Cronache di giustizia

altriAddio agli Altri. È stato bello. Ma penso che il Garantista lo sarà anche di più. E provo a spiegarvi perché questo quotidiano mi sembra necessario.
Perché la notizia della lotta tribale alla procura di Milano tra Bruti Liberati e Robledo e Boccassini e Nobili e Pomarici e via di questo passo ci lascia sgomenti? È una lotta di potere? È la vendetta di un trombato? Ci sono cordate di magistrati contro altre cordate di magistrati? Tutto questo sembra troppo prosaico, troppo banale. Sarebbe potuto succedere in un qualunque Ufficio dell’Anagrafe di un qualunque Comune; sarebbe potuto succedere in un Dipartimento di qualsiasi università; sarebbe potuto succedere ai vertici di una qualunque partecipata dallo Stato. Ma non nel Tempio della Giustizia. Quelli sono i nostri Cavalieri senza macchia e senza paura, il Forte Alamo della Legge, dove continuava a sventolare il vessillo della Resistenza del Diritto e della Decenza contro le soverchianti forze di un esercito di sciamannati che saccheggiava e sconquassava l’Italia. Come è potuto accadere, che siano così “umani” anche loro?
Io non credo che solo alcuni casi eclatanti di cronaca giudiziaria riescano a catturare la nostra attenzione, eccitando la nostra sopita ma sempre pronta morbosità, il naturale voyeurismo. Sono invece complessi e sfumati, i sentimenti che ci attraversano quando veniamo a sapere di fatti di giustizia.
Perché la notizia dell’arresto di un professore di Finanza aziendale della Bocconi che ha truffato 428 milioni ai grandi trust finanziari del mondo ci sorprende e pure ci diverte? Un episodio che ci parla della natura umana, di qualcosa di irredimibile, di creduloneria e falsificazione, di avidità e sperperi, in una spirale folle e pure sciocca. C’è sempre chi crede al Gatto e alla Volpe e al loro Campo dei miracoli dove c’è un albero colmo di zecchini d’oro, però, stavolta nessuno s’è bruciato i risparmi di una vita – e sentiamo sollievo – e se il professore sembra il personaggio di una storia inventata e dovrebbe essere il cattivo, gli altri, i trust finanziari che hanno perso i soldi, non sono i buoni.
Perché la notizia che sono stati eseguiti sette ordini di custodia cautelare contro dirigenti del comparto assicurativo del gruppo bancario Carige, accusati a vario titolo di associazione a delinquere, truffa aggravata, riciclaggio e intestazione fittizia di beni, reati accertati dagli inquirenti dal 2006 al 2013, e che il giudice delle indagini preliminari ha disposto sequestri di beni equivalenti per 22 milioni, la stessa cifra che sarebbe stata distratta dai fondi della compagnia assicurativa di Carige, ci indigna? Ci sembra immorale che le persone che avrebbero dovuto custodire delle quote assicurative, perché si possa avere un risarcimento in caso di incidente o una pensione integrativa o un qualunque servizio per il quale si sia pagato, si siano invece spartite il bottino.
Perché la notizia che hanno arrestato in Calabria, qualcuno è finito ai domiciliari, dodici politici e funzionari che hanno messo in piedi una truffa da milioni di euro ai danni di una comunità, triangolando certificazioni false tra chi doveva richiedere, chi doveva erogare, chi doveva controllare, non ci sorprende più? Ci lascia infuriati ma anche stanchi, come di fronte a una coazione a ripetere. Come se non se ne potesse più. Eppure se qualcuno in parlamento fa il segno delle manette – come anni fa qualcuno agitava un cappio – incrociando le braccia, dopo la votazione su Francantonio Genovese che dà il via libera al suo arresto, ci fa venire il voltastomaco.
La verità è che ci sono notizie e notizie. La verità è che la nostra sensibilità a quanto accade non è solo connaturata, ma anche relativa ai tempi. E i tempi possono renderci più distratti rispetto ad alcuni eventi, o invece più allarmati, perché l’ordine delle nostre sensibilità è uguale a quello delle nostre priorità di quel momento.
