Lo gnommero della Camilluccia

C’è questa “informativa” dei carabinieri che gira dal 2012. In essa si parla del primo tentativo di sequestro di Fanella, il cassiere dei soldi, o di una parte dei soldi, provento della colossale truffa ai danni di Fastweb-Telecom Italia Sparkle, ucciso due giorni fa a Roma, sulla Camilluccia. Appena un mese fa la cosa era diventata “pubblica”, dal momento che ci scrivono un pezzo di cronaca sul “Quotidiano della Basilicata”.
La temibile banda incaricata del sequestro era composta da tre lucani: Giovanni Plastino, Aniello (detto Daniele) Barbetta e Roman Mecca. Sono tutti e tre di Rionero in Vulture, non proprio al cuore della criminalità organizzata. I tre hanno un qualche rapporto con la famiglia Cassotta. Forse si faranno spavaldi per questo rapporto qua, ma è come un “millantato credito”, nessuno di loro è organico al clan. Per capire il calibro dei tre malavitosi di Rionero, si possono elencare le loro gesta: nell’agosto del 2012 Aniello Barbetta e Roman Mecca svaligiano un’abitazione di Rionero, e dopo bruciano l’intero appartamento; i tre rubano le macchine a imprenditori della zona, e poi li agganciano col “cavallo di ritorno”, per farsi pagare una qualche cifra e restituire il mezzo; Aniello Barbetta ha dato fuoco a un’automobile a Rionero per motivi ignoti; danno cocaina a credito purché il debitore porti poi cose per sdebitarsi, e loro prendono tutto, anche benzina agricola; Barbetta e Mecca sono anche accusati di detenere una scacciacani.
Se questa è la banda che doveva sequestrare Fanella a Roma, un posto che conoscevano più o meno come potevano conoscere la luna, stiamo freschi. Difatti il “piano criminoso” salta. Non è chiaro il motivo: in un’intercettazione si lamentano perché Fanella invece di uscire in auto avrebbe preso il motorino; i carabinieri, nell’informativa, fanno capire che è stata la loro «insistente» presenza a “sventare” il sequestro e salvare Fanella. E ci permettiamo di dubitarne. I temibili tre non si erano accorti di essere imbottiti di microspie e cimici, ovunque, tanto che ogni loro conversazione è registrata e riportata. Ma, dato che dei tre Plastino sta in campagna a aspettarli, e dato che Fanella è un uomo robusto che sa pure difendersi – e lo si è visto alla Camilluccia – come potevano pensare gli altri due balordi di sequestrare un uomo, ancorché in auto invece che in motorino? Stanno lì i carabinieri quel giorno, di agosto 2012, al Testaccio, dove Fanella abitava prima di spostarsi sulla Camilluccia. Agosto 2012. È lo stesso periodo del furto nell’appartamento in Rionero e del brucio. Ma se hai in ballo un sequestro, ti metti a svaligiare appartamenti, e per di più a dargli fuoco? I tre forse non hanno idea di dove si sono andati a cacciare. A contattarli e imbastire il piano è stato Roberto Macori, un fedelissimo di Mokbel e Fanella, tanto fedele da star organizzando sta cosa per rubare i soldi agli altri complici. Sono i suoi, lui racconta. O lo fa per conto di qualcun altro? Macori ha conosciuto Plastino in carcere e una volta fuori si sono messi d’accordo. Il compenso pattuito è di centomila euro. Ora, centomila euro sono sicuramente di più di tutta la benzina agricola che puoi rastrellare con la cocaina a credito a Rionero, però c’è l’ergastolo per un sequestro. E centomila euro, in tre, non valgono tre ergastoli. Buon per loro che sia andata male.
E poi c’è la seconda banda di balordi, quella capeggiata da Giovanni Battista Ceniti. Ceniti non ha alcuna esperienza di azione criminale, sarà pure un fascista del terzo millennio, come dice su You Tube, ma qui parliamo di altre storie. Arriva sul posto con una Croma che a rubarla basta una forcina e a nessuno zingaro verrebbe in mente di prendersela che sembra un catafalco e fa sospetto: chi gira a Roma con una Croma? Conosce Roma approssimativamente. È un sequestratore gentile: quando Fanella li fa entrare e si accorgono che c’è una donna con due bambini, li lasciano andare via, il che è chiaramente una follia. I tre compari si sparano addosso in tiro incrociato, e i suoi lo mollano perché non avrebbero dove tenerlo per curarlo (ma non dovevano portarsi via Fanella? Avranno avuto pure un posto sicuro, no? A meno che, come per l’altra volta, il piano non fosse quello di “consegnarlo” in campagna).
Due bande di balordi per un bottino da Goldfinger. Cassette di sicurezza a Londra, di questo parliamo. Non funziona. Se i primi erano sgangherati, i secondi non sembrano da meno. Se i secondi sono neri, i primi tutt’al più sanno di abigeato. Non funziona. Questa storia non ha una coloritura politica, l’unico colore è quello dei soldi. Tanti soldi. E luccicano. Per tutti.
Fanella sa che presto gli andranno sotto. Lo sa da due anni, dal tentativo di “sequestro” della banda dei lucani. I carabinieri gliene avranno parlato – e come non avrebbero potuto? – anche solo per convincerlo a collaborare. Ma lui forse non collabora, o magari solo in parte. Dove sta il suo tesoretto avrà pure potuto dirglielo, ma dove sta il malloppo da Goldfinger, quello no, quello è la sua polizza di credito sulla vita.
Forse qualcuno pensa che possano usarlo da esca, non per prendere tre balordi, ma per arrivare più in alto. Fanella accetta? Qualcuno gli passa un’arma? Se la procura da solo? Qual era il piano quando sarebbero arrivati?
O non c’era nessun piano? Eppure, ormai da due anni era noto – lo si sente persino in un intercettazione che il sequestro è solo «rinviato» – che in tre, prima o poi, avrebbero salito le scale di via della Camilluccia e bussato a quella porta.

Nicotera, 5 luglio 2014

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