La banalità del bene, il luogocomunismo e il movimento 5 stelle

howard_beale_quintopotereMentre da pensosi intellettuali di sinistra continuano a arrivare analisi e preoccupazioni per il successo del movimento 5 stelle, su cui aprono i nostri occhi foderati di prosciutto, come fosse “l’Armata delle tenebre” di Sam Raimi che sta giungendo a galoppo, i neo–deputati si presentano l’un l’altro e al pubblico, raccontando le loro biografie e i loro propositi parlamentari. A guardarli in faccia, ora che escono dalle fibre della rete, sembrano i figli dei vicini di pianerottolo o i neosposini che hanno messo su da poco casa: puliti, compiti, storie come quelle che ascolti ogni giorno da una suocera preoccupata che il genero ben adulto faccia ancora lavoretti [«e ha due lauree e parla l’inglese», dice con sconsolato orgoglio] o da quello con cui hai fatto conoscenza al giardinetto portando il cane a prendere aria e ti chiedi come faccia a essere lì ogni giorno in orario di lavoro [«lavoro a casa, faccio traduzioni, disegno mappe, traduco software»]. Insomma, persone qualsiasi che ti viene difficile immaginare covino un disegno di eversione e di irreggimentazione della nostra vita e delle nostre libertà [quali?] guidate da un fuhrer che ha preso le posture di Charlie Chaplin che faceva il fuhrer [il reale, l’immaginario che lo elabora e torna amplificato al reale, quella roba là].
Insomma, una pattuglia di brave e buone persone — già certificate da fedine penali immacolate, neanche una multa per divieto di sosta — che sbarca in Parlamento con l’intento di mettervi un po’ d’ordine: non dovrebbe essere così difficile tagliare gli sprechi e le unghie della casta. Questo proposito sembra il bene proprio come può essere intesa la banalità del bene, come se davvero per cambiare i rapporti di forza, lo sfruttamento, le vecchie e nuove povertà, i privilegi del denaro, bastasse prendere a calci in culo un po’ di parlamentari.
Però, «i politici rubano» è il luogo comune — il male assoluto — che da qualche anno impera in questo paese. E contro i luoghi comuni — non ci sono più le mezze stagioni, i ghiacciai si squagliano, il pane non è buono come quello di una volta, in fondo i gay sono brave persone, gli zingari rubano i bambini, chissà che ci mettono nelle scatolette per i gatti, quando c’era il fascismo si dormiva con le porte aperte [variante: i treni arrivavano in orario] — hai poco da combattere.
Il luogocomunismo è diverso dal politically correct, perché pur essendo ugualmente banalmente democratico, accosta pensieri di destra e di sinistra senza fatica: «i marocchini minacciano le nostre donne» può benissimo essere detto insieme a «è una vergogna quel campo nomadi», oppure a «in fondo nel fascismo c’erano buone cose» può seguire «la dittatura fascista è stata un periodo buio per l’Italia». E si può dire con sincerità — portando se è il caso pezze accademiche di pensatori e opinionisti e strisce statistiche — perché ogni frase, ogni luogo comune è valido per sé non dovendosi “giustificare” in un sistema di pensiero. Non sono mezze verità congelate, verità manipolate, falsità malcelate, come nel politically correct. Sono frasi. Letteralmente. Pensieri semplici contro complessità di pensiero. Il luogo comune è già un sistema di pensiero. Il luogo comune non è di destra né di sinistra. Solo che finora è stato considerato poco più che il fraseggio della plebe, il rumore di fondo della società, l’innocuo mormorio delle masse.
