Il montismo è finito, che facciamo adesso?

Consultazioni del Presidente del Consiglio incaricato Enrico LettaContrariamente a quel che pensa Ilvo Diamanti in un intelligente articolo in cui sostanzialmente sostiene che la rappresentanza politica frammentata attualmente in parlamento è l’esatto specchio di una vocazione del paese alla frammentazione, a me sembra che il dato politico più evidente dell’ultima tornata elettorale sia stato piuttosto una univoca e massiccia condanna del montismo.
Era questa la posta in gioco, peraltro evidente con l’improvvida e maldestra ascesa in campo di Monti stesso e del suo arraffazzonato cartello elettorale: la continuazione del montismo con altri mezzi [da tecnici a politici].
La campagna politica di Berlusconi è stata tutta incentrata contro il montismo e quei provvedimenti che lui stesso aveva approvato: è stato abile a scansarne le responsabilità. La campagna politica di Grillo era più “ecumenica”, cioè contro tutta la politica dei partiti, però al centro c’era il “rigor Montis”, e gli è andata bene. La campagna di Bersani s’è invece attardata contro il berlusconismo e benché ci fosse qualche spunto in materia economica non è stato questo il cuore della sua proposta alternativa, e difatti l’ha pagata.
Una maggioranza netta degli elettori, il cui contraltare è il risibile risultato di “Scelta civica”, a cui si può tranquillamente aggiungere una parte degli elettori del cartello Pd–Sel e buona parte degli astenuti, ha espresso invece opposizione a quell’anno e mezzo di governo Monti che ci ha massacrato.
Sembra quasi adesso che ce ne siamo dimenticati. E invece è stata una soluzione di continuità straordinariamente importante. Proprio come fosse stato un referendum, in cui non solo si è sfondato il quorum, ma s’è raggiunto un risultato incontestabile.
È questo abbrivio che dovrebbe spingere Enrico Letta e il suo governo, a concentrarsi su alcune misure, a varare alcuni provvedimenti, a trovare spazio perché in Europa cominci un percorso diverso. È questo, dei provvedimenti economici, dato che il montismo — concentrato di rigore e austerità, ovvero di tassazione eccessiva per un verso e totale assenza di investimenti per un altro, col risultato di avvitarci di più nel debito pubblico, spread o non spread — è stato essenzialmente la traduzione politica di “ineluttabilità” delle scelte di economia, la vera “misura” del governo Letta.
Il fatto cioè che invece di una massiccia “antipolitica” — come ci si attarda a leggere il comportamento elettorale — ci sia stata una massiccia e determinata “antieconomia”, di questa cornice economica, nel voto elettorale.
Il resto — Imu, Cig, detassazione per nuovi assunti, lavoro a quattro mesi — sono cose di emergenza, poco incisive. Come assolutamente disinteressante è per l’elettorato la riforma della legge elettorale, che invece appassiona tutto il ceto dirigente dei partiti, che si stanno preparando a riconquistare ruoli e potere.
Diciotto mesi è il limite temporale che si sono dati Letta e Alfano. Diciotto mesi è durato il governo Monti. In diciotto mesi ne sono stati fatti, di disastri. In diciotto mesi, se ne possono fare di cose buone.
Certo, poi c’è di mezzo l’Europa, quella che è, quella che si vorrebbe e quella che potrebbe essere.
Ma questo non è solo compito di Letta. Per fortuna.

Nicotera, 6 maggio 2013

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