L’omicidio Fanella alla Camilluccia

A mettere assieme i pezzi e a contarli bene, i morti sono già tre. Ammazzati o meno. Uno è quello dell’altrieri alla Camilluccia, sparato nell’ingresso dell’appartamento: Silvio Fanella, il cassiere. L’altro è quello morto nel bagno di casa propria la settimana scorsa con le vene tagliate: Antonio Pellegrino, l’avvocato. Il terzo l’hanno trovato due anni fa in un agriturismo a San Gimignano, spappolato da un colpo di fucile: Augusto Murri, il riciclatore. Un filo bello grosso lega i tre.
Murri gestiva a Panama la Broker management – Broker è il nome in codice dell’inchiesta sui fondi neri e la truffa Fastweb-Telecom Sparkle – società di riferimento dell’organizzazione che faceva capo a Gennaro Mokbel e di cui Fanella era l’uomo dei numeri. Murri, insomma, riciclava i soldi attraverso una società cartiera, emettendo carte fasulle che attestavano fittizie compravendite di servizi e accantonava Iva non versate: Panama sta nella black list dei paesi con fiscalità di vantaggio, insomma uno dei paradisi fiscali. A Murri piace la bella vita – si compra una barca da favola – ma non è un duro. Appena comincia l’inchiesta collabora con gli inquirenti. Fin dove si sia spinta la sua collaborazione non è difficile presumerlo: il tesoro accumulato. Forse ne fa ritrovare una parte, ma il grosso non dice dove sta. Pensa che dovrebbero dargliene ancora, di milioni, se sta zitto sul tesoro. Con abilità si defila, entra in un cono d’ombra. Tiene un profilo basso. Aspetta. Poi fugge all’estero, a Londra. Va a chiedere soldi? Va a portare soldi? A chi? Quella che davvero porta i pantaloni in famiglia è la sorella, Barbara, la “contessa”. Barbara è amica di Giorgia Ricci, la moglie di Mokbel, e tiene i contatti col capo. Anzi si mette in mezzo tra il capo e il fratello. Però a un certo punto lo molla, sto fratello portaguai. Chiama Mokbel e gli dice: «Ho capito che è fuori di testa e quindi mi sento in dovere di dirti che ha preso le chiavi della cassaforte e tu sai che cosa ce sta’…». Già, cosa ce sta’? Murri torna in Italia – la “missione” all’estero è forse fallita, devono avergli fatto un brutto muso, ma ora le voci su di lui circolano –, e si trasferisce a San Gimignano, con l’obbligo di firma presso la stazione dei carabinieri. Poi, la fucilata. I carabinieri si affrettano a parlare di suicidio. Quello che è certo è che ora Murri starà davvero zitto per sempre.
Antonio Pellegrino, l’avvocato, non è un legale qualunque. Ha studio a Balduina, quartiere dove un tempo scorrazzavano i neri, e lui i neri li difende e li ha difesi, anche in giro per l’Italia, nomi grossi, come Signorelli. Difende anche nomi noti del generone romano. Insomma, è apprezzato e stimato e non solo dai colleghi. Sarà stato per questa vox populi che Fanella si è rivolto a lui per la difesa nel processo Fastweb-Telecom Sparkle, sarà perché anche Fanella apparteneva a un mondo “nero” e non solo tramite la sodalità con Mokbel, fatto sta che Antonio Pellegrino è nel collegio di difesa di quel processo. Fanella si becca nove anni ma viene sottoposto al solo obbligo di dimora, proprio come Murri, in attesa del giudizio di appello. Gli avvocati fanno miracoli in alcuni casi. O quanto meno l’avvocato Pellegrino era in grado di fare miracoli. Però va in depressione. Così, almeno, si sostiene adesso, per spiegarsi quella sua orribile morte. Lo hanno trovato in un mare di sangue, gola e polsi tagliati. Costernazione generale, vicini nel dolore, amici e parenti del legale si stringono per l’ultimo saluto all’avvocato  in una chiesa di via Cortina D’Ampezzo.
Doveva esserci pure Fanella, il cassiere, quella mattina, nella chiesa di via Cortina d’Ampezzo. Non aveva l’obbligo di avvisare nessuno, per spostarsi dall’abitazione di via Camilluccia – solo se avesse dovuto allontanarsi da Roma. E chissà che non avesse in testa proprio questo. Perché Fanella della costernazione generale per il suicidio dell’avvocato Pellegrino se ne sbatteva. Lui poteva fare uno, Murri, più uno, Pellegrino. E due. Quello che forse aveva intuito è che il tre era proprio lui.
