Suicidi in carcere: siamo al numero 24

Si sono impiccati allo stesso modo. Con un lenzuolo. Se ne tagli metà e poi la attorcigli ben stretta, un lenzuolo è come una corda spessa. Ci si può calare dalle sbarre per evadere, con un lenzuolo fatto così. Oppure ne fai corda per cappio di boia. E poi, se vuoi morire, se sei determinato, ci riesci comunque. Magari muori malamente, tanto, che te ne fotte a te.
Si sono impiccati allo stesso modo Riccardo Scalet e Giovanni Pucci, un giorno dietro l’altro. Non se l’erano passata la voce, no. L’uno era nel carcere di Spini a Trento, l’altro a Due Palazzi, Padova. Scalet aveva 32 anni, Pucci 44. Scalet l’ha fatto nelle docce, durante l’ora d’aria. I suoi compagni erano scesi al passeggio, lui no, avrà trovato una scusa, fa troppo caldo, devo lavare due panni, sembrava tranquillo. S’è portato il lenzuolo nelle docce, l’ha preparato, ha fatto il cappio, se l’è passato attorno al collo, ha agganciato un lato da qualche parte delle sbarre, e s‘è lasciato andare. Quando i suoi compagni sono tornati dal passeggio e non l’hanno trovato in cella hanno lanciato l’allarme. Troppo tardi. Addio popolo. Pucci invece l’ha fatto di notte, in cella stava da solo. Ha aspettato la conta, ha preso il lenzuolo, l’ha preparato, s’è passato il cappio intorno al collo, ha agganciato un capo da qualche parte, il punto più alto delle sbarre, oppure l’infisso che tiene la televisione, un punto vale l’altro: ci si può impiccare anche da seduti, se si vuole, se hai deciso di chiudere. Addio popolo.
Spini è un carcere modello, nuovo nuovo, l’hanno aperto da appena due anni. Una bella struttura, geometrica, non troppo alta, da lontano potrebbe sembrare un edificio scolastico, o una qualche struttura istituzionale, che so, la pretura, la provincia, ci sono pure i rivestimenti di granito marrone, ci sono. In due anni è diventato un cesso. Troppi detenuti. Pochi agenti. Manca pure il direttore. Le guardie hanno rilasciato un comunicato in cui parlano di «oggettive difficoltà operative, sovraffollamento e gravi carenze di organico». Magari è un modo per togliersi dagli impicci: Scalet aveva già provato a farsi male, tempo fa aveva ingoiato delle batterie, e a pensarci dev’essere proprio una morte orribile, come mandare giù dell’acido muriatico. L’avevano salvato. Non era un criminale feroce, Scalet, era dentro per reati contro il patrimonio, le cose tipiche da tossico, sarebbe uscito nel 2016, fra due anni. Due anni te li fai sul cesso, non sono niente. Però, a lui dovevano pesare. Aveva fatto istanza per andare in comunità, ma gliel’avevano respinta. Uno così andrebbe guardato a vista, avrebbe bisogno di stare in un programma di reinserimento, non lasciato a se stesso. A farsi un cappio al collo.
Pucci invece era dentro per un reato grave, quindici anni fa aveva ammazzato una dottoressa che era in servizio di guardia medica in un paesino in provincia di Lecce. C’entrava la tossicodipendenza, e forse anche altro. Comunque, anche se avrebbe finito di scontare la pena nel 2021, Pucci godeva già di un regime di semilibertà. Era un buon elettricista, e usciva al mattino per tornare la sera. Era bravo nel suo lavoro Pucci, e gli avevano fatto un contratto a tempo indeterminato. S’era pure sposato, l’anno scorso. Recentemente era stato interrogato nell’ambito di un’inchiesta sul traffico di stupefacenti nel carcere Due Palazzi. Forse aveva ricominciato a farsi, forse portava lui la roba dentro, o forse aveva visto delle cose. Non aveva detto nulla, Pucci, al magistrato. E quello gli aveva tolto la semilibertà. E questa cosa deve averlo fatto scoppiare: fai fai e sempre allo stesso punto stai. Una manciata di pasticche per non sentire troppo dolore. Addio popolo.
«Quello di Padova è un carcere dove c’è un’emergenza nazionale», ha dichiarato il responsabile di un sindacato degli agenti. «Evidentemente non si comprende bene cosa significa, sotto l’aspetto umano, vivere in una struttura affollata dal triplo delle persone che ci dovrebbero essere». E se lo dicono loro.
Scalet e Pucci sono gli ultimi due di una lista già troppo lunga di suicidi e di morti. Il primo, il 3 gennaio, è stato Scarcella Francesco, anni 42, nel carcere di Ivrea. Ha scritto una lettera di addio alla sua famiglia, ha improvvisato un cappio con un sacco nero della spazzatura e lo ha legato alla grata della finestra del bagno. È salito su uno sgabello, ha stretto forte e ha dato un colpo secco. Buon Anno. Scalet e Pucci sono il numero 23 e 24 della lista. Già una moria. Erano due come li puoi incontrare in qualunque carcere. Erano due, come migliaia d’altri, che in carcere proprio non ci dovevano stare.
Ne erano convinti anche loro. Addio popolo.

Nicotera, 25 luglio 2014

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