Faccio scandalo: a me questo governo di Letta sembra una buona cosa

Quirinale - ConsultazioniProbabilmente le ragioni che mi spingono a dire che questo, di Letta, sia un buon governo non sono le stesse che convincono autorevoli commentatori, anche se sulla presenza nella compagine di Emma Bonino agli Esteri — con personalissima soddisfazione —, o di Trigilia alla Coesione territoriale o di Cecile Kyenge all’Integrazione o di Giovannini o di Saccomanni o della Idem o della Carrozza c’è davvero poco da obiettare. Ci sono pure nomi “inquietanti”, è vero, ma ora non è il momento di parlare dei nomi.
Parliamo allora piuttosto del suo “segno politico”. Lo definiscono tutti un governo del presidente, tutorato cioè da Napolitano e nato da un compromesso al ribasso — hai voglia a richiamare Togliatti e Berlinguer e Moro e Andreotti — quindi con un’insita debolezza che porterà presto inevitabilmente al voto, che poi sarebbe il retropensiero dei big o generali di Pd e Pdl. La prova provata sarebbe nel fatto che per un verso è il risultato di alchimie sottili di compensazioni e per l’altro è privo del “peso” di grossi nomi, che quindi si tengono le mani libere per continuare le loro traiettorie e le loro ossessioni. Si voterà a ottobre, dicono in parecchi — anche voci di dentro i partiti —, o tutt’al più in abbinata con le europee del prossimo anno. Io non credo proprio.
Facciamo un passo indietro: al voto di febbraio ho sostenuto convintamente il voto al M 5 stelle. Era a mio parere la migliore scelta politica contingente: per evitare quello che sembrava inevitabile e cioè la formazione di un futuro governo Bersani–Monti [declinato in varie forme] non c’era altro modo che augurarsi una non vittoria piena del Pd. E l’unico che poteva pescare nell’elettorato del Pd più fluido — che non è tantissimo, ma la partita si giocava su una ridotta percentuale di voti, per via dell’importanza del Senato nella distribuzione dei seggi — era Grillo, dato che i voti a Vendola erano voti al Pd, e Ingroia non sembrava — anche per gli esaltanti sondaggi di Mannheimer che non ne azzecca una da anni — rappresentare un’alternativa credibile. Sarebbe rimasta l’opzione dell’astensione o del voto ai radicali, ma avrebbe avuto il difetto di non influire proprio su quel pezzo di voti e di distribuzione dei seggi che faceva la differenza.
Il risultato elettorale mi dava ragione: non c’era governabilità di un qualunque governo “forte”, e questa debolezza avrebbe impedito l’esecuzione di un programma economico in sostanziale continuità con il governo Monti. Bersani, persona rispettabilissima, non aveva mai messo in campo durante la campagna elettorale un convincente programma alternativo e semmai aveva fatto di tutto per “tranquillizzare” mercati e cancellerie europee [dei giovani turchi non parlo neppure, perché li consideravo inconsistenti, come si è mostrato poi, e irrilevanti]. L’ossessione di Bersani nella proiezione verso il premierato era rimasta la stessa delle primarie: fare fuori Renzi a tutti i costi. Un trascinamento della guerra intestina nella “visione” di un paese da costruire.
Non ho mai creduto che il voto di protesta potesse rinsavire i partiti né che potesse svecchiarli o rinnovarli: le dinamiche sono differenti, anche se è indubbio che riflessi tra il voto e comportamento successivo dei partiti ci siano stati. Semmai ci sarebbe stato, come di fatto è stato, un arroccamento difensivo. Il voto di protesta è politicamente fine a se stesso, e nelle intenzioni di chi lo esercita, e di chi lo riceve, però dà un risultato asimmetrico: mentre il voto o il consenso dell’elettore tende a spendersi, il partito, o il movimento, tende a capitalizzare.
Mi auguravo anche che il M5stelle capitalizzasse meglio quello che aveva ricevuto, facendo partire delle iniziative tra le camere e la protesta di piazza che configurasse delle proposte, delle scelte, delle opzioni, che cominciasse a sedimentare degli esempi. Ma forse è troppo presto, non solo per l’evidente attuale incongruità degli eletti con questo compito, ma anche perché Grillo è in continua fase ascendente — che non coincide con una fase di “raccolta” —, cioè è in continua cerca di occasioni elettorali dove mettere alla prova e raggranellare consensi, e su questo “detta la linea”. E in Italia, le occasioni non mancano.
Ma mi auguravo anche che i movimenti sociali che grillini non sono e che annaspano da un po’ sul piano dell’iniziativa politica scendessero in campo, prendessero parola, inaugurassero delle battaglie che potevano contendere e intercettare quella protesta: come esempio, per me rimane il referendum sull’euro, per la sua forza di chiacchiera popolare che attraverserebbe ogni strato sociale. Ma non mancherebbero occasioni sul reddito di cittadinanza e altro. Non è accaduto, chissà se accadrà.
