Slippers on the ground

Il crollo del muro a Washington non l’ha visto nessuno. A Berlino sì, nell’89, e con esso è rovinato a pezzi l’imperialismo sovietico. E c’erano i tedeschi dell’ovest che prendevano a picconate il cemento, a grattarlo via con le unghie, a morderlo per la rabbia e la gioia, e i ragazzi dell’est che si mettevano cavalcioni e ridevano e piangevano e si abbracciavano e si baciavano felici. E tutti hanno pensato che fosse un momento di storia e ci hanno fatto le t-shirt.
A Washington, invece no, non s’è visto, e niente t-shirt. Eppure c’è stato. Eccome.
Gli americani se ne sono andati. Se ne sono andati dall’Asia e dall’Europa, dal «cortile di casa» del sud America, dal nord Africa e dal Medio Oriente. Se ne sono andati via dal mondo e sono tornati a casa loro. Con la testa, almeno stanno a casa loro da un bel pezzo. Non è solo che ritirano ufficialmente le truppe impegnate dalle guerre dei Bush, padre e figlio, ma non hanno alcuna intenzione di mettere gli stivali sul terreno – boots on the ground – da nessuna parte. Tutt’alpiù ci vanno in infradito, sul terreno, o con le ciabatte.
In Libia Sarkozy e Cameron ce l’hanno tirato per la giacchetta a Obama, che alla fine ha mandato una nave però è rimasto al largo. Qualche cannonata, qualche drone. Senza sporcarsi troppo le mani di polvere. Di sangue. E in Medio Oriente uguale. Chi l’ha visto mai Obama darsi da fare in Medio Oriente? Un gran discorso al Cairo, ma poi appena la primavera s’è imbacuccata di palandrane e tovaglie in testa non c’era più nessuno a lavorare sul terreno.
Tutti i presidenti americani, da Roosevelt – Theodore, dico – in poi, anzi a dirla tutta da Monroe un secolo prima, si facevano un punto d’onore di razzolare nel mondo piantando la bandiera a stelle e strisce dappertutto. Ci fossero stati al tempo, l’avrebbero messa pure su Ferdinandea, l’isola apparsa per un giorno nel Mediterraneo e poi risommersa. Oppure si fregavano le mani a truscare nell’ombra per ribaltare governi democraticamente eletti e favorire colonnelli e generali, dalla Grecia all’Indocina, dall’Indonesia al Cile. Anche rischiando la guerra nucleare, con improbabili mercenari arruolati in mezzo ai mafiosi di Miami tra una nuotata a Cape Cod e le lenzuola di un’attrice icona mondiale. Happy birthday to you forever. Parlo di Kennedy e del suo sbarco fallito alla Baia dei porci. E facevano pure gli uomini di pace, pensate solo a Carter col suo Camp David, e anche a Clinton, nelle more di una qualche guerra umanitaria.
Ci siamo cresciuti, noi della generazione degli anni Sessanta, bruciando bandiere americane e urlando Yankee go home, litigando tra noi se era corretto o no bere la coca-cola e mangiare gli ananas della United fruits. Col cuore che si faceva piccolo piccolo perché eri cresciuto a pane e hemingway e chandler, e di companatico mettevi huston e kubrik, e alla fine ti gustavi mohammed ali e wilt chamberlain e pure frank sinatra come fossero la torta di mele di nonna papera.
Poi, di botto, se ne sono andati di proprio.
E senza i guardiani del mondo è scoppiata la «somalizzazione».
Una volta, per parlare di geopolitica, di una situazione interna instabile e condizionata da continue disgregazioni e dalla frammentazione dello Stato, si diceva che fosse in corso una balcanizzazione. I Balcani erano stati la “polveriera d’Europa”. La Somalia, dopo la guerra civile, si è spezzata in diversi tronconi nazionali e mentre collassava e “falliva” qualsiasi istituzione statuale ogni clan si organizzava. E si armava per controllare il proprio territorio e i propri traffici. Si vive di questo e di aiuti internazionali. C’è stato un primo intervento militare internazionale (ci andarono gli americani, e chi altri? prima delle Nazioni unite), poi una dozzina di conferenze di pace, poi una seconda missione internazionale, ma la guerra tribale mica è finita. Quelli, i clan, continuano a scannarsi. Per fazzoletti di terra. O di mare.
Chissà cosa potrebbe dirci Wikileaks della Somalia, che già non stia sotto gli occhi di tutti. Che pure non possono girarsi dall’altra parte. Perché il mondo dappertutto sta diventando una Somalia. Califfati, guerre civili, razzi e arricchimenti nucleari, turbanti e sottanone, caffettani e tefillin, pirati e navi da guerra alla fonda.
C’è una crisi della rappresentanza internazionale proprio come c’è una crisi della rappresentanza istituzionale. Se sono andati in crisi i partiti – perché le classi si sono modificate, perché l’economia ha svuotato gli strati sociali, perché la classe di mezzo ovunque è stritolata – volete che non siano andati in crisi le diplomazie? Chi rappresenta cosa? Chi media cosa? A nome di chi? C’è stato un tiro al piccione nei confronti di John Kerry e delle sue plateali incertezze e ripensamenti e contraddizioni, ma Kerry quale volontà americana di “ricomporre i conflitti internazionali” dovrebbe rappresentare? Quale ruolo e punto di vista degli Stati uniti nel mondo dovrebbe imporre? La “liquidità” di cui parla Barman non riguarda solo la società, ma la geopolitica, il mondo, le potenze.
Israele richiama quarantamila riservisti come se dovesse mettere gli scarponi sul terreno. Come se dovesse dichiarare una guerra. Ma una guerra c’è già. È già cominciata da tempo, dappertutto, e nessuno sa quando finirà.
Invece del sogno di Trotskij della rivoluzione permanente, abbiamo l’incubo della guerra permanente.
Come se stessimo tutti stipati come sardine sotto sale nella striscia di Gaza.
Oltre la quale non c’è il mare. C’è l’abisso.
La Geenna.

Roma, 10 luglio 2014

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