D’altronde c’avevano già provato due anni fa, nell’agosto del 2012. Stava al Testaccio, allora. In tre dovevano entrargli in casa, sequestrarlo, portarlo in una qualche zona di campagna romana e corcarlo di botte finché non avesse parlato. Parlato del bottino, del tesoro della Fastweb-Telecom Italia Sparkle, quello che sembra non finire mai e di cui tutti vanno a caccia. I tre però erano seguiti dai carabinieri e vengono bloccati. Non so se Fanella abbia tirato un sospiro di sollievo. Quello che avrà pensato è che ci avrebbero riprovato e che – parlasse o meno – ormai l’avrebbero ucciso. Di curioso c’è che nell’indagine dei carabinieri risulta che alcuni appartenenti alle forze dell’ordine, complici o corrotti, avrebbero dovuto «bloccare la viabilità per consentire al commando di immobilizzare la vittima». A bloccare la viabilità può bastare la Guardia di Finanza. E dirigente della Finanza era uno dei condannati al processo Telecom Italia Sparkle-Fastweb. E con la divisa della Guardia di Finanza hanno provato a ingannare Fanella per entrargli in casa. C’era qualcuno che li aspettava di sotto?
Qualcosa non torna. Fanella aveva con sé un’arma con cui si è difeso sparando e ferendo uno degli aggressori, Giovanni Battista Ceniti? Se stai a casa con l’obbligo di firma può capitare che passino a controllarti, e forse proprio questo era il motivo del camuffamento dei tre killer, una verosimiglianza. Però, se possono passare a controllarti, che ti tieni una pistola a casa? O qualcuno gli permetteva di tenere una pistola in casa, dopo il sequestro andato a monte, e dopo la morte di Murri e Pellegrino? Perché ha aperto, eppure si è subito reso conto che fosse una trappola? Ha visto un volto di cui poteva fidarsi? Si è lanciato in una colluttazione con qualcuno degli aggressori che ha sparato, colpendo lui, a morte, e ferendo il complice? Perché nessuno ha mai controllato il posto dove è stato “scoperto” il tesoro di Fanella – 284 mila dollari in contanti e 118mila euro, trentaquattro bustine contenenti diamanti, cinque orologi preziosi tra cui un Rolex con diamanti incastonati –, in un sottotetto di una casa qualunque, in provincia di Frosinone, che gli inquirenti sapevano gli appartenesse? Perché Fanella, insomma, godeva di un regime privilegiato? Aveva parlato? E di cosa? Certo, non del denaro. Di chi?
Dell’orologiaio – sta fissa che hanno tutti coi diamanti e gli orologi preziosi deve avergliela attaccata lui –, cioè di Mokbel? O Mokbel – perché mai avrebbe dovuto voler uccidere il suo “uomo dei numeri”, quello che sapeva dove stanno distribuiti i denari – sarà il prossimo? Qualcuno gli sta buttando un occhio e pure due? Qualcuno sta buttando un occhio e pure due a quel balordo di Ceniti Giovanni Battista?
La montagna di denaro truffata è enorme. Tutti ci hanno inzuppato il pane, tutti ci hanno fatto la cresta – e i Murri, fratello e sorella, e i Mokbel, marito e moglie, e Fanella e tutti i condannati al processo, e e e.
Quello che sconcerta è l’estremo dilettantismo della vicenda: la truffa, benché colossale, è inventata e gestita in maniera ridicola. Il primo tentativo di sequestro di Fanella sembra fatto da una banda di idioti. Tutte millanterie – i tentativi “politici” di Mokbel sono una barzelletta –, oppure minacce su uomini deboli, due schiaffi e ti cantano pure la Nona di Beethoven. Poi però c’è qualcuno che fa sul serio. E ammazza.
Finora non si è capito chi è. Si pensa a una guerra tra neri, da quella matrice di destra vengono buona parte dei protagonisti di questa storia. A me pare che l’affiliazione politica c’entri poco: Ceniti era ancora un nero? E Mokbel, lo era? E se fosse un insospettabile?
Chiunque sia tornerà a ammazzare, finché non trova il tesoro. Quello vero.

Nicotera, 4 luglio 2014

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