Voi comunisti siete tutti uguali

Mi piace pensare che se fosse ancora vivo, Sciascia oggi scriverebbe per questo giornale, per «Il Garantista». Magari non tutti i giorni, no. Magari solo collaborerebbe di tanto in tanto. Però, che so, per commentare le dichiarazioni di Diego Marmo, il giudice che fece la requisitoria contro Enzo Tortora in quel famoso processo e che recentemente ha riattraversato quel periodo e quelle sue stesse posizioni, un breve pezzo dei suoi, lo manderebbe. Al tempo del processo Tortora, Sciascia fu tra i pochi che reagì con vigore e sgomento. Si chiese: «Orwell si è fermato a Napoli?» È un titolo che funziona ancora oggi, no? Oppure, sulla “questione nazionale” dell’inchino della statua della Madonna a Oppido Mamertino, e le richieste del neoministro di Dio – benché laicissimo – giudice Gratteri di sospendere qualsiasi processione, accusando la chiesa d’essere, sostanzialmente, affiliata alla ndrangheta. Su questo un pezzo dei suoi lo manderebbe. Qualcosa Dalla parte degli infedeli, la troverebbe. Non gli mancherebbe materia per scrivere di giustizia, oggi a Sciascia. Perché di questo ha scritto tutta la vita, della giustizia tra gli uomini, di imputati e giudici, dell’ingiustizia del mondo. Che è sostanza della politica. Perché questo è stato Sciascia tutta la vita, un uomo pubblico, politico, e dei migliori.
Non è mai stato comunista, Sciascia. Non ha mai aderito al Partito comunista. Lo dice Emanuele Macaluso, e certo senza tema d’essere smentito. Assieme, a Caltanissetta, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta facevano parte di un gruppo di giovani intellettuali molto vivaci. Si raccoglievano attorno al preside del liceo classico, un professorone colto e severo che organizzava incontri in cui si discuteva di libri e di idee clandestine. Siamo ancora in pieno fascismo, Sciascia avrà meno di vent’anni – era del 1924 – e Macaluso solo qualcuno di più – è del 1921, anno di nascita del Partito comunista a Livorno, proprio un segno delle stelle.
La militanza antifascista – e di quello strano fascismo di Sicilia, che per un verso aveva mandato Mori a sparare su tutto quello che si muoveva, e per un altro lo fece senatore del Regno appena iniziò a toccare le caste dei nobili e dei potenti, che intanto ingrassavano all’ombra del regime – lo aveva segnato. Come lo avevano segnato le frequentazioni della gente di campagna, braccianti e mezzadri, e di miniera, carusi e solfatari, che nel Partito comunista cercarono e spesso ebbero una speranza. Sciascia, per proprietà transitiva, stava coi comunisti che stavano col popolo. Stava con una razza combattiva e combattente di comunisti, sindacalisti e politici che lottavano e pagavano spesso con la vita sotto i colpi di lupara della mafia. Stava con quelli che non avrebbero fatto mai compromessi, con la mafia e il loro partito politico, la Democrazia cristiana.
E invece, nel 1958 Silvio Milazzo della DC viene eletto presidente all’Assemblea regionale siciliana con i voti dei partiti di destra e di sinistra, i fascisti e i comunisti. Macaluso, allora segretario regionale del Pci, manovra tutta l’operazione, insieme al papà di Pignatone, attuale procuratore di Roma dopo esserlo stato a Reggio Calabria. Una cosa che Sciascia considerava proprio impronunciabile, dato che considerava la Democrazia cristiana irredimibile. I rapporti si incrinano. Con Macaluso e col Pci.
E ancora di più quando, pubblicando Il giorno della civetta, nel 1961, gli viene rimproverato dai chierichetti di sinistra di fare l’apologia del capo-mafia don Mariano Arena. Quando semmai è il capitano Bellodi il suo eroe, che sentendosi sfuggire di mano don Mariano Arena, grazie alle protezioni politiche romane, per un attimo – un attimo solo – è tentato di utilizzare metodi al di là e al di sopra della legge, proprio come il prefetto Mori. Bellodi respinge subito quella tentazione, bisogna combattere il malaffare e i mafiosi con la legge e i suoi strumenti. Suonano pericolose queste parole, allora come oggi. Per dire, uno come Pino Arlacchi – che sulla mafia ci ha costruito una carriera accademica