La truffa delle primarie: una votazione infinita per illuderci che questa sia la democrazia

primarie-pdNon si è neanche finito di contare i voti a Bersani o a Renzi che a Milano già si stanno preparando per le primarie in cui si dovrà scegliere il candidato governatore per la Lombardia: il quesito ora è se lasciare i gazebo dove stanno, così si fa prima senza doverli riallestire. Il segretario del Pd, che ci ha preso gusto, ha già detto che se rimarrà il Porcellum indirà le primarie per scegliere i candidati al Parlamento, che è l’articolazione nuova della sua posizione assolutamente contraria alla reintroduzione delle preferenze. E primarie, dopo lo sfinimento ravvicinato in Sicilia, prima per il sindaco di Palermo con tutto l’ambaradam che è successo per l’intervento a gamba tesa di Leoluca Orlando e dopo per Crocetta, saranno d’obbligo anche nel Lazio e nel Molise.
Così, se ci sarà l’election day per scegliere il nuovo Parlamento e i governatori di queste tre regioni, in molte e importanti zone d’Italia si potranno accorpare anche le primarie. Con doppia scheda, ovviamente. E non dimentichiamo che in primavera si vota anche per il nuovo sindaco di Roma, e già a vedere le prime autocandidature, le primarie saranno d’obbligo. Se l’election day non ci sarà, le tornate delle primarie si scaglioneranno da qui alla primavera inoltrata, in un vortice e una chiamata alle armi senza fine.
L’Italia è diventata una fabbrica di primarie. Tra i documenti assolutamente da sapere sempre in quale cassetto di casa stiano, oltre il passaporto, la licenza di caccia e la tessera dell’Asl per i vaccini dei figlioli o dei cani, c’è la tessera elettorale da presentare alle primarie. Viene voglia di abbracciarlo, Berlusconi, per la sua resistenza alle primarie — e sono qui costretto a dire, pur se la sua resistenza va dalla parte di una visione monarchica del potere, e qui si discute esattamente dell’opposto. Verrebbe voglia, come Fantozzi per La corazzata Potemkin, di gridare: «Le primarie sono una cagata pazzesca».
Non è per fare il solito guastafeste — «Una festa della democrazia», è stato il lemma più usato in questi giorni, una banalità così ripetuta ossessivamente da diventare un luogo comune delle chiacchiere da bar — ma vorrei provare a chiedere che cosa c’azzecchino le primarie con una cosa così importante, serie e complicata come la democrazia. Deve essere una visione ben ridotta della democrazia, questa, che considera la sua festa il fatto di scegliere tra un candidato e un altro, con un tale carico di determinazione da convincersi che il proprio ruolo di cittadino stia tutto lì, in questo braccio di ferro, in questo schierarsi, battersi, vituperare l’avversario, magnificare il proprio cavaliere. È questa la partecipazione sociale a una democrazia? Delegare le proprie battaglie, i propri punti di vista, le proprie necessità e i propri bisogni, in una parola: la propria “voce”, a questo o quello? Sulla base di una “presunzione” di politica rappresentata da una persona piuttosto che di un programma o quanto meno di punti essenziali. Con risultati pure paradossali. Per dire di qualcosa appena accaduto: nello scontro Bersani vs. Renzi una delle poche cose qualificanti che si capivano e erano dichiarate stava nella “questione Casini”, con Renzi che si dichiarava contrario a qualsiasi alleanza e Bersani che non chiudeva le porte, intestandola all’alleanza coi moderati; ora, Vendola aveva dichiarato esplicitamente che con Casini non si sarebbe mai alleato, e quindi ci si poteva aspettare che su questa questione — che non è del tutto trascurabile— si schierasse con Renzi, netto come lui in merito; invece no, Vendola sceglieva il “profumo di sinistra” a una scelta che, conti alla mano, avrebbe dato loro la maggioranza del Pd. Vendola ha scelto Bersani come portatore di una presunta politica — il profumo di sinistra —, invece di una politica precisa — nessuna alleanza con Casini — che era il programma di Renzi.
Paradossalmente sembra il trionfo del grillismo, cioè dell’idea che la democrazia stia nello scegliere gli uomini giusti — e metterli anche a costante verifica semestrale — invece di quelli sbagliati: che si faccia online o introducendo una propria scheda nella fessura di una scatola, non cambia poi molto, a meno di non credere che la tecnologia sia di per sé portatrice di democrazia, oppure, invece, che lo sia il “calore” del gesto antico. Io continuo a credere che la democrazia sia fatta di istituzioni civili dove la voce dei cittadini abbia modo di esprimersi e di decidere, e dove la rappresentanza — che è la sostanza della delega, ovvero di un controllo — si impasti continuamente di assemblee, dibattiti, conflitti di opinione, scelte determinate, battaglie in prima persona. Questa è la democrazia, e questa pure è la politica, e la partecipazione. Un’articolazione territoriale che è il fondamento e il cuore di qualsiasi forma repubblicana. Per capirci: la democrazia è fatta di consigli di fabbrica, di camere del lavoro, di assemblee territoriali, di comitati di malati e medici, di gruppi di studenti e insegnanti, di questa roba qua. Lenta, farraginosa, verbosa, ma piena di uomini e donne che si battono per il proprio destino e quello della società in cui vivono. Sono ormai finiti quei luoghi e quelle forme? Bene, facciamole nuove, facciamole dove stanno adesso. Abbiate pazienza, ma se devo scegliere un format per la democrazia, vagheggio e mi tengo quello.
Le primarie sono un’americanata — lo dico come poteri dirlo per il Postal Market, la vendita per catalogo, un’invenzione straordinaria in un paese dove le frontiere e le distanze da colmare erano determinanti per la tenuta del Paese — che non ha risolto il drammatico distacco della politica dalla partecipazione civile. Con numeri sempre più impietosi di partecipanti al voto, e una e vera e propria élite sociale, acculturata, informata, ideologizzata che vi partecipa e una massa crescente di indifferenti e ostili, e lo spettacolo penoso degli intellettuali e uomini di spettacolo embedded, esibiti di qua e di là; solo Clint Eastwood poteva permettersi, nel suo endorsement su Romney, di piazzare una battuta fulminante sui suoi colleghi di Hollyvwood: «You know they are all left wingers out there, left of Lenin», sono tutti di sinistra, più a sinistra di Lenin. Si può attagliare a qualcuno dei mestieranti del cinema nostrano?
A me sembra le primarie siano una occasione per il ceto politico dei partiti di rivitalizzare se stessi e la propria rappresentanza, con quote sempre meno significative di elettori. Sono una delle forme attuali del populismo che altro non è — sia di destra che di sinistra — che assumere verso l’alto la forma della decisione e “consultare” demagogicamente il popolo: sia il populismo di destra che quello di sinistra statisticamente ci azzecca a interpretare istanze popolari e di rinnovamento. Ma lascia perennemente in uno stato di servitù, ovvero di delega, che non è mai supplita dalla “mobilitazione” che di volta in volta si fa — che abbia il carattere descamisado o la composta e civile pazienza del mettersi in coda, poco cambia —, il popolo.
Viva le primarie perciò, che uno ci si può pure divertire e appassionarsi, ma la democrazia, per favore, lasciatela stare, che è un’altra cosa, da non ridurla così.

Nicotera, 3 dicembre 2012

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