Questo paese ha un grande debito pubblico con i radicali. È ora di pagarlo: Emma for president

emma_boninoQuesto paese deve molto, moltissimo alle battaglie radicali. È straordinario — come l’impresa dei Mille — quello che una pattuglia di militanti riuscì a fare negli anni Settanta: intercettare il desiderio di cambiamento, i mutamenti di opinione e di comportamento delle famiglie, degli individui, nella società già nei fatti e dare loro forma di legge, di diritto. Nel paese non solo storicamente più tradizionalista per la presenza della chiesa cattolica che controllava financo quanto succedeva fra le lenzuola di ogni casa, ricomponendo ogni attrito, ogni sofferenza, sotto il proprio manto e quindi di fatto ponendosi come “altro Stato”, altra legge, altro diritto [che, fra parentesi, è stato fin dal Risorgimento una delle questioni centrali]; ma anche il paese dove l’esasperante familismo cattolico trovava specchio in un esasperante familismo comunista, finalizzato all’“altro Stato”, quello operaio, quello del lavoro.
Forse, anzi senza forse, non si è mai sufficientemente capito — nei fatti, i radicali non riuscirono a capitalizzarlo — quale enorme debito “politico” questo paese abbia con quelle battaglie, con quel crinale di tempo, con il risultato di quel passaggio. Un po’ come con gli azionisti di “Giustizia e libertà”, che restarono stritolati, nonostante avessero lasciato un’impronta indelebile tra la fine del fascismo e la formazione della repubblica.
Ecco, vedete, io farei questo screening per scremare i primi nomi che stanno saltando fuori, ora che Bersani ha capito [non sono del tutto sicuro che abbia capito, però diamo credito] che è sul nome per il Quirinale che può e deve aprirsi la trattativa politica, per arrivare poi alla formazione di un governo, senza mettere la pistola sul tavolo dei voti che già ha e che alla quarta votazione potrebbero garantirgli una scelta autonoma. Dove eravate il giorno del referendum sull’aborto e in quello sul divorzio? Dove fosse Napolitano non è difficile immaginarlo, il migliorista che però eseguiva a bacchetta, anche con più ferocia [Amendola era con Pajetta tra i più feroci contro i radicali], gli ordini del partito: votava contro [ne avrà parlato con la signora Clio?] E il cattolicissimo adulto Prodi? E Franco Marini? E il giovane ambiziosissimo scalatore comunista della Fgci D’Alema?
Uno dice, vabbè, non è che puoi appendere tutta la vita una persona per delle cose [lo dico per me, pure, eh]. Epperò, altro screening, quando i radicali si battevano, e vincevano, contro il finanziamento pubblico dei partiti, dov’erano? E quando i radicali si battevano contro lo strapotere della magistratura, dov’erano? E quando i radicali continuano a battersi contro la disumanità delle carceri italiane, dove sono?
Emma Bonino è un nome indigesto a buona parte della sinistra italiana, penso pure ai sindacati, però per motivazioni sbagliate: la si accusa di essere liberalista, ma è solo contro l’invadenza di lobby stataliste. Emma Bonino è un nome indigesto a buona parte della sinistra italiana per il suo essere “israeliana”, per il suo non abbracciare a spada tratta la causa palestinese, il che non è per nulla la verità: ha solo sempre difeso ostinatamente il diritto di Israele a esistere, anche quando per tanta parte della sinistra italiana questo non era scontato.
Vero, i radicali hanno portato Cicciolina in Parlamento — ma quale distanza politica e simbolica dalla querelle sulle “troie” di Battiato! — e pure Toni Negri, nel momento più buio delle leggi repressive, che non capì quale tesoro si trovasse per le mani e preferì svignarsela, lasciando così pure me in debito verso loro. Non è detto che poteva essere una occasione straordinaria di mutamento, però non è detto neppure il contrario. Loro, i radicali, il punto lo avevano centrato.
Forse è il momento che si paghi questo debito verso la loro storia e le loro battaglie. Lo dico anche pensando a quante volte sono stato critico nei loro confronti. A quante volte lo sarò ancora, sul liberalismo, su Israele, sull’immigrazione, e chissà cos’altro. A noi, a questo paese serve un presidente della Repubblica che sia un politico con una storia nitida alle spalle per darci un futuro, anche in Europa. A che dovrebbe servirci un costituzionalista, un saggio? Ecco, tutt’al più serve per una commissione, un comitato, un intergruppi. E il mito del “cittadino” — il sor Mario, el sciur Gino, u don Peppi — che si fa presidente, lo lascio volentieri a Grillo.
Emma for president.

Nicotera, 4 aprile 2013

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