Il procuratore Gratteri è il nuovo ministro di Dio in Calabria?

Quando, sul finire dell’Ottocento i Fasci siciliani, contadini, braccianti, mezzadri e pure qualche studente, che chiedevano salari dignitosi e terra, furono abbandonati da tutti – dal re, da Crispi e pure dai socialisti –, decisero allora di portare alla testa dei loro cortei la Vergine e il Cristo, sperando che intercedessero e li proteggessero. Il piemontese generale Morra di Lavriano, che era stato mandato dal governo con pieni poteri a gestire lo stato d’assedio, ordinò di sequestrarli, alla Vergine e al Cristo, ancorché in figura. Che non passasse nell’anticamera del cervello di quei diavoli dei Fasci di farsi proteggere dal cielo. Ci scappò pure qualche schioppettata dei solerti soldati contro la statua della povera Madonna, a lasciar intendere che neppure per il cielo c’era pietà.
Ora, non c’è paragone alcuno da fare con la crociata contro le processioni in Calabria portata avanti dai giornali italiani, dai magistrati, dal ministro e forse pure dal papa. Tranne un certo fondamentalismo di pensiero.
Se davvero il problema dello “svuotamento” del consenso sociale della ‘ndrangheta in Calabria passa attraverso la simbolica religiosità popolare, e allora massì, sospendiamole tutte – come chiede il procuratore Gratteri, ormai ministro di Dio, visto che dello Stato non c’è riuscito o gli è stato impedito –, anzi proibiamole tutte, ste processioni. E le collette e i comitati civici e i portatori e i fuochi. Dal Pollino alla Piana, dalla Locride alla Costa Viola, si faccia una moratoria di dieci anni. Dieci anni senza processione alcuna. Così la smettiamo con Oppido e con Sant’Onofrio, e gli inchini e le donazioni e tutto il resto. E pure le messe, e le veglie dei funerali e il riconzolo, quel momento di incontro in cui si entra nella casa del lutto e si baciano i familiari e si stringono le mani, e ci si siede, le donne a pregare, i maschi di qua a prendere un caffé, per rispetto, e confabulare: che si diranno? Qualcosa di losco, ci può scappare, no?
Non è difficile profetizzare che, come per ogni proibizionismo, gli spacciatori di fede prolificheranno. Nelle gole e nelle grotte dell’Aspromonte, tra gli agrumeti e gli oliveti della Piana, lungo la Costa dei ciclamini, masse di clandestini fedeli si riuniranno. Col passamontagna, che i carabinieri nell’ombra gireranno i loro video, per non farsi riconoscere. Chi portando san Rocco, chi san Pantaleo, chi Giovanni con la Madonna per l’Affruntata, perché bisogna dirglielo alla madre che il figlio è morto, e pure che è risorto. Si metteranno le spine in testa e si batteranno le cosce con i sugheri e le schegge di vetro e le spugne imbevute di vino diventato aceto, quanto gli pare. E si inchineranno quanto gli pare, che c’è spazio e qui non stiamo nei canali di Venezia con le grandi navi e neppure all’Elba con Schettino. Qui siamo in Calabria. Dove le Vare non si inchinano mai agli uomini – che siano boss o qualunque –, ma al rispetto. Al mio paese l’Assunta si ferma dove ci sono gli ammalati. È quello il suo mestiere, la sua mission, portare conforto, lei, che il figlio gliel’hanno tolto.
E se dal sacro passassimo al profano? E le sagre paesane? Quelle della ‘nduja sono temibili, troppa gente, troppo ambaradam di preparazione, troppo rischio di socializzazione per i boss. Bisognerebbe mettere in moratoria pure quelle. Quella del peperoncino, quella dei fileija, quella del piscistoccu, quella delle patate della Sila, quella della sardella, e quella della suriaca pure.
E le schiticchiate tra compari e commari, con tutta quella sosizza e quelle soppressate e quei capicolli e quei caciocavalli e quelle fastidiose melanzane? Che vogliamo lasciar correre la festa del caciocavallo? E quelle fiumare di vino, che manco Mino Reitano – i cantanti in piazza, ahinoi, quello è un altro rischio – sarebbe buono a evocarle. Pure quelle, sospese. E le biciclettate? Pure quelle.
E i cortei? E tutti quegli assembramenti contro il rigassificatore, e per le quattro fabbriche che chiudono e per la cassa integrazione che finisce e per i lavori pubblici che non partono mai e quelli che partono se li prendono le ditte del nord o quelle che sono certificate dai prefetti, che non vogliamo sospenderli i cortei in Calabria?
Il 7 aprile del 1979, un secolo fa, un sostituto procuratore di Padova, Pietro Calogero, fece arrestare un gran numero di dirigenti e militanti dell’Autonomia operaia, accusandoli di avere messo in piedi la O. La O. sarebbe stata una oscura associazione che collegava – sotto un’unica guida – tutte le formazioni politiche del tempo, da quelle che si battevano politicamente a quelle che combattevano militarmente. Tutte unite dal terrorismo. La sua teoria, il suo «teorema» era che: se non si riesce a prendere i pesci, bisogna svuotare l’acqua in cui nuotano i pesci. Ci sono voluti anni, anni di carcere ingiusto per moltissimi, per capire quanto fosse folle quel teorema.
Ora, non c’è paragone alcuno da fare tra la storia del magistrato Calogero e il «teorema» che per svuotare il consenso della ‘ndrangheta in Calabria bisogna svuotare la Calabria.
Però.

Roma, 8 luglio 2014

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