Whirlpool si compra Indesit? E menomale

Quando, nel 1906, Egidio Galbani, della grande razza dei caseari della Valsassina – i Cademartori, i Locatelli, gli Invernizzi vengono tutti da lì – decide di inventare un formaggio “uso francese”, dato che le vetrine dei salumieri espongono solo prodotti d’oltralpe, ha un colpo di genio e lo chiama “Il Bel Paese”. Sull’etichetta, oltre la cartina d’Italia, ci mette il faccione bonario dell’Abate Stoppani, spirito risorgimentale, rosminiano, manzoniano, e naturalista, che in un libro della seconda metà dell’Ottocento aveva raccontato di un viaggio che partendo dalla sua Lombardia lo aveva portato giù «a balzelloni» fino all’Etna. Il Bel Paese, il libro dello Stoppani, aveva venduto centinaia di migliaia di copie e era arrivato alla sessantesima edizione: un successo strepitoso durato decenni. Un vero libro di formazione “nazionale”. Cultura e impresa vanno a braccetto. Oggi, per la verità dal 2006, un secolo dopo, la Galbani è “straniera” come tanti altri prodotti italiani, esattamente della francese Lactalis; gli “uso francesi” si sono riappropriati dell’imitazione italiana. Non saprei dire se sarebbe di conforto per il cavaliere Galbani sapere che anche la Locatelli e l’Invernizzi, sono diventati marchi della costellazione Lactalis.
È scoppiato un gran dibattito per via che l’Indesit della famiglia Merloni, marchio storico nazionale, è stata venduta all’americana Whirlpool, che ruota intorno alla domanda: l’azienda-Italia è in vendita? Negli ultimi dieci anni, oltre cinquanta marchi di grande aziende italiane sono state acquistate da capitale straniero. Si va dalla moda (Prada, Valentino, Gucci, Fendi) al lusso (Bulgari, Pomellato), dagli alimenti da dieta mediterranea, come la pasta, il pomodoro, la mozzarella, l’olio, all’industria meccanica (le Acciaierie di Terni sono della Thyssen Krupp), dalle banche alle assicurazioni. Comprano francesi, inglesi, tedeschi, svizzeri, spagnoli. E arabi, come la Etihad per l’Alitalia. Insomma, chi tiene gli sghei, e chi è nel bel mezzo della crisi come noi. Dobbiamo strapparci i capelli quando un marchio italiano viene acquistato da capitale straniero, o dobbiamo accendere ceri alla Madonna ogni volta che succede?
La riflessione sembra procedere per schizofrenie: c’è stato un momento in cui dovevamo difendere a tutti i costi la “compagnia di bandiera” – i costi, ovviamente, sono stati tutti scaricati sui contribuenti –, col risultato di far bollire ulteriormente un’azienda già decotta, ai momenti in cui ogni volta che un’azienda straniera decide di non investire – senza neppure prendere in considerazione quando se ne vanno – non facciamo che dar loro ragione. Ci battiamo il petto perché da noi il costo del lavoro è troppo alto, perché l’aleatorietà e le incertezze del mercato da noi sono eccessive, perché la burocrazia rallenta e inceppa ogni volontà imprenditoriale, perché c’è la ndrangheta e la mafia che pretendono il pizzo – e la loro “offerta” non si può rifiutare – e questo è proprio disincentivante. E ancora, ai momenti in cui non facciamo che parlare delle enormi potenzialità che esistono sui mercati internazionali che le nostre eccellenze potrebbero intercettare, solo se.
Passiamo insomma dal nazionalismo industriale, poco c’è mancato che dovevamo mettere dei dazi doganali “padani”, a un acritico entusiasmo per le virtù della globalizzazione dei mercati. Abbiamo delocalizzato anche noi, eccome. Gioiamo se i vasetti della Nutella fatturano 1,7 miliardi di euro (su 8 circa, del gruppo Ferrero), che ne fanno l’azienda leader del settore in mercati quali Germania, Francia, e Stati Uniti, però puntiamo i piedi quando siamo grasso mercato di marchi stranieri.
Io mi farei un’altra domanda: vendiamo aziende decotte o marchi d’eccellenza?
E oserei pure un’affermazione: gli stranieri si comprano le nostre aziende? E menomale.
Il governatore della Banca d’Italia Visco dice da un po’ di tempo che le nostre aziende sono sottocapitalizzate. Di duecento miliardi circa. Insomma, gli stranieri comprano perché noi vendiamo a prezzi stracciati – in comparazione con aziende di settore nel mondo – dato che il prezzo dei marchi non risponde al “valore” reale. “Sottocapitalizzate” significa che ci vorrebbe un aumento del patrimonio netto, che la proprietà dovrebbe investire del proprio – i circa duecento miliardi di cui parla Visco – nell’azienda che detengono. Dovrebbero insomma tirarli fuori dalle loro tasche, affrontare dei rischi.
“Rischio”, però, è una parola che da troppo tempo il capitale italiano non pronuncia. I padroni del vapore preferiscono mettere da parte i profitti o “diversificare il capitale”, come suol dirsi, e quindi imbarcarsi in un continuo indebitamento con le banche. È vero che la pressione fiscale è alta, è vero che la leva creditizia è bassa, ma soprattutto è vero che per tutti gli anni Novanta c’è stata una piena deducibilità degli interessi passivi, una esenzione quasi totale per i capital gain, una bassa tassazione dei proventi finanziari riscossi dai privati, e una gran tolleranza all’evasione. Quella vera, delle aziende, non dello scontrino del panettiere all’angolo che non batte i due euro del filoncino.
Il capitalismo italiano è parassitario. Ricco a strafottere e parassitario. È vissuto per un decennio tra le mollezze di un impero in decadenza, campando di eredità di talento e genialità del dopoguerra e della ricostruzione. Ora, dopo avere spesso spremuto il denaro pubblico con coperture bancarie e cassintegrazioni a vita, vendono.
Arrivano i barbari del capitalismo? E menomale.

Roma, 12 luglio 2014

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in economie e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...