Questa multipla forza di interdizione e assoluta debolezza di progetto dei partiti non poteva che portare o a una scelta “esterna” durante le elezioni presidenziali — ma non un tecnico, anzi un politico puro — o a una continuità con Napolitano. Consideravo e considero una iattura la rielezione di Napolitano, e avrei preferito — e forse sarebbe stato anche possibile — l’elezione di Emma Bonino. Ma sarebbe stato chiedere troppo alla politica italiana, forse davvero un primo atto di resa. In ogni caso, sento un sollievo all’idea che non sia diventato Prodi il nostro presidente, proprio per il carattere “europeo” — e non certo nel senso di una ridiscussione dello status quo — che avrebbe avuto e per il condizionamento sul governo che avrebbe avuto. Prodi avrebbe davvero significato l’inizio della repubblica presidenziale. E per ora continuo a pensare che ce la siamo scampata, anche se sta dietro l’angolo.
Io non credo per nulla che questo sia un governo debole. E certo se Amato avrebbe significato un governo forte, ringrazio Dio che non sia stato così. Mi pare piuttosto che Letta non sia proprio sovrapponibile a Bersani o D’Alema o Renzi e che neppure Alfano sia sovrapponibile a Berlusconi. Mi pare cioè che la squadra di governo che si è formata non sia propriamente riconducibile a una subordinazione totale alle volontà dei partiti, anche se non è difficile leggere per ogni incarico poi i misurini tra le correnti, addirittura, ma sia anzi una prima rottura, o meglio la presa di possesso di uno spazio di attrito e conflitto tra istituzioni e partiti.
Sarà per necessità, sarà per virtù a questa distanza tra sé e il governo sia Berlusconi che il Pd si sono dovuti piegare, e d’altronde avere messo nelle mani di Napolitano la soluzione era già il viatico. Il risultato è molto diverso, a mio parere, da quello che avevano in mente e lo stato maggiore del Pd e quello del PdL. E quindi non mi stupisco che in tanti tendano a sminuirlo o sabotarlo già adesso.
In parecchi, anche autorevoli, rimproverano a questo governo d’essere troppo “democristiano”, non accorgendosi, soppesando le prove non proprio eccelse date dalla politica della cosiddetta Seconda repubblica, di fargli un gran complimento. Anche se davvero suonano bolse e retoriche le sirene dei richiami — forse fatti per dare dignità a una cosa che in cuor proprio si considera di seconda scelta — al senso di responsabilità di Togliatti, di Moro e Berlinguer. C’erano altre grandezze, non dico solo umane dei personaggi, ma di contesto politico, la divisione del mondo, la guerra fredda, proprio un’altra era geologica.
Il governo Letta non è la seconda scelta dei partiti, ma la prima scelta di Napolitano. In Napolitano, questa generazione che nei partiti fa la vita del “prossimo leader” ha trovato chi ha spianato loro la strada. Questa mi pare una buona cosa, e potrebbe aprire degli scenari inediti, se questi adesso “giovani leader” sapranno giocarsela in proprio.
Non mi pare anche che Letta si ponga in continuità con Monti, anzi qui c’è da registrare proprio una frattura, non tanto sulla differenza tra il tasso tecnico del primo — che mi è sempre sembrata una finzione troppo scoperta — e su quello politico del secondo, ma proprio sulla consapevolezza politica. Monti aveva il compito politico di costringerci a misure impopolari [le pensioni, il lavoro, le tasse, il fiscal compact] dettate dall’agenda europea, Letta si muove in una bolla di opinione che chiede di invertire, in qualche modo, in qualunque modo, questo andazzo. Sarà dunque qui la misura reale di questo governo, sul programma e sulle iniziative concrete.
Quanto ai 5stelle avranno finalmente modo di adoperarsi in parlamento, nelle commissioni e quant’altro per dare voce alla muta scrittura del web e a quelle proposte che lì hanno girato, uscendo da una dimensione asfittica e autoreferenziale. Hanno un governo e quindi una politica, non un riferimento “ideologico” a cui contrapporsi, né alle caricature dello psico–nano e di Gargamella, anche se loro probabilmente saranno i maggiori fautori di una lettura “debole” di questo governo, come posticcio.
La sinistra sarà libera almeno momentaneamente dall’ossessione del premierato e del governo — che ci ha tenuti bloccati per due anni — e potrà ragionare di programmi e progetti e scenari. Rimescolarsi, separarsi, sul piano della politica e delle proposte chiare e non della guerra o degli accordi tra leader.
E i sindacati, che stanno congelati da due anni per “ordine di scuderia”, potranno finalmente scendere in campo sul piano delle iniziative concrete, la Cgil, almeno, potrebbe e dovrebbe farlo.
Quanto ai movimenti, beh, questa sì è un’altra storia.
Ciascuno comunque può tornare a fare il proprio mestiere. Mi pare un buon momento, no?

Nicotera, 28 aprile 2013

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