Elezioni: tre dati certi, nessun significato sicuro, tranne il “fattore A”, come astensione

elezioni-amministrative-2013Di sicuro c’è solo che si è votato. Con tre dati certi: la buona tenuta del centrosinistra, le difficoltà del centrodestra e il crollo del movimento 5stelle. Ma la fluidità del comportamento elettorale è ormai tale che diventa un busillis non solo predire con una qualche approssimazione politica quel che succede ogni volta, ma anche quel che succederà la prossima volta.
Da un sistema politico congelato in due enormi blocchi, la Dc e il Pci — che era il “segreto” funzionamento della Prima repubblica —, siamo passati, attraverso il bipolarismo acciaccato di centrodestra e centrosinistra della Seconda repubblica che avrebbe dovuto ammodernarci nel normale ricambio di governo tra uno schieramento e l’altro, a un political divide, tra chi vota e chi no, che è la formula nuova della Terza repubblica.
Il cinquanta per cento degli elettori non va a votare: questo è il political divide. Dopo la Sicilia, dopo il Friuli, in questa tornata di amministrative il fenomeno si è esteso, radicandosi momentaneamente a Roma, che sia per numero che per senso ha un significato macroscopico. Identificare il profilo di questo “non elettore” è davvero complicato, perché — è questo, a mio parere, il dato nuovo e perturbante del sistema — non è sempre lo stesso soggetto a andare a far parte di questo nuovo “blocco”. Qui il fenomeno, in un certo senso dato per scontato da sondaggisti e spin doctor, di quel venti per cento di resistenti e indifferenti alla liturgia democratica elettorale, quasi una “plebaglia elettorale” di chi scribacchiava un insulto o lasciava bianca la scheda o preferiva il mare se era la stagione buona o stiracchiarsi a letto se era una stagione altra, si è modificato in uno “zoccolo politico”.
Il cinquanta per cento degli elettori italiani non va a votare con una motivazione politica “forte”. Il cinquanta per cento degli elettori italiani non va a votare perché si è resa conto che questo comportamento rende molto di più, sul piano elettorale, della fluidità del sostegno ora a questo ora a quello. Perché — è questo il “segreto” — l’astensionismo cambia sostanzialmente tutti i risultati. Il voto di opinione se ne va dai partiti, vecchi e nuovi, e si fonda un proprio partito, quello dell’astensione. Da qui agisce, elettoralmente, cambiando cioè il risultato relativo dei dati, e quindi politicamente.
Non deve stupire che in un paese a forte politicizzazione — dove cioè la lotta politica ha significato la vita stessa della società civile, la sua memoria, la sua storia, le sue istituzioni — siano resistenti zoccoli duri di sinistra e di destra. Come dire, il “popolo di sinistra” ha radicati comportamenti e sentimenti che esuberano le vicende stesse dei suoi partiti. Non puoi spiegarti altrimenti, come un partito sostanzialmente imploso, il Pd, con una rappresentazione di comando decisamente fallimentare riesca ancora sui territori a mobilitarsi, a stringersi. E il “popolo di destra” non è tutto commensurabile con il berlusconismo, con un partito padronale e un leader scopertamente goffo. Certo, devi mettere in conto che esiste una forza inerziale — legata però alla storia politica di questo paese — che funge da mobilitatore militante “contro” l’altro. A mio parere, il PdL questa volta è andato male perché il “popolo di destra” ha frainteso la crisi del Pd, dandola per avvenuta. Fosse stato allarmato, avrebbe votato.
Oltre lo zoccolo duro — un venti, venticinque per cento di italiani che si dividono tra “popolo di destra” e “popolo di sinistra” — c’è una frammentazione di sigle, il 5stelle, Scelta civica e l’area di centro cattolico, la sinistra più radicale, la Lega, e cianfrusaglie varie, che si dividono il restante venticinque per cento. Questi sono i “votanti”. E poi l’altra metà del cielo politico italiano, i “non votanti”.
Che non hanno preso una tessera di partito. La volta scorsa hanno votato, la volta prossima voteranno. Quella fetta di “non votanti” che la prossima volta voterà verrà probabilmente rimpiazzata da elettori delusi da Grillo e 5stelle, oppure da Bersani o da chi sarà, oppure dal governo delle larghe intese, oppure dal cagnolino di Monti o dalle bizze di Montezemolo.
Il “fattore A”, A come astensione, è andato a sostituire il “fattore K”, come Kommunismus, che era la “norma fondamentale”, la Grundnorme della Prima repubblica.
Solo che il fattore K era un elemento di “stallo” e fu intelligenza comunista quella di governare dall’opposizione. Il fattore A è invece un elemento di instabilità e non si vede ancora chi riesca a governarla.

Nicotera, 28 maggio 2013

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