Quali sono le priorità e quindi le sensibilità sociali di adesso? L’Italia è un paese corrotto, corrotto fino al midollo. Lo dicono le statistiche internazionali, lo dice il senso comune. Non credo che sia corrotto perché antropologicamente l’italiano è marcio dentro o perché il senso di comunità non ha mai prevalso contro il familismo, il tribalismo, l’affiliazione al clan, alla consorteria, alla loggia. È vero piuttosto che lo Stato è una macchina inceppata da tempo, arrugginita, inservibile. Per fare girare qualche meccanismo non c’è altra soluzione che ungerlo, e ungerlo abbondantemente, per il periodo che serve. Non c’è istituzione politica, economica, sociale che ne sia al riparo; non c’è livello o ruolo che ne sia incontaminato. Questo dicono le cronache, questa è la percezione comune e la vita quotidiana. La società civile – il mercato, le professioni, i lavori – non è messa meglio, né potrebbe esserlo. Lo Stato italiano è pervasivo e soffocante, non solo perché il suo peso reale nell’economia è eccessivo e ingombrante, ma perché non c’è attività sociale possibile che non preveda la sua presenza, anche solo temporanea.
Ora, il punto è che questa non è una “questione morale”, come la intendeva Berlinguer che si riferiva all’occupazione dello stato da parte dei partiti, né tanto meno è una questione di giustizialismo sociale – i processi in piazza di politici e giornalisti e chissachialtri – come la intende Grillo. Per Grillo basterebbe sostituire i corrotti funzionari e politici con le immacolate vestali che vengono dal suo schieramento – sottoponendoli a continui test di purezza. Qualcuno di loro ha parlato di «pulizia etica» e, più che inquietante, lo trovo di una volgarità unica.
Il punto è che le questioni di giustizia sono diventate una questione politica e sociale centrale. C’è stata una perversa illusione che ha immaginato che giuridificare su ogni aspetto della vita – e della malattia e della morte: il caos intorno al caso Stamina ne fa esempio – avrebbe potuto rendere la società italiana più equa e stabile, come se le leggi fossero le tavole consegnate da Dio sul Sinai e non il prodotto continuo delle trasformazioni sociali. Questo è il giustizialismo istituzionale: una volontà di potenza che considera un intralcio alla Verità e alla Giustizia e all’Equità ogni obiezione, ogni contro deposizione, ogni dibattito.
Ora, tutto questo accade in un momento storico in cui la forza di opposizione sociale è debole: è debole perché la crisi sminuzza, frantuma, disperde. La società è ripiegata su se stessa e quando si batte lo fa su “ciò che sta nel proprio giardino”, only in my neighborhood, che sia l’azienda dove lavoro, la scuola dove va mio figlio, il quartiere dove abito.
Ma quello che sta accadendo adesso è ancora più complesso: se “l’età dell’oro” della potenza della magistratura – dalla lotta al terrorismo a quella alla mafia a Tangentopoli – si è verificata per un progressivo ritrarsi e impaurirsi della politica, quello che comincia a verificarsi adesso è un oscuro processo di cannibalizzazione dentro la magistratura. E non perché la politica abbia ripreso il proprio potere, ma perché ormai la magistratura è fuori controllo – fuori controllo democratico, fuori dall’equilibrio di bilanciamento dei poteri. Siamo arretrati “all’età della pietra”, tra i magistrati – vogliamo parlare della procura di Reggio Calabria e dell’intreccio tra servizi, magistrati e pentiti? Voleranno stracci, non saranno rose e fiori.
Siamo – come in Odissea nello spazio di Kubrik – alla scimmia che sbatte un osso contro un altro e scopre la terribile violenza dell’impatto, mentre davanti c’è un monolito che parla del futuro ma non viene compreso?
Battersi per i diritti, per le regole non è un cavillo da avvocati, non è una fissazione da pagliette. Il senso sociale di giustizia non può tradursi in monetine lanciate, in cappi agitati, in manette mimate. Battersi per i diritti, è il monolito. Forse saremo pochi, forse saremo soli.
O anche no.

Nicotera, 25 maggio 2014

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