Don Nuccio assolto. E è festa in piazza.

Ma quale Germania-Argentina, la finale di campionato del mondo si giocò ieri per il quartiere Condera di Reggio Calabria. Ieri, che c’è stata la sentenza del processo in cui pure il parroco loro era finito implicato, per associazione a delinquere. E i giudici stabilirono che reato non ci fu, che l’associazione a delinquere non si era mai associata, e tutto il castello di carte crollò. E don Nuccio Cannizzaro è andato assolto.
E allora partirono i caroselli delle auto per il quartiere, strombazzando, con le trombette che erano avanzate e mute erano rimaste, strozzate in gola, per via di quella maledetta figuraccia dei calciatori azzurri. Però, invece, don Nuccio è andato assolto. Don Nuccio l’ha vinto lui la finale. E le campane hanno suonato a festa, e ci sono stati i giochi di fuoco come per San Giorgio, con la masculiata finale che pure a Rio de Janeiro e a Copacabana se la sognerebbero.
E vedete perciò quant’è disgraziata questa terra di Calabria, che fa la festa del Santo perché un uomo è andato assolto. È andato assolto per grazia ricevuta. E perciò il Santo patrono dobbiamo ringraziare, e tutti i santi del Paradiso che sono interceduti per lui in quella Camera di Consiglio. Che altra spiegazione ormai non se la possono dare in Calabria quando un uomo innocente va assolto. La Vergine fu, o San Giorgio. O Sant’Elia Profeta, che poi è la parrocchia di don Nuccio. E ci vuole la banda, perciò, e i giochi di fuoco.
E vedete perciò quant’è disgraziata questa terra di Calabria, che deve festeggiare un uomo ma versa lacrime calde pure per il suo accusatore. Perché la giustizia in questa terra è a somma zero, e perciò se uno va assolto un altro è mazziato, e invece non dovrebbe essere così, dovremmo gioire tutti insieme quando giustizia è fatta. Perché nessuno può pensare che l’associazione Libera sia l’antimafia col pennacchio, di quelli insomma che fanno dell’antimafia una parata, e invece Libera si batte e fa tante cose buone contro quel demonio in terra che è la ndrangheta. Però per istruire un processo ci vogliono i reati e non i peccati.
Che di questo fu accusato don Nuccio. Gliele lessero in aula le sue parole, intercettate in automobile. Don Nuccio diceva una cosa che un prete non sta bene che la dica. Diceva: «bisognerebbe farlo fottere a un prete, ogni tanto, pure una volta sola, così gli passerebbe quella malattia di correre dietro i ragazzini». E magari sarà un pensiero azzardato, però non è che fa reato. E gliele lessero pure quelle altre parole in cui diceva che c’era uno diventato vescovo pure che aveva fatto delle porcate, e che avevano tutti paura di parlarne, lui no. Che pure questo sarà un pensiero poco ortodosso, però non è che fa reato. Ci puoi mettere il berretto a sonagli in testa a don Nuccio, ma non fa reato. Eppure gliele lessero, quelle parole, per far sentire al mondo che tipo di prete fosse sto don Nuccio. Con la lingua sporca. E se uno ha la lingua sporca, ci vuole poco che si associ con i ‘ndranghetisti. Che questo pure è un pensiero azzardato assai, almeno dal punto di vista giuridico, che poi è tutto quello che dovrebbe contare per mettere in piedi un processo.
E di questi peccati di lingua fece ammenda, don Nuccio, rivolgendosi al suo pastore, al Vescovo, col capo cosparso di cenere per avere procurato scandalo alla chiesa – che non importava che gliele manipolavano le parole, e le toglievano da un posto per metterle in un altro e far significare il contrario –, che comunque peccatore era stato. E si dimise. Da cerimoniere del Vescovo, da cappellano della Polizia municipale, da parroco pure.
Volete che non si faccia festa a Condera di Reggio Calabria? Uno a zero finì. Segnò don Nuccio.
La chiesa di Calabria è terra di frontiera. E come potrebbe essere altrimenti? La devozione qui è sentita ancora, i paesi sono piccoli e le parrocchie, e le occasioni che la fede offre – la processione, l’oratorio, la comunità di preghiera, il pellegrinaggio, le novene – sono tra i pochi servizi sociali che continuano a funzionare. Sono servizi sociali dell’anima, e sa solo Dio se non ce ne sia bisogno di questi tempi. Spesso sono servizi anche del corpo, stanco quello degli anziani senza tanti aiuti, vigoroso quello dei giovani disoccupati che ciondolano per non essere disperati di questa forza senza uso che hanno addosso. Fino all’adolescenza li tieni a te i ragazzi, poi si fanno masculi e è difficile quando il sangue comincia a girargli a mille. Ci puoi parlare, ci puoi fare una preghiera. Poi, ti rimetti nelle mani di Dio. Non è facile essere preti di Calabria. Non è facile sentire addosso il peso di una comunità, per la quale sei più importante del sindaco, e pure del maresciallo dei carabinieri. Che sfilano vicino al prete, uno da un lato uno dall’altro quando il Santo esce, come lo tenessero sotto tutela. Viva Maria.
Il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, che porta con eleganza e noncuranza il suo doppio cognome nobiliare, ripete sempre che c’è «inquinamento ambientale». È un concetto che gli è caro e usa come chiave di lettura delle cose di Calabria. Cafiero de Raho non è uno che parla tanto per parlare: catanese di nascita, ha lavorato a lungo nella terra dei Casalesi prima di arrivare al ruolo di procuratore a Reggio. Il Sud lo conosce in lungo e largo, perciò, e questo concetto qua, dell’inquinamento, deve averlo formato nella terra dei fuochi e ormai se lo porta dietro come portasse il monocolo. L’inquinamento ambientale è un’allegoria – e questa cosa piacerebbe molto a Sciascia – che vuole intendere che per quanto noi non si veda come siano malridotte le relazioni sociali nostre, sotto, a furia di interrarci materiale inquinante assai, esse sversano ormai solo schifezze, e nessuno può restarne incontaminato.
Ora non è che questa cosa dell’inquinamento sia sbagliata. È che per mettere bene a fuoco le cose non basta il monocolo.

Nicotera, 16 luglio 2014

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