È caccia all’uomo: trenta–quarant’anni, bianco, altezza media, maschio–femmina. Segni particolari: nessuno. È il killer dei partiti

profile-iconOvviamente non sto parlando degli attentatori alla maratona di Boston — detto qui per inciso, è curioso che fra tante citazioni narrative sia mancata quella a mio parere più pertinente, Il terrorista di John Updike, un giovanotto straniero cresciuto negli Usa, che non si assimila e sceglie lo jihadismo —ma di quelli alla maratona presidenziale italiana.
Chi ha disseminato questa elezione, finita poi senza nessuno a tagliare il traguardo, dato che il punto di arrivo è lo stesso del punto di partenza, di pentole a pressione riempite di chiodi e pezzi di ferro, ordigni fabbricati in cantina ma micidiali nell’impatto devastante — si contano i morti, Franco Marini, Romano Prodi, ma quanti sono i feriti, gli amputati? E scegliendo poi proprio un “giorno trionfale”, come — parola di Enrico Letta — è l’elezione presidenziale, quanto quegli altri hanno scelto il Patriot’s Day?
I profiler — qualche opinionista di quotidiano, qualche influencer tra le twittereuses — hanno già messo giù le caratteristiche degli attentatori, fin dall’inizio: senza trascurare la pista “straniera” si è guardato presto “in casa”, è qui che si annidano “i traditori”. Gli altri, a seguire, come pappagalli.
Credo abbia ragione Massimo Cacciari, la crisi dei partiti — l’uno senza il padrone non c’è, l’altro si dice movimento per dire che è liquido, l’altro ancora è imploso — è crisi della democrazia. Credo invece abbia torto a darne la responsabilità, per quel che concerne il pd, all’arrembaggio delle “facce nuove” volute da Bersani — sarebbero questi gli attentatori, così simili a quegli altri di Grillo, la pista “straniera” — e al forzoso connubio tra l’anima cattolico–popolare e l’anima socialdemocratica da cui è nato. Credo abbia torto perché in Europa questo connubio ha funzionato per tutto il dopoguerra e in Italia pure. In realtà a me sembra piuttosto che sia l’anima cattolico–popolare che quella socialdemocratica, incarnatesi entrambe nel corpo dello Stato, abbiano da tempo rinunciato proprio alle loro storie.
L’Italia è una repubblica fondata sul debito pubblico, che è stata la forma propria della nostra democrazia— in Germania, per dire, la forma propria è stata l’accordo sindacati e impresa; in Giappone, l’unità delle imprese —, il modo cioè di costruire e mantenere consenso sociale e produrre benessere diffuso. Una democrazia parlamentare del debito pubblico. Finché questo paese ha avuto un ruolo geopolitico — fondamentalmente: impedire che i cosacchi abbeverassero i propri cavalli alle fontane di san Pietro — qualcuno s’è sempre accattato il nostro debito o ci ha finanziato in vari modi, che era poi anche il modo di stemperare la sete di quei cavalli.
Non credo che il nostro ruolo in Europa sia mai stato simile, per strategicità e importanza, a quello atlantico, di grande greppia [mo’ che ci si trovava si dava pure da mangiare, a quei cavalli].
Siamo rimasti, caduto quell’assetto geopolitico, perciò una nazione con un debito pubblico “senza scopo”. Ovvero, anche una repubblica, una democrazia “senza scopo”. Se si vuole, formale.
Forse, è proprio questo che dovremmo “ricontrattare” a livello internazionale, oltre il debito. Avremmo bisogno, piuttosto che di un governo di scopo, di una democrazia di scopo, di uno scopo per la democrazia
È difficile perciò credere che la volontà di rifondazione della socialdemocrazia, come quella altrettanto nobile di rifondazione di un’anima cattolico–popolare, possano essere la soluzione dei nostri mali — la destra liberista ha già dato, ha avuto il suo treno — quando esse stesse sono rimaste travolte.
Il compito mi pare più complesso di una riedizione di forma–partito e di una ricostruzione dello Stato. E dell’espulsione dal proprio corpo di quei “non assimilati” — eppure, sono cresciuti tra noi —, di quei traditori, di quegli attentatori.

Nicotera, 22 aprile 2013

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