Il fenomeno straordinario cui ci troviamo di fronte è che il luogo comune è diventato politica di massa. È diventato ideologia. È diventato partito. Come è stato possibile che un luogo comune come «i politici rubano» sia diventato il nucleo fondativo di una ideologia sociale, di un partito? Verrebbe voglia di darne la colpa — di trovare, cioè, una qualche ragione — a Rizzo e Stella e alla loro Casta, venduta in milioni di copie. Ma sarebbe come dare la colpa della sciatta letteratura italiana a Camilleri e alla Tamaro perché hanno venduto milioni di copie o a De Sica e Parenti dell’insipido cinema italiano per via dei loro cinepanettoni natalizi. Il fatto è che tutta l’Italia è diventata un luogo comune, un cliché. Siamo visti all’estero — non è che sia secondario: come ci è stato spiegato l’«idea» d’Italia è nata all’estero, nell’esilio, prima del Risorgimento — come delle caricature o degli archetipi dell’italianità. Combaciamo — non sempre è accaduto, a volte abbiamo messo la sputazza al naso a tutti, sorprendendoli — con la macchietta con cui ci dipingono. Siamo, cioè, diventati provinciali.
L’anomalia italiana — il più grande e forte partito comunista d’occidente, che governava il paese dall’opposizione cui era congelato dal fattore K, combinato con un boom economico che in dieci, quindici anni ci trasportò dall’essere poco più che un paese contadino, pur con otto milioni di baionette, a una potenza industriale; il più duraturo e violento conflitto di classe dal ’68 al ’77, combinato con un post–industrialismo in cui diritti sociali e sicurezze pubbliche avevano acquisito cittadinanza — è diventata una «curiosità» mondiale. Un folklore internazionale. Siamo cioè tornati a essere «italiani». Siamo il paese del bunga–bunga, di un tycoon televisivo che è stato premier — come in Thailandia, appunto —, di un premier che telefona al commissario di polizia di turno che ha arrestato una sua puttanella dicendogli che è la nipote di Mubarak. È colpa di Berlusconi, certo. Ne siamo sicuri? Berlusconi ci ha portato oltre il ridicolo. Oltre il ridicolo, oltre il grottesco, oltre la vergogna, certo. Di società, però, di massa, però. Berlusconi ha reso la politica ridicola, grottesca, vergognosa. E l’anti–berlusconismo è rimasto intrappolato nel provincialismo cui eravamo costretti — per uscirne, siamo dovuti ricorrere, classicamente, ai poteri forti internazionali.
Per quanto Napolitano si sia adontato per le parole di Steinbruck contro i due clown, in realtà il tedesco ci ha proprio azzeccato — come d’altronde ci azzeccano i luoghi comuni: solo, rovesciando la prospettiva, chi fosse stato in grado di politicizzare il ridicolo, il grottesco, la vergogna poteva davvero scuotere questa società, mostrarne l’altra faccia. Grillo, il comico, il clown, ha fatto questo. Ha usato il Vaffa come veicolo di una politica, come quello usava i contratti da Vespa o altre simili performance.
«Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!», diceva Howard Beale in Quinto potere — è del 1976, il film di Lumet —, suscitando l’entusiasmo delle masse. Non è molto diverso dal Vaffa. La genialità di Grillo — il “tempo” di Grillo —, al contrario di Beale che resta intrappolato nella televisione, sta nell’avere politicizzato questo entusiasmo nelle piazze, nell’averlo fatto partito. Dove andrà questo bene banale, questo luogocomunismo? Potrebbe magari diventare un «laboratorio politico», un esperimento sociale e istituzionale importante. O deformarsi in un orrore o sgonfiarsi lentamente. Chi lo sa. Molto dipenderà anche da Beale, ops, da Grillo.
Intanto abbiamo il tripolarismo — una situazione inedita, imparagonabile con l’Italia dell’immediato dopoguerra e con la lunga teoria dei “due forni” — che è ben difficile ricomporre a geometrie variabili e pure con gli algoritmi: alle “due società” sono succedute le “tre società”. Se ci si ragionasse bene potrebbero venirne indicazioni interessanti.
Perché la domanda giusta è un’altra: come uscire da quest’orribile provincialismo italiano?

Nicotera, 6 marzo 2013

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