la capitale del Kazakistan. Io neppure lo so dov’è il Kazakistan. Magari Vincenzino è una gru siberiana, che ne sappiamo noi della natura: per dire, sullo Stretto si mangia stocco a tinchité, che viene dall’Atlantico e lo asciugano al vento di Norvegia, la natura fa cose strane sullo Stretto.
Bizzarro è Vincenzino. Prende e va, come gli dice il cuore e la testa. Perché noi siciliani, noi meridionali, bizzarri siamo, né gattopardi né sciacalli. Solo che il cuore ce l’abbiamo ancora, a batterci forte in petto. E la testa pure c’è, a firriare, magari che non sembra. Non ce la fate ricordare questa cosa.
Non sono i francesi che s’incazzano quando vince Vincenzino nostro e allora li vedi tutti che sventolano la bandie-e-ra dei tre colo-o-ri e suonano fratelli d’italia. Sono i siciliani a incazzarsi. Sono i meridionali.
Non ce la fate ricordare questa cosa. Che ci piglia aceto.
Nibbali, Nibbali, Nibbali.

Nicotera, 28 luglio 2014

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