e istituzionale – ha affermato che con Il giorno della civetta Sciascia ha scritto qualcosa che piaceva alla mafia fosse scritto. Un’affermazione stupida ma anche orribile. E Camilleri recentemente: «È uno di quei libri che non avrei voluto fossero mai stati scritti. Non si può fare di un mafioso un protagonista, perché diventa eroe e viene nobilitato dalla scrittura. Don Mariano Arena, il capomafia del Giorno della civetta, giganteggia». Camilleri non avrebbe mai voluto che venisse scritto Il Grande Gatsby, per dire, e non avrebbe mai voluto che venisse fatto un film come Il Padrino, perché qui don Vito Corleone è proprio sfolgorante. Ovviamente, le acute e profonde parole di Camilleri – Camilleri sono – vengono rilasciate al «Fatto quotidiano», che è un gigante in fatto di cultura e letteratura. E pure di libertà, a dirla tutta.
Eppure nel 1975, Sciascia accetta di candidarsi nelle liste del Partito comunista alle elezioni comunali di Palermo. Con Occhetto e Guttuso. Arriva, per preferenze, dopo Occhetto ma prima di Guttuso. Il tempo di essere eletto, partecipare a qualche seduta e lascia il Consiglio. In Sicilia – che è sempre stata terra di laboratorio politico – Occhetto sperimenta una sorta di compromesso storico con la Democrazia cristiana, ci firma un patto di fine legislatura. Sciascia si dimette.
Non finisce qui. Nel 1977 – mentre le piazze si infiammano nello scontro tra gli operai della vecchia classe e i nuovi lavoratori precari – la polemica con Giorgio Amendola, grande capo comunista, è al vetriolo. Amendola accusa gli intellettuali italiani di “nicodemismo”, di simulazione, insomma di complicità, dopo che Eugenio Montale ha scritto che capisce quei cittadini di Torino sorteggiati per essere membri della giuria popolare al processo di Torino contro le Brigate rosse, che si sono dati malati. Sciascia scrive un articolo durissimo. La sua “distanza” dallo Stato, da quello Stato, è incolmabile. Le Brigate rosse gli sembrano la faccia speculare – nell’ombra, macchinosa, arrogante – del potere statale. Non ci si può schierare, né con l’uno né con gli altri.
Ingiurie e fulmini comunisti si abbatteranno su Sciascia. E non sarà neppure l’ultima volta.
Durante il sequestro Moro, Renato Guttuso invita Sciascia a andare a trovare Berlinguer insieme con lui. Trovarono un Berlinguer a pezzi: era convinto che il rapimento Moro – ancora non era stato ammazzato – fosse il frutto di una orrida collaborazione tra il Kgb e la Cia. Naturalmente Sciascia scrisse un articolo sul «Corriere della Sera». Naturalmente Berlinguer non poté far altro che smentire: Sciascia ha equivocato. Allora Sciascia tira in ballo Guttuso – era lì con lui, erano amici, non avrebbe potuto dire una cosa per l’altra. Guttuso, magari perché ancora gli rodeva essere arrivato dopo Leonardo alle Comunali di Palermo, membro della direzione del Pci e che al Pci doveva quasi tutto, disse – ma no, Leonardo, hai frainteso. Sciascia gli tolse il saluto. Berlinguer presentò querela. I comunisti sono tutti uguali – così commentò.
Nel 1979 accetta la candidatura dei radicali. Viene eletto al Parlamento europeo e alla Camera dei Deputati. Opta per questa e si occuperà da quel momento della Commissione Moro.
Non gli verrà risparmiata un’altra pesante aggressione quando, sempre sul «Corriere della Sera» parlerà di antimafia. Il titolo – redazionale – diventerà proverbiale: I professionisti dell’antimafia, e verrà usato e abusato a destra e manca. Soprattutto a manca, va detto.
Mi piace pensare che fosse ancora vivo lo chiameremmo per fare l’apertura del giornale. Lo chiamerei io, che sono siciliano come lo era lui, e quindi avrei i titoli per farlo. Anche se non saprei come nominarlo, magari Signor maestro, come era mio padre e come era lui. Nel maggio 1979, gli posero questa domanda: «Secondo lei il qualunquismo oggi, che cos’è?» e lui rispose: I comunisti.
Oggi, i comunisti non ci sono più. Ma la domanda è buona lo stesso.
Signor maestro – gli direi così – secondo lei il qualunquismo oggi, che cos’è?

Roma, 11 luglio